Le molte analisi sulle disuguaglianze economiche, sociali e di opportunità pongono il mondo della formazione manageriale di fronte a questa domanda: se e come sia possibile contrastare questa tendenza? La prima risposta consiste nel ripensamento di un paradigma che ha caratterizzato una parte rilevante della formazione nell’ultimo quarto di secolo, quello dell’investimento soprattutto sui “talenti e gli alti potenziali”. Ciò ha contribuito a diffondere nelle aziende private e pubbliche la cultura della separazione tra coloro che erano considerati “trainanti” dei processi di miglioramento e coloro che inevitabilmente erano destinati a restare indietro. Abbandonare il paradigma del passato significa valorizzare la funzione della formazione come strumento di diffusione e integrazione delle conoscenze e competenze a tutti i livelli e per tutte le persone come fattore di successo.
Una seconda dimensione della sfida riguarda il rapporto con il mercato. È indubbio che la formazione manageriale debba occuparsi e preoccuparsi dell’occupabilità delle persone, ma non va dimenticata la funzione “proattiva e anticipatoria”. Le scuole e in generale le istituzioni formative hanno la responsabilità nei confronti della società di promuovere e valorizzare le risorse rinnovabili. In genere si fa riferimento alle fonti energetiche, ma ci si dimentica che la risorsa maggiormente rinnovabile ed espandibile in assoluto è quella delle conoscenze, capacità, competenze di persone motivate e orientate verso il bene comune e l’interesse generale. Eliminare, o almeno ridurre, le disuguaglianze consente di rafforzare le relazioni che rappresentano l’elemento qualificante dell’economia e della società del futuro. L’economia e il management sono discipline che hanno per oggetto la produzione e la distribuzione dei beni, ma troppo spesso si fa riferimento solo ai beni materiali e a quelli immateriali (servizi) dimenticando l’importanza dei beni relazionali, che contribuiscono a ridurre i conflitti dispersivi (effetti negativi) e a generare sinergie positive.
La terza dimensione della sfida riguarda la capacità di distinguere i concetti di differenze, disuguaglianze ed equità. L’attenzione alle differenze è positiva in quanto supera i limiti della standardizzazione che ha caratterizzato l’ultimo secolo in economia e nella società. La standardizzazione ha consentito di sfruttare i vantaggi dell’efficienza e della produttività, ma ha penalizzato la ricchezza delle differenze. Adam Smith nel suo libro considerato il pilastro dell’economia moderna ha teorizzato la ricchezza delle nazioni, ma nei due secoli successivi si è rinunciato alla ricchezza delle differenze. In effetti negli ultimi decenni le imprese hanno giocato sulla differenziazione di mercato dei prodotti e dei clienti per trarne un vantaggio competitivo, ma non hanno applicato lo stesso principio del riconoscimento delle differenze per quanto riguarda la valorizzazione delle persone. Il concetto di disuguaglianze si applica alle differenze negative, non volute e che creano disparità di opportunità nella società, che generano polarizzazioni tra chi vede accrescere velocemente la propria ricchezza, il proprio potere di influenza, il proprio prestigio sociale e chi lo vede diminuire continuamente. Equità significa trattare in modo diverso situazioni diverse, significa convincere e indurre chi è in posizioni di vantaggio a non abusare di queste posizioni e a contribuire a fare in modo che tutti possano trarre vantaggio dal progresso delle conoscenze e delle tecnologie. Dei tre pilastri della Rivoluzione francese – liberté, égalité, fraternité – il primo è stato realizzato nelle democrazie liberali, il terzo rappresenta tuttora la gamba rachitica, l’égalité, che significava abbattere i privilegi della nobiltà e del clero, ha avuto una prima fase di sviluppo positivo, tendenzialmente fino agli anni Novanta del secolo scorso con lo sviluppo delle classi borghesi e intermedie, mentre poi ha ripreso una fase di involuzione negli ultimi 30 anni.
Oltre a misurarsi con la sfida della digitalizzazione, intelligenza artificiale, sostenibilità ambientale, le scuole e i formatori di management non devono trascurare la sfida della lotta alle disuguaglianze e a condizioni di iniquità. Devono avere il coraggio di mandare a chi oggi detiene poteri economici sovranazionali e agli autocrati, che stanno aumentando, questo monito: la storia insegna che anche imperi che sembravano solidi sono crollati quando le disuguaglianze sono diventate insopportabili e hanno sprigionato l’energia di chi non ha nulla da perdere e quindi è disposto a tutto. Si può cambiare per necessità, per convenienza o per convinzione. Le scuole e i formatori di management, come altri attori politici, sociali ed economici, devono dare una risposta a questo dilemma: vogliamo aspettare di cambiare per necessità o decidiamo di cambiare per convinzione e far leva sulla convenienza a ridurre le disuguaglianze per generare un futuro sostenibile sul piano economico, ambientale, sociale, politico, istituzionale, in sintesi più umano per tutti?