Economie del futuro

Una risposta “di qualità” alla crisi demografica. L’analisi di Alessandro Rosina

Tra dieci anni l’Italia vedrà uscire dal mercato del lavoro sei milioni di persone: un effetto diretto della dinamica demografica. Questo ci deve spingere a investire su formazione, politiche attive, innovazione e valorizzazione di giovani e donne. I prossimi dieci anni sono decisivi: o cambia il Sistema Paese, o saranno i giovani a cercare altrove le condizioni migliori


Photo credits: Università Cattolica del Sacro Cuore

Tra dieci anni l’Italia saluterà sei milioni di lavoratori che usciranno dal mercato del lavoro. Non è una proiezione astratta: è una tendenza strutturale che i numeri rendono evidente. Ed è da qui che Alessandro Rosina, Professore Ordinario di Demografia e Statistica Sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha scelto di partire nel suo intervento al Leadership Learning Lab ASFOR, dedicato quest’anno a “Il futuro del lavoro”. Perché prima ancora di interrogarsi su competenze, tecnologie o modelli organizzativi, è fondamentale guardare la struttura profonda su cui tutto il resto si regge: la popolazione.

Il punto di partenza del ragionamento di Rosina è chiaro: stiamo vivendo una combinazione inedita di cambiamenti quantitativi e qualitativi profondi che stanno toccando la società del nostro Paese.

Ed è proprio questo intreccio a rendere il passaggio storico difficile da governare. «Dobbiamo imparare a mettere in relazione questi cambiamenti», spiega, evitando una lettura difensiva: la qualità può diventare la risposta – almeno in parte – alla contrazione dei numeri.

La fine del dividendo demografico

Per secoli, ha ricordato Rosina, i giovani sono stati una risorsa abbondante. Poi, nel secondo Dopoguerra, la ricchezza demografica si è spostata verso la popolazione in età lavorativa: è la fase del dividendo demografico, quella in cui la struttura per età favorisce crescita, produzione e consumi.
Quella fase è finita. «Perderemo e stiamo già perdendo il dividendo demografico», ha avvertito Rosina. La popolazione centrale in età lavorativa si ridurrà come mai prima, costringendo a ripensare radicalmente il modello di sviluppo: «Se vogliamo continuare a garantire sviluppo e benessere, non possiamo più basarci sulla quantità. Ci deve essere qualcosa che mettiamo in campo… Ovviamente questo vuol dire mettere al centro la qualità».

Ma la situazione va al di là della semplice perdita del dividendo. La transizione demografica “reggerebbe” se la fecondità si stabilizzasse attorno ai due figli per donna, mantenendo un equilibrio tra generazioni. Non sta accadendo. Nei Paesi avanzati la fecondità è scesa stabilmente sotto quel livello, e l’Italia è un caso limite: sotto 1,5 da oltre quarant’anni. È qui che, secondo Rosina, si entra in una vera trappola demografica, con squilibri che si autoalimentano e che «nemmeno l’immigrazione riesce, a un certo punto, a risolvere».

Per descrivere ciò che sta accadendo serve perfino un termine nuovo: “degiovanimento“. Il problema italiano, ha chiarito Rosina, non è l’allungamento della vita – che tocca anche Francia, Svizzera, Svezia – ma avere sempre meno giovani. E questo riduce la capacità del Paese di sostenere i costi dell’invecchiamento e di costruire una società della longevità realmente sostenibile.

Quando la demografia diventa un vincolo strutturale

Cosa accade se non cambiamo rotta? Rosina durante il suo intervento ha mostrato studi che misurano l’impatto dell’inerzia demografica sul PIL e sul posizionamento dei Paesi nel lungo periodo. Il messaggio è chiaro: l’Italia rischia di scivolare progressivamente ai margini dei processi di sviluppo di questo secolo. Altri Paesi, invece, mostrano che una strada alternativa esiste.
La Svezia, ad esempio, ha perso il primo dividendo demografico, ma senza accentuare gli squilibri tra generazioni. Il risultato è una popolazione in età lavorativa più stabile e la possibilità di puntare su quello che Rosina definisce secondo dividendo demografico: crescita fondata sulla qualità. Più formazione, migliore uso delle tecnologie, incontro efficace tra domanda e offerta di lavoro, valorizzazione del capitale umano.

Il falso rifugio dei cinquantenni

Nel frattempo, molte imprese italiane cercano di reggere puntando su ciò che oggi è ancora disponibile: gli over 50. Sono numerosi, esperti, affidabili. Ma è una strategia a scadenza ravvicinata. «Fra dieci anni perderemo sei milioni di lavoratori che andranno in pensione»,  ha ricordato Rosina. Se non si investe per tempo sulle nuove generazioni, la perdita quantitativa sarà inevitabile.

I dati lo confermano: l’occupazione cresce soprattutto tra gli over 50, anche oltre la loro consistenza demografica. Al contrario, la presenza degli under 35 nel mercato del lavoro diminuisce più della loro stessa riduzione numerica. Non è solo un problema di demografia: è un problema di accesso, inclusione, valorizzazione.

Il risultato è un modello che continua a ruotare attorno al maschio adulto, tradizionalmente al centro del modello di crescita nel secolo scorso, mentre restano sottoutilizzate le leve che altrove compensano il calo demografico: occupazione femminile (tra le più basse d’Europa), occupazione giovanile e una quota di NEET tra le più alte del continente. Con un paradosso evidente: abbiamo meno giovani e li sprechiamo più degli altri.

Giovani bloccati o forza collettiva?

Rosina ha mostrato un grafico che sintetizza il problema: da un lato la percentuale di giovani adulti (25-34 anni) che vivono ancora dipendenti dai genitori, dall’altro gli investimenti in formazione, politiche attive del lavoro, ricerca e innovazione. L’Italia si colloca nel quadrante che combina alta dipendenza familiare e bassi investimenti pubblici. La domanda diventa inevitabile: vogliamo giovani da proteggere come figli o una forza collettiva capace di produrre innovazione, crescita e competitività?

La risposta non è solo economica, ma culturale e organizzativa. E si intreccia con il tema, centrale nell’evento ASFOR, del cambiamento dell’idea stessa di lavoro. I giovani di oggi sono la prima generazione pienamente nata, formata e immersa nel XXI secolo. «Portano nuove potenzialità e nuove fragilità», ha osservato Rosina. E soprattutto non accettano luoghi – formativi o lavorativi – che non cambino anche con loro. «Dire “si è sempre fatto così” è qualcosa che non riescono a concepire».

Non è solo una questione di salario o di flessibilità, ma di possibilità di scelta, riconoscimento, partecipazione ai processi di cambiamento. Se queste condizioni non si trovano, l’esito è duplice: demotivazione o fuga. E i dati sull’attrattività dei Paesi lo mostrano con chiarezza: molti giovani italiani vedono all’estero – Germania, Regno Unito, Francia – maggiori possibilità di realizzazione, soprattutto le donne.

Dieci anni per spostare la “bandierina”

Il tempo, però, non è infinito. I prossimi dieci anni saranno decisivi: sono gli stessi in cui una parte consistente della popolazione oggi attiva uscirà dal mercato del lavoro. O l’Italia riesce a modificare strutturalmente il proprio posizionamento, riducendo la dipendenza dei giovani dalle famiglie e aumentando gli investimenti in formazione, politiche attive, ricerca e qualità del lavoro, oppure il riequilibrio avverrà altrove.
In questo secondo caso, avverte Rosina, non sarà il sistema Paese a spostarsi “dal quadrante critico a quello virtuoso”, ma saranno i giovani a spostarsi fisicamente verso i Paesi che già oggi offrono quelle condizioni.

È qui che la demografia smette di essere un destino ineluttabile a cui abbandonarsi e diventa una responsabilità collettiva. Politica, imprese, sistemi formativi e organizzazioni sono chiamati a una scelta netta: subire l’inerzia o costruire questo secondo dividendo demografico. Perché il futuro del lavoro, prima ancora che una sfida tecnologica, è una questione di persone. E di tempo.