Attualità

Persone e organizzazioni oltre il pensiero superficiale

In questa fase di grandi cambiamenti, le persone sembrano attratte dall’idea di risolvere i propri e i nostri problemi attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, considerata la leva capace di condurre l’umanità verso una nuova rivoluzione.
Questo approccio rischia di non cogliere con la dovuta profondità il cambiamento socioeconomico che negli ultimi anni ha avuto luogo a livello globale, dove – piaccia o no a noi occidentali – gli equilibri geopolitici, soprattutto quelli sociali e demografici, si stanno progressivamente allontanando da noi, per coinvolgere persone e continenti che fino ad ora erano solo spettatori.

Le nuove sfide, che ci devono vedere attenti protagonisti, rappresentano il passaggio da una logica dominata dal mercato come fonte regolatrice di ogni conflitto alla costruzione di un nuovo equilibrio, che veda istituzioni pubbliche e private alleate nella costituzione di una nuova società. Un pianeta che dovrà essere non solo sostenibile dal punto di vista ecologico ma, soprattutto, sostenibile per quanto riguarda i nuovi equilibri culturali e sociali.
Nuovi equilibri che dovremo saper costruire, uscendo da vecchi approcci che ci vedevano, come occidentali, dominanti.

Il rischio evidente è la crescita delle diseguaglianze, delle povertà contrapposte a ricchezze sempre più invadenti, e alla cultura dominante di élite oligarchiche.
Un rischio reale che, se non governato, finirà per coinvolgere tutte le organizzazioni e porterà a un allargamento progressivo delle “periferie” del mondo e delle contrapposizioni fra chi ha molto e chi ha sempre meno.

Per chi crede nella possibilità di realizzare un nuovo equilibrio anche organizzativo, che modifichi il rapporto tra persone, ruolo e valore del lavoro, sarà strategico sviluppare una cultura manageriale e una leadership che veda il noi anteporsi all’io.
Sarà strategico sviluppare una visione capace di utilizzare l’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale per una crescita il più possibile diffusa.
Generare una cultura manageriale che non sia più dominata unicamente dal mercato, dall’economia e dal profitto.

Sarà decisivo trovare un nuovo mindset: abbiamo l’eredità della cultura olivettiana, che già negli anni Sessanta indicava una strada possibile, ma anche la visione di tanti imprenditori, delle imprese familiari italiane (del quarto capitalismo), che nella sfida della globalizzazione e dell’innovazione continua pongono una concreta attenzione alle persone e ai territori d’origine, in un rinnovato equilibrio tra profitto, sviluppo economico e valore generato per i diversi stakeholder.

Per chi crede nel valore dell’intelligenza umana, la sfida è – da un lato – dare concretezza a culture orientate a un cambiamento che ponga sempre al centro il valore della persona, e – dall’altro – contrastare la cultura che oggi sembrerebbe dominante, quella che si affida alle tecnologie per accrescere i propri guadagni e incrementare le diseguaglianze sociali.

In questo scenario non deve sfuggire il valore strategico che oggi, e ancor più nel futuro, la cultura e la formazione manageriale hanno per sviluppare il “pensiero umano”, le competenze e le abilità realmente in grado di affrontare i tumultuosi cambiamenti che stiamo vivendo.
Oggi, come in ogni momento di grande “rivoluzione”, occorre da un lato fare riferimento ai veri maestri, che sanno porre al centro il valore del “bene comune”, e dall’altro sviluppare una reale capacità di ascolto per essere agenti di cambiamento all’interno della società e delle organizzazioni.
Porre al centro il valore della persona umana non può essere uno slogan da anteporre ai propri comportamenti quotidiani, ma deve diventare la guida delle nostre azioni, manageriali e non.

Ritengo che, in questa turbolenta fase dello sviluppo del genere umano, l’etica dei comportamenti sia il modo più efficace per guardare oltre le “superfici” e le apparenze, verso la costruzione di una comunità capace di guardare oltre i propri interessi per raggiungere il “bene comune”, generando futuri positivi.

Da ultimo, non posso non collegarmi al messaggio e alla guida che Papa Francesco ha saputo offrire anche a noi laici: il suo richiamo alla concreta attenzione per le periferie e per la solitudine delle persone, solitudini che non riguardano solo la società, ma anche tante organizzazioni e le persone che in esse operano.

Come formatori ed educatori abbiamo l’onere di trasmettere valori e competenze che siano in grado di generare una nuova capacità di leggere le trasformazioni in atto, e di portare ognuno ad essere, nel proprio ruolo, protagonista positivo del cambiamento.

Una sfida tutt’altro che superficiale!