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Dai dilemmi ai binomi virtuosi: verso una nuova economia. Intervista a Elio Borgonovi

Insieme al Presidente APAFORM, Elio Borgonovi, abbiamo fatto una riflessione sull’VIII Giornata dei Formatori di Management e sul ruolo della formazione come leva per costruire una nuova economia che integri merito, inclusione e valori umani, superando i modelli tradizionali e rispondendo alle sfide attuali con un approccio centrato sulle persone


L’VIII giornata APAFORM dei Formatori di Management, che quest’anno si è tenuta il 25 ottobre a Reggio Emilia presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, è stata intitolata “Verso una nuova economia”. Quali sono i driver che stanno guidando questo cambiamento e qual è il ruolo che in questo scenario deve ritagliarsi chi fa formazione?

I driver del cambiamento sono quelli classici della trasformazione digitale e della sostenibilità. Tuttavia, l’economia attuale presenta dei sintomi di sofferenza: abbiamo grandi imprese che fanno profitto, come i giganti del digitale, ma ci sono anche molte criticità causate dalla situazione geopolitica e da un modello economico ormai superato. Anche in Paesi come Germania e Francia, le economie stanno faticando, e la crisi non è dovuta solo a una lentezza nella capacità di innovare, ma alla necessità di ripensare l’intero modello. Negli Stati Uniti, per esempio, pur con bassi livelli di disoccupazione, assistiamo a un impoverimento della classe media, un tema su cui anche la politica fa leva, come si è potuto vedere anche nelle recenti elezioni presidenziali americane. In questa complessità, il nostro obiettivo non è soltanto parlare di un’utopia, ma di tradurla in azioni concrete attraverso la formazione. Credo che sia necessario andare oltre il modello anglosassone che ha dominato per decenni e riscoprire una nuova cultura del fare economia. È un percorso da costruire, una sfida per una formazione che non si limiti a trasmettere conoscenze, ma che ispiri una visione di cambiamento basata sui valori.

Cosa ha ispirato la scelta di strutturare questo evento intorno a tre dilemmi specifici – sostenibilità vs. performance, merito vs. inclusione, e il confronto generazionale sul senso del lavoro? In che modo affrontare queste sfide come dilemmi può stimolare un cambiamento più profondo nelle organizzazioni?

Abbiamo formulato questi temi come dilemmi per stimolare una riflessione profonda sulle organizzazioni e sul tipo di economia che desideriamo costruire. Nell’economia tradizionale, questi aspetti erano spesso visti come alternative: o si valorizzava il merito o si era inclusivi; o si puntava alla performance o si investiva nella sostenibilità. Il nostro intento è mostrare che queste dicotomie possono diventare binomi virtuosi in un contesto di economia rinnovata. La formazione manageriale, se progettata bene, può aiutare a integrare questi valori, rendendo le organizzazioni non solo più performanti ma anche più umane e sostenibili.

Il basso livello di natalità in Italia rende sempre più cruciale il confronto generazionale nelle aziende. Quali approcci innovativi suggerirebbe nei processi di consolidamento e trasferimento delle conoscenze per rispondere a questa sfida?

Un aspetto operativo su cui ci siamo soffermati è il “reverse mentoring“, dove non solo i senior formano i giovani, ma anche i giovani possono portare contributi importanti agli “anziani”. In alcune organizzazioni, creando gruppi misti di età diverse, si è innescata una crescita reciproca, con i più giovani che introducono nuove idee e abilità, come l’uso di strumenti digitali, e i più esperti che offrono visione e che grazie alla loro esperienza riescono ad anticipare possibili problemi. Un secondo strumento è l’uso strategico delle tecnologie: oggi, non si tratta più di sostituire i lavoratori solo per ridurre i costi, ma di trovare una sinergia tra nuove tecnologie e risorse umane, per gestire meglio le sfide di un mercato in rapida evoluzione.

Le nuove generazioni dimostrano una visione del lavoro che integra motivazioni etiche, ricerca della qualità della vita e nuove aspettative. Come può la formazione adattarsi per rispondere a queste esigenze e ispirare un cambiamento culturale nelle aziende?

Il ruolo della formazione in questo contesto è di facilitare la comprensione reciproca tra le diverse generazioni e di aiutare a far convivere sensibilità differenti. Le giovani generazioni non hanno un disinteresse verso il lavoro, ma un approccio diverso: chiedono equilibrio vita-lavoro e sono più attente ai valori etici. Dobbiamo comprendere queste nuove aspettative e valorizzarle come componenti di una cultura aziendale più ampia, che non classifichi i giovani come meno disposti al sacrificio, ma riconosca che hanno un approccio diverso alla realizzazione personale. La formazione deve quindi aiutare a reinterpretare il lavoro come uno spazio di espressione e di valore, andando oltre il tradizionale modello di carriera “verticale”.

In conclusione, quali sono stati, a suo avviso, i principali spunti e riflessioni emersi durante l’evento? Quali passi concreti ritiene fondamentali per trasformare le idee discusse oggi in azioni efficaci per una nuova economia centrata sulla persona?

La riflessione più importante è che per favorire un vero cambiamento dobbiamo iniziare da noi stessi. Da noi formatori manageriali che dobbiamo uscire dalla zona di comfort. Serve il coraggio di rivedere il nostro modo di insegnare, adattando i contenuti e utilizzando le nuove tecnologie non solo per fare “effetti speciali”, ma per migliorare realmente il processo di apprendimento. È fondamentale che la formazione non sia solo un’esposizione di idee, ma un processo che coinvolga e ispiri i partecipanti. Come dico sempre, è facile raccontare agli altri cosa fare, ma la vera sfida è mettere in pratica ciò che predichiamo, evitando di trasformarci in “ciabattini con le scarpe rotte”. Il cambiamento deve partire dal nostro impegno a mettere in discussione i modelli che utilizziamo e ad abbracciare un’economia che produce non solo valore economico, ma valore umano.