Dopo la IX Giornata APAFORM, intitolata “Creare futuri condivisi”, facciamo il punto con il Presidente dell’associazione Elio Borgonovi su risultati emersi e sfide future
La formazione manageriale è una leva strategica per affrontare la complessità e immaginare nuovi scenari di crescita. Con questo spirito, venerdì 24 ottobre 2025, al Baker Hughes Florence Learning Center di Firenze, si è svolta la IX Giornata APAFORM dei Formatori di Management dal titolo “Creare futuri condivisi: l’alleanza trasformativa tra formatori e organizzazioni”. Un tema che, come ricorda Elio Borgonovi, racchiude tre parole chiave – condivisione, alleanza, trasformazione – e ha guidato lavori, gruppi e confronto tra accademia e impresa. Con lui ripercorriamo i principali esiti della giornata.
Professore, da Presidente APAFORM, dopo una giornata così intensa, quali riflessioni si porta a casa da Firenze? C’è qualcosa che l’ha colpita in modo particolare?
Mi porto a casa il senso di una comunità attiva, vivace e disponibile a innovare. Un contesto in cui, di volta in volta, ciascuno impara e allo stesso tempo trasferisce conoscenze. Il filo rosso è stato la condivisione: non a caso nel titolo abbiamo parlato di «futuri condivisi». In apertura abbiamo richiamato un “quadrifoglio” concettuale – futuri, condivisione, alleanza, trasformativa – e l’intera giornata si è mossa lungo questi quattro assi, ripresi e declinati anche nei gruppi di lavoro.
La IX Giornata ha riunito profili diversi, dal mondo accademico alle imprese. Che tipo di dialogo si è creato e cosa dice dello stato della formazione manageriale oggi?
Quello che è emerso è un senso di incertezza che in questa fase storica stanno vivendo i formatori: sanno che l’innovazione sta cambiando e cambierà i profili professionali, conoscenze e competenze, ma nessuno può dire con precisione quali. Eppure, imprese e PA si aspettano che le persone siano pronte al futuro. Per questo la formazione deve spostare il baricentro: non solo contenuti (che restano necessari), ma atteggiamento, flessibilità, capacità di imparare a imparare.
Si è parlato di intelligenze multiple – razionale, emotiva, relazionale, comunitaria – e del fatto che le tecnologie, IA e machine learning, potranno sostituire una parte del problem solving “razionale”. Proprio per questo il vero vantaggio distintivo delle organizzazioni sarà nelle competenze relazionali, nel lavoro di gruppo, nella gestione delle emozioni. Ne discende l’esigenza di rivedere i sistemi di valutazione: oggi troppo concentrati su metriche quantitative; dovranno dare più spazio a team working, relazione e maturità emotiva.
Dalle sessioni di gruppo sono emerse indicazioni operative e modelli di riferimento?
Certamente. Serve un modello di formazione “misto” che integri in modo meno segmentato tre dimensioni: formale (titoli, master), informale (percorsi mirati) e non formale/sul campo (esperienza, project work). Non più sequenze rigide, ma intreccio continuo e andata-ritorno tra aula e applicazione.
In più, una forte personalizzazione su due piani: per organizzazione (manifattura tradizionale o avanzata, servizi, ecc.) e per partecipante. Anche grazie a piattaforme e sistemi di IA che adattano i percorsi ai bisogni individuali. Conseguenza: i formatori dovranno abbandonare soluzione standard e aumentare la capacità di diagnosi dei bisogni specifici.
Molti interventi hanno richiamato il bisogno di un nuovo mindset. Come sta cambiando la mentalità di chi fa formazione?
Siamo passati dalla metafora della cassetta degli attrezzi a quella della capacità di costruirsi gli attrezzi che serviranno, rapidamente, quando emergeranno nuovi problemi. Il mindset richiesto è anticipante: non perché sappiamo cosa accadrà, ma perché ci prepariamo ad affrontare qualsiasi futuro, con comportamenti coerenti, collaborativi e orientati alla comunità.
Tra gli obiettivi c’era quello di valorizzare le relazioni dirette. Ha percepito un bisogno reale di tornare a incontrarsi in presenza? Cosa aggiunge alla qualità del confronto?
Il bisogno è evidente ed è stata molto apprezzata la possibilità di confrontarsi da vivo. La presenza consente interazioni creative e scostamenti positivi rispetto alla scaletta che a distanza è più difficile ottenere. Sappiamo però che non tutti possono spostarsi: per questo stiamo pensando alla prossima edizione con un formato ibrido. Una parte “strutturabile” per essere fruibile anche online; lavori di gruppo riservati a chi è in sala, perché guardarsi negli occhi e poter dire la propria opinione “sull’intervento di un altro” è un valore che il digitale fatica a replicare.
Guardando oltre l’evento: qual è la prossima sfida per la community APAFORM?
Agganciare i formatori giovani. Oggi sono spesso più attratti dalla produzione di contenuti e dall’uso delle tecnologie e faticano ad apprezzare il tempo della presenza. Ma senza un loro coinvolgimento non costruiamo la catena generazionale che tutti invochiamo nelle imprese. La sfida emersa è questa: rendere APAFORM un luogo in cui le generazioni si incontrano davvero. Le idee non mancano; ora dobbiamo implementarle e metterle a terra! Il futuro è dei formatori giovani e non è possibile “immaginarlo” senza coinvolgere chi quel futuro è destinato ad abitarlo.