Economie del futuro

Competenze in transizione e impatto sui processi formativi

Next generation

La rubrica Next generation di formaFuturi è uno spazio aperto a contributi finalizzati a inquadrare i fenomeni legati ai giovani e a fornire chiavi di lettura per la loro comprensione. L’articolo che ospitiamo affronta un tema molto dibattuto sul rapporto fra competenze e formazione correlata. Dati interessanti, per certi versi sorprendenti, che aiutano da un lato a comprendere perché alcune policy non sono del tutto efficaci e dall’altro a prevedere un intervento più finalizzato


Le “due transizioni” – green e digitale – stanno mettendo sotto stress l’intero mondo dell’istruzione, dalle scuole alle università, sino alla formazione vocazionale. I sintomi sono noti, le difficoltà nel Paese stanno nell’alto numero di NEET (Not in Education, Employment or Training), nel ridotto numero di laureati – specie nelle discipline STEM – rispetto ai partner europei, nel disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, giunto al 50% con punte del 60%. Incombe l’aggravarsi del fenomeno della denatalità abbinato all’emigrazione giovanile all’estero di risorse preziose.

Sono i giovani con le loro famiglie a essere in difficoltà, perché si trovano a compiere scelte sul futuro senza punti di riferimento, o con il mutamento di quelli tradizionali.

La responsabilità della situazione ha motivazioni nuove, il travolgente sviluppo tecnologico di questi anni (non solo l’AI), ma anche l’influenza di convincimenti e mode culturali spazzate via dalla realtà contingente. I licei come luogo di formazione della classe dirigente, la superiorità del lavoro intellettuale su quello manuale, la superiorità della cultura umanistica su quella tecnica: tutto viene messo prepotentemente in discussione.

Dal mondo dell’impresa viene un appello a ridurre le distanze, ma perché questo si concretizzi è importante che il riavvicinamento avvenga rendendo evidenti e comprensibili i valori del mondo dell’impresa e della produzione come fatto sociale. Il che può avvenire attraverso una serie di azioni e la loro condivisione:

  • Rinnovamento dell’offerta formativa più adeguata alle esigenze del mondo del lavoro.
  • Ripresa delle azioni di orientamento di giovani e famiglie verso le competenze tecnico-scientifiche.
  • Attrazione di capitale umano adeguatamente formato, anche dall’estero.
  • Affermare e gestire prassi di formazione continua a tutti i livelli.

Partiamo da quest’ultima, poiché è la cosa più urgente e ha effetti immediati. La formazione continua è indispensabile per gestire le transizioni minimizzando impatti e costi sociali. Affermandone l’ineludibilità si vogliono mettere i lavoratori in condizione di rispondere alle caratteristiche del nuovo mercato del lavoro. Non sarà affatto semplice dal momento che in Italia, come scriveva nelle scorse settimane Italia Oggi, si registra una scarsa partecipazione ad attività̀di formazione non formali: il 26,9% riguarda corsi di formazione obbligatoria, il 18,3% i corsi per la crescita personale, il 14,1% i corsi professionali su piattaforme in streaming. Solo il 12,2% frequenta per finalità̀ personali.

A partecipare alle attività di formazione sono in prevalenza i giovani; nel circa 40% della popolazione che partecipa, il 17% è composto da persone tra i 25 e i 34 anni, un 10% scarso ha un’età tra i 35 e i 44 anni, solo l’8,7% ha 45-64 anni. Percentuali che ci collocano lontano dagli obiettivi dichiarati dalla Ue, che ha fissato al 47% entro il 2025 e al 60% entro il 2030 le percentuali di lavoratori coinvolti in queste attività; peraltro la partecipazione ad attività formative degli italiani è peggiorata dal 2021: la percentuale complessiva (25-64) dei partecipanti è stata del 9,6%, -0,3 punti percentuali sull’anno precedente, con dati particolarmente negativi per NEET e over 60, cioè le fasce più fragili della popolazione attiva. Oltre all’età, anche il livello di scolarizzazione incide in modo determinante sulla partecipazione ai corsi: il 40% degli italiani adulti non ha conseguito il diploma di media secondaria e solo il 27% ha una laurea o un titolo equivalente. Le persone con bassi livelli di istruzione partecipano sensibilmente meno, mentre chi è in possesso di un diploma o di un titolo di istruzione terziario partecipa rispettivamente per il 10,2% e il 23,4%, mentre solo il 2,5% è possessore di licenza media.

La transizione digitale, se possibile, ha reso ancor più urgente un’azione di crescita complessiva della consapevolezza e delle competenze per il suo utilizzo. La penetrazione del digitale in ogni ambito delle attività umane impone interventi urgenti e un’azione massiccia di alfabetizzazione. Il rischio per l’Italia è di perdere la sfida nell’acquisizione di competenze su big data, cloud computing, intelligenza artificiale, con impatti disastrosi sulla competitività del Sistema Paese.

Guardando al medio periodo sono segnali confortanti i passi in vanti che si stanno compiendo in due campi, la formazione duale e la modifica della filiera formativa tecnico-professionale.

La ripresa della formazione duale, dopo la sua cancellazione nella scorsa legislatura, è una buona notizia per la ripresa del rapporto scuola-territorio. Nello scorso anno sono stati attivati quasi 76 mila percorsi individuali, aggiungendo 51 mila percorsi ai 25.000 circa raggiunti in via ordinaria. Grazie al PNRR siamo al 60% dell’obiettivo di 129 mila da raggiungere nel 2025, 39 mila del target di base più 90 mila aggiuntivi dal Piano. È un fatto positivo che sull’obiettivo si siano mosse bene anche le regioni del Sud, Campania, Puglia, Sicilia, meno attrezzate delle più industrializzate regioni del Nord. La formazione duale fornisce slancio anche alla ripresa progettuale dell’apprendistato, destinato a diventare il canale principale di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro

Più importante ancora è l’iniziativa, progettata l’anno scorso e in avvio a settembre, che prevede la sperimentazione del nuovo modello di istruzione tecnica e professionale. Il Modello 4+2 compatta in un quadriennio i curricula della media superiore (tecnica, professionale e vocazionale delle Regioni) e si collega alla riforma della formazione superiore con la creazione delle Academy ITS. La nuova filiera formativa parte a settembre 2024. Le scuole che hanno risposto alla sollecitazione del Ministero dell’Istruzione dovranno gestire parecchie innovazioni: attivare un partenariato con una o più imprese, impegnarsi a progettare esperienze on the job (alternanza scuola-lavoro e apprendistato formativo a partire dai 15 anni), rafforzare le discipline STEM, porgere attenzione all’internazionalizzazione e alla didattica laboratoriale. Avranno la possibilità di produrre moduli formativi utilizzando competenze provenienti dal mondo delle professioni e dell’impresa grazie a contratti ad hoc, in modo da collegare l’attività didattica alle esigenze del territorio e all’evoluzione tecnologica

Il senso delle due iniziative è evidente, abbattere le barriere tra scuola e impresa, rendere i sistemi di istruzione e formazione più adeguati ai fabbisogni del mercato del lavoro, per promuovere l’occupabilità e l’acquisizione di nuove competenze. Migliorare l’accesso al mondo del lavoro per i giovani e gli adulti senza diploma, attraverso l’incremento della partecipazione all’educazione formale e a quella professionale.

 

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