Il coraggio dell'utopia

La scuola che può cambiare il mondo: un luogo di scoperta e meraviglia. Intervista a Elena Ugolini

La scuola come asset prioritario per la ripartenza dell’Italia. Ne ha parlato Elena Ugolini, Preside del Liceo Malpighi di Bologna, già membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, dal 2011 al 2013 Sottosegretario all’Istruzione nel governo Monti, in questa intervista curata da Marco Vergeat


Elena Ugolini

«La scuola può avere un ruolo determinante nell’educazione dei giovani. Può essere come l’acqua per i fiori, un luogo dove si può alimentare il potenziale dei ragazzi che spesso, fuori, non riesce a trovare nutrimento». Quando si parla del valore dell’educazione per i ragazzi e di chi, come gli insegnanti, ha il ruolo di intercettare «quel desiderio di vero, di bello e di buono che, alberga nei cuori degli studenti», Elena Ugolini, Preside del Liceo Malpighi di Bologna, già membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, ha le idee molto chiare. Laureata in Filosofia all’Università di Bologna, Elena Ugolini dal 2011 al 2013 è stata Sottosegretario all’Istruzione nel governo Monti. Ha curato l’approvazione delle linee guida che hanno dato l’avvio agli ITS, gli Istituti Tecnici Superiori (formazione terziaria non accademica parallela all’Università), il regolamento per il sistema di valutazione delle scuole italiane, le linee guida per l’alternanza scuola lavoro e la legge per l’apprendimento permanente. Proprio il mondo dell’istruzione rappresenta oggi un asset prioritario per la ripartenza del Paese. Della rilevanza e delle prospettive di questo “ecosistema” abbiamo parlato in questa lunga intervista.

Nel mondo attuale dei social network, di Instagram, dei tatuaggi, della conoscenza superficiale, ma a portata di mano, la “messa in scena”, la rappresentazione di sé rischiano di generare nei ragazzi identità apparenti e illusorie. Come può la scuola offrire un’esperienza significativa che li aiuti davvero nel loro percorso di crescita?

Parto da un dato numerico. Noi entriamo nel sistema scolastico a sei anni e ne usciamo a diciannove, in questi tredici anni passiamo almeno mille ore all’anno a scuola. Qual è il peso che possono avere migliaia di ore vissute in un determinato ambiente, in anni fondamentali per la crescita di una persona? Questo conto me l’ha fatto fare una ex alunna che negli anni ‘90 era venuta in presidenza a chiedermi un appuntamento: “Ho bisogno urgentemente di parlarle”, mi disse. Io pensavo a qualcosa di grave, invece voleva vedermi solo per manifestarmi il suo disappunto: “Perché devo sprecare mille ore all’anno a scuola?! Sono mille ore della mia vita a cui si aggiungono le 563 che devo usare, in media, per fare i compiti e studiare. Perché devo farlo?”. “Il termine scuola viene dal greco skholé – ho replicato -. Originariamente skholé significa “tempo libero”, un tempo, infatti erano pochi quelli che potevano studiare per dedicarsi alla scoperta della bellezza, del vero, del bene. Noi abbiamo la fortuna di poterlo fare”. Non l’ho convinta del tutto, ma ha continuato a studiare ed ora è un bravo medico che si ricorda ancora di quei 5 minuti in presidenza. In questi anni sono ritornata tante volte su quell’ episodio che ho raccontato in un TED talk e mi sono sempre più convinta che se in queste mille ore di lezione non accade qualcosa che sia in grado di intercettare le domande di fondo e le attese dei ragazzi queste rimangono solo parole. Per questo motivo è essenziale che a scuola si creino le condizioni che permettono alle domande di riaffiorare, all’attrattiva verso il vero e verso il bello di riattivarsi, che consentano al silenzio dell’ ascolto reciproco di interrompere quel rumore di sottofondo a cui i ragazzi e anche noi siamo costantemente sottoposti. La prima condizione   perché questo accada è che questo tempo sia significativo, prima di tutto per noi adulti. I ragazzi sono il nostro specchio. Se un insegnante entra in aula annoiato, demotivato, per i ragazzi quella lezione sarà sicuramente da dimenticare.

Come molti della mia generazione ricordo che la condizione economica dei nostri professori non era troppo differente da quella attuale, tuttavia essi sentivano di avere un ruolo sociale importante. Mi sembra di percepire oggi un gap tra il riconoscimento che gli insegnanti si attendono e percepiscono dalla società e l’enorme responsabilità che comporta il loro ruolo effettivo nella costruzione di una relazione pedagogica. Lei che ne pensa?

Vedo che i professori preparati e appassionati, capaci di costruire una relazione educativa, sono contenti e fieri del lavoro che fanno. Hanno la consapevolezza che il loro apporto alla crescita dei loro alunni è fondamentale. Anche perché i ragazzi di oggi non sono molto diversi da come eravamo noi. Se li intervistassimo ci parlerebbero di alcuni insegnanti disastrosi, perché incapaci di trasmettere qualsiasi tipo di bellezza e interesse, ma ci nominerebbero anche insegnanti capaci di appassionarli, in grado di far loro comprendere il valore delle cose e aprire, a volte inaspettatamente, finestre sul mondo che prima erano chiuse. I professori bravi sono gratificati dal loro lavoro per i ritorni che hanno dai loro studenti e sono consapevoli del peso enorme di quello che fanno, sono arrabbiati perché a volte hanno dei dirigenti incapaci di guidare le scuole dove insegnano, colleghi che “non remano nella stessa direzione” e non sono valorizzati dal punto di vista contrattuale. Il senso della   mancanza di riconoscimento la vedo soprattutto in quei docenti che fanno il proprio lavoro con trascuratezza, senza impegno e passione e non sono soddisfatti del rapporto con i propri studenti. Se io avessi la responsabilità di una riforma della scuola partirei proprio dai docenti, dalla modalità di formazione e selezione degli insegnanti. Da anni non abbiamo fatto nulla in Italia per valorizzare la figura del docente. Se l’obiettivo è che in ogni classe ci siano professori appassionati e capaci, dobbiamo creare un contesto che permetta di formarli e valorizzarli in modo sistematico. Dobbiamo far arrivare in cattedra persone in grado di sostenere il rapporto con i ragazzi dal punto di vista culturale, pedagogico ed educativo. Sembra scontato ma non lo è affatto.

Valorizzazione del ruolo, meccanismi di selezione efficaci e competenza sulle materie di insegnamento sono fondamentali, così come la conduzione di processi di apprendimento efficaci…

Insegnare è un’arte e occorre vedere sul campo se una persona ha i requisiti culturali, pedagogici e umani per farlo. In questi anni sono cambiate troppe volte le modalità con cui si introducono i giovani a questa professione. Dopo essere passati dalle scuole di specializzazione biennali per conseguire l’abilitazione volute da Berlinguer, siamo entrati nel periodo del tirocinio formativo attivo di un anno voluto dalla  Gelmini, a una legge approvata dal governo Renzi che metteva il periodo di formazione e di conseguimento dell’ abilitazione all’interno di un percorso di assunzione triennale (il PAS) per tornare  al concorso abilitante sul modello degli anni ‘80, voluto dal Ministro Bussetti che ha abrogato il PAS prima che fosse applicato. Dopo queste altalene che hanno soprattutto penalizzato i giovani, penso sia arrivato il momento di tornare a una strada chiara e semplice per introdurre alla professione del docente persone preparate e motivate. La possibilità di introdurre un tirocinio formativo a scuola durante la laurea magistrale per far conseguire l’abilitazione in parallelo alla laurea e lo svolgimento regolare di concorsi per un’assunzione che dovrebbe avvenire solo dopo un anno di prova serio potrebbe essere la strada. Nella mia scuola non cambierei nessun docente. Sono persone che abbiamo assunto dopo un anno di prova e di accompagnamento svolto da docenti senior. Sono persone che hanno dimostrato sul campo di essere in grado di svolgere un buon lavoro con gli studenti. Dovrebbe succedere così anche nella scuola statale dove esiste già un anno di prova, che, nei fatti, è solo teorico, perché tutti passano (o al primo o al secondo anno, nel caso di una prima bocciatura).

I presidi hanno la facoltà di influenzare il processo di selezione?

Nel mio caso sì perché sono preside di una scuola paritaria. Ma questa possibilità la potrebbe avere anche la scuola statale, sfruttando opportunamente l’anno di prova. Oggi i presidi possono dare una valutazione negativa su un insegnante, ma poi succede che i giudici del lavoro generalmente procedano al reintegro. Abbiamo un sistema garantista che a volte sembra dimenticarsi che la scuola è fatta per gli studenti non per distribuire posti di lavoro alle persone. Personalmente credo che vadano valorizzati gli insegnanti capaci, si debbano tutelare tutti i loro sforzi e tutto il loro impegno.

Ricordo un professore che alle scuole medie ebbe per me un ruolo determinante nell’avvicinarmi al mondo della comunicazione scritta e orale. Sicuramente, al di là delle sue competenze disciplinari e metodologiche, penso che a fare la differenza fosse la sua credibilità e la capacità di generare fiducia e una spinta all’emulazione. Per me rappresentava un modello. È questo che intende quando parla di relazione significativa e della necessità di mettersi in gioco non solo come insegnanti, ma anche come persone?

Assolutamente sì. Ricordo il primo giorno che sono entrata in classe, avevo 24 anni e insegnavo Storia e Filosofia. Mi sono trovata di fronte una quinta superiore e ho pensato: come faccio a farmi ascoltare? Nel rapporto con quella classe, nella prima ora di lezione, da una parte ero agitata perché avrebbero potuto mandarmi a quel paese, dall’altra avevo la certezza che comunque in quei ragazzi ci fosse la stessa domanda di bene e bellezza, la stessa curiosità che aveva portato me a studiare e successivamente a scegliere di insegnare. Senza la scoperta di un terreno comune è difficile avere una relazione significativa. L’alternativa è imporre con l’autorità e la forza quello che si deve fare, oppure lasciare andare le cose senza una guida. In tutti e due i casi il risultato è lo stesso: si perdono i ragazzi. In un rapporto educativo non può mancare l’autorevolezza di chi sa di avere qualcosa da comunicare, di avere un’esperienza da condividere e allo stesso tempo la coscienza di aver ancora tutto da riscoprire nel rapporto con i propri studenti. L’essere, il fare e il sapere sono strettamente intrecciati, soprattutto quando ci si rivolge a questa generazione che ha bisogno di essere agganciata, attirata, coinvolta. Solo a questa condizione si può chiedere di accettare la fatica del lavoro che si accompagna allo studio. Non servono insegnanti acrobati o clown, ma docenti capaci di coinvolgere gli studenti in un percorso di apprendimento.

La coerenza fra “essere, fare e sapere” per le giovani generazioni è più importante di quanto lo fosse per noi?

Ritengo di sì, perché questi ragazzi non lo danno per scontato. Devono vedere che esiste una corrispondenza fra quello che diciamo, quello che siamo e i nostri comportamenti. Ad esempio, se un professore parla della capacità di ascolto e poi lui stesso non ascolta, perde di credibilità. Forse è stato sempre così, ma a maggior ragione questo principio vale ora, quando ci rivolgiamo  ad una generazione che è continuamente distratta , “portata da un’altra parte”, una generazione che ha sempre i social come sottofondo. Con loro non bastano le esortazioni, devono capire che c’è un interesse vero   nei loro confronti. Serve l’esempio. I ragazzi ci ascoltano se abbiamo qualcosa di rilevante da dire, se vedono che siamo colpiti noi per primi da quello che insegniamo e se ci stanno a cuore. Questi giovani bisogna conquistarseli.

Lei parla di un “terreno comune” che si costruisce educando al desiderio del giusto, del vero e del bello. Fa riferimento a valori che hanno una componente di conoscenza e competenza, ma anche un lato che coinvolge la sfera delle emozioni. Possiamo affermare che ogni docente dovrebbe trasmettere l’aspetto valoriale di ogni disciplina e non solo quello strumentale?

Quando si dice che l’insegnamento è una missione, gli insegnanti si arrabbiano perché l’insegnamento è prima di tutto una professione. Ma parliamo di una professione dove la dimensione umana, affettiva e valoriale sono determinanti. È questa la porta d’accesso che permette anche la crescita dal punto di vista culturale e tecnico di quelli che saranno gli adulti di domani. Questo l’ho imparato dal mio vero maestro: Don Giussani che parlava di educazione come introduzione alla realtà e come scoperta di questo un terreno comune, di una chiave d’ accesso che permette di incontrare, conoscere ed amare tutto. C’è’ un altro grande educatore molto citato e poco seguito (Don Milani, ndr) che aiuta a capire l’importanza di questo “bernoccolo dell’umano” in un insegnante: «…se ognuno di voi sapesse che ha da portare innanzi ad ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l’ingegno per “farli funzionare”…cerchereste nel suo sguardo distratto l’intelligenza che Dio ci ha messo certo uguale agli altri…”. Non possiamo rassegnarci al fatto che tantissimi ragazzi rinuncino allo studio e vadano a finire in mezzo a una strada perché nessuno è riuscito a intercettarli. Per gli studenti bravi non è diverso. Anche per loro è fondamentale incontrare docenti capaci di appassionarli e non semplici addestratori. Quanti studenti con ottimi risultati si rinchiudono nelle loro camere o diventano cinici. Dietro questi fenomeni ci sono sempre problemi più profondi che non dipendono dalla scuola, ma la scuola in tantissimi casi può veramente fare la differenza. Solo così potrà recuperare il suo ruolo di ascensore sociale.

Nei processi educativi Lei riconosce un ruolo importante alla bellezza. Quanto conta? Vi è un riferimento anche agli ambienti scolastici?

Sono figlia di un pittore, sono cresciuta in uno studio dove colore, armonia, arte erano di casa. Mio padre ci ha sempre portato a vedere musei e opere d’arte da quando eravamo piccoli. Questa frequentazione della bellezza mi ha dato una sensibilità che mi è utile nel quotidiano, è un recettore che mi aiuta a distinguere tra una persona e l’altra, tra il vero e il falso, a distinguere il posticcio dall’autentico. So che forse non è un discorso alla moda, ma ho visto che la bellezza è una porta che apre alla verità. “L’infinto” di Leopardi apre alla verità e noi siamo fatti per un orizzonte che non si deve chiudere. La bellezza genera attenzione, stupore, positività. Noi abbiamo una scuola che è stata imbiancata otto anni fa e non c’è un segno sul muro. Per quale motivo? Perché essendo entrati in una scuola pulita e ordinata tutti sono indotti a rispettarla. La bellezza educa in modo semplice perché non è un discorso, ma un fatto.

La ricerca del vero implica un processo di scoperta a cui si accompagna un sentimento di meraviglia, i filosofi greci ce lo hanno insegnato. La scuola dovrebbe essere un luogo di scoperta?

Ogni ora di lezione dovrebbe essere un’ora di scoperta della verità. 2+2= 4 è solo esatto, il vero è qualcosa di diverso. È qualcosa di molto più grande di quello che si può conoscere ed immaginare. La verità non la si possiede, non la si finisce mai di scoprire, la si può solo avvicinare. Per questo si può creare un’alleanza tra studente e docente. Noi re-impariamo quello che sappiamo insieme ai nostri studenti. Loro se ne accorgono. Sono felici quando scoprono cose nuove e quando vedono che riescono a risolvere dei problemi che all’inizio pensavano insolubili. Sono grati quando qualcuno li aiuta a “vedere più in là”, a sciogliere i nodi. Sono assolutamente d’accordo, le parole chiave della scuola dovrebbero essere scoperta e interesse, sia per i ragazzi che per i docenti. Accettiamo la fatica del lavoro e dello studio in virtù della bellezza della scoperta. Sono fiduciosa rispetto al futuro perché sono convinta che la scuola potrebbe essere veramente la leva per cambiare il mondo. Basterebbe avere solo il coraggio di puntare sull’ essenziale.

 

 IL PERSONAGGIO

ELENA UGOLINI

Laureata in Filosofia all’Università di Bologna, Elena Ugolini è Preside del Liceo Malpighi di Bologna dal 1995. Dal 2011 al 2013 è stata Sottosegretario all’Istruzione nel governo Monti. Nell’ambito delle sue deleghe ha curato l’approvazione delle linee guida che hanno dato l’avvio agli Istituti Tecnici Superiori (gli ITS, il livello di formazione post diploma parallelo all’Università), il regolamento per il sistema di valutazione delle scuole italiane, le linee guida per l’alternanza scuola lavoro e la legge per l’apprendimento permanente. Membro della Fondazione Ducati, ha promosso numerose attività tra cui il laboratorio didattico “La Fisica in moto”. Insieme a Paolo Spada ha recentemente ideato “ABC live”, un progetto che ha lo scopo di far diventare “il piacere di imparare”, un’abitudine degli italiani.