Economie del futuro

Scuola e università: priorità per ridare ai giovani il diritto all’opportunità

Next generation

Se nel nostro Paese i giovani sono da anni bistrattati, chiamati “bamboccioni”, costretti a emigrare – all’estero – e definiti “sdraiati” o, nel migliore dei casi, indicati come incognite (generazione X, Y, Z), in questo ultimo periodo non sono certamente trattati, nel dibattito pubblico e anche in quello privato, con i guanti di velluto.

Foto di StockSnap da Pixabay

Dopo averli rinchiusi in casa in inverno, privandoli della possibilità di socializzazione e scambio che, insieme alle prerogative formative ed educative, le istituzioni scolastiche e universitarie rappresentano, relegati a cavie di ogni forma di sperimentazione della formazione a distanza durante la primavera e criticati e definiti incoscienti per l’umano desiderio di vita, incontro, e gioia – vivaddio- tipico della giovinezza durante l’estate, alle soglie dell’autunno appaiono come ombre silenti e ignorate sullo sfondo del dibattito sulla riapertura di scuole ed università e sull’uso del Recovery Fund che, ironia della sorte, è chiamato “next generation”. Con formaFuturi abbiamo avuto l’opportunità di approfondire queste tematiche con l’Onorevole Alessandro Fusacchia, membro della VII  Commissione (Cultura, Scienza, Istruzione).

Onorevole Fusacchia, tra le molte cose di cui si è occupato, lei è stato capo di gabinetto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini e oggi, come parlamentare di questa legislatura, è componente della VII Commissione Cultura, Scienza ed Istruzione: queste sono tematiche che nella sua esperienza politica e sociale tratta quotidianamente. Qual è la sua idea in proposito e cosa può annunciarci del suo impegno parlamentare sui temi della scuola e dell’università?

Sono anni che ci riempiamo tutti la bocca parlando di futuro dei giovani. Ci eravamo abituati a farlo però ai convegni del sabato e della domenica, mentre poi dal lunedì al venerdì continuavamo a fare politiche su tutt’altro, per tutti gli altri. Non è più tollerabile, e nemmeno sostenibile. Prima del lockdown avevamo appena iniziato a capire che lavorare per uno sviluppo sostenibile in questi prossimi dieci anni è l’unica cosa che conti. Non riguarda solo l’ecologia in senso stretto, riguarda la maniera in cui ambiente e impresa insieme diventano il cuore di una nuova crescita economica; il ruolo dell’innovazione; il contrasto alle nuove povertà e alle crescenti disuguaglianze. “Adesso abbiamo una grande opportunità”, dicono tutti: le risorse che arriveranno dall’Europa. Certamente vero. Ma servirà investirle sulle giuste priorità, e qui scuola, università e in generale formazione, non solo per i più giovani, saranno decisive. Ma conterà anche il come li investiremo. Dobbiamo garantire alle nuove generazioni il diritto all’opportunità: è il momento di far ripartire l’ascensore sociale. Su questo la scuola e l’università sono centrali.
Fondamentale l’attenzione su come riaprirle in sicurezza, ma serve iniziare da un confronto su come ammodernarle: cosa si insegna? Come integriamo didattica in presenza e didattica a distanza? Quale formazione per gli insegnanti? Come monitorare e intervenire per evitare che nessun alunno resti indietro e si perda? Cosa fare sul fronte della disabilità e del sostegno? Su questo la Commissione parlamentare di cui faccio parte può e deve dare dei segnali chiari nei prossimi mesi. Ci sono temi su cui stavo lavorando, che penso non siano passati di moda perché il Covid-19 ci ha imposto di ragionare su “ben altro”; anzi, riemergono nella loro attualità nel momento in cui non vogliamo tornare alla normalità di prima, che per tanti versi non era chissà che gran bel posto, ma sono centrali per costruire una società più moderna e giusta. Il primo può sembrare molto specifico e poco rilevante, e invece ha una portata enorme: il contrasto agli stereotipi di genere nei libri di scuola. Abbiamo depositato una proposta di legge su questo assieme agli altri colleghi iscritti a Movimenta e altri sempre di maggioranza. E poi io credo che serva anticipare l’obbligo scolastico a 3 anni. La socialità è fondamentale a quell’età, sarebbe molto importante per i bimbi, e pure per i genitori. Va bene discutere di banchi monouso e termoscanner, ma vorrei che riprendessimo un ragionamento non solo su domattina, ma anche su dopodomani.

Parlando degli investimenti sul futuro delle nuove generazioni, molti programmi nazionali sono finalizzati alla creazione di nuova impresa: “Yes Start Up” e “Resto al Sud”, giusto per citarne un paio. Tuttavia, nella scuola e nell’università nulla, o quasi, è fatto per preparare le giovani donne e i giovani uomini a questo sbocco. L’imprenditorialità, a partire dal “Libro Verde Europeo” del lontano 2003 per arrivare alla “Nuova Agenda di Competenze per l’Europa” del 2016, è considerata una delle competenze chiave e trasversali, eppure, salvo esperienze sporadiche e volontaristiche di qualche istituzione formativa, appare totalmente ignorata nei programmi di studio. Dovremmo forse investire di più in questa direzione? Il nostro Paese si è risollevato dalla grande crisi alla fine della II guerra mondiale, anche grazie allo spirito imprenditoriale che ha saputo dimostrare e che oggi sembra sia stato dimenticato.

Sono molto d’accordo. Quasi dieci anni fa sono rientrato in Italia da Bruxelles proprio per occuparmi di giovani, innovazione e imprenditorialità. Grazie alla determinazione dell’allora Ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, il Paese si dotò di una prima legge sulle start up. Io coordinavo per conto del Ministro la task force di “policy angels”, come mi piaceva chiamarli, che elaborò il rapporto “Restart Italia!” da cui poi nacque la legge. Ci dedicammo soprattutto al lato dell’offerta: come lo Stato poteva offrire condizioni migliori a chi voleva fare nuova impresa innovativa: burocrazia, accesso ai capitali, e tutto il resto. Mi sono reso conto, negli anni che seguirono, che serviva però fare anche di più sul lato della domanda, vale a dire assicurare che tanti giovani sviluppassero predisposizione e capacità per avviare impresa. Quando andavo a scuola io l’idea di fare l’imprenditore – a meno di averne già uno in famiglia – non era contemplata. Al massimo pensavi di fare l’avvocato, il medico, il giornalista. Non era tra le lauree che potevi scegliere, nelle imprese se andava bene e riuscivi a fare carriera ci andavi a fare il dirigente o il manager. Molto è cambiato da allora, anche perché abbiamo cominciato a capire che il lavoro non solo si cerca ma sempre più si crea, che ci sono tanti lavori belli e stimolanti che non esistono e allora devi inventare tu il lavoro che stai cercando.
Ma abbiamo pure capito che non è tutto rose e fiori, che non funziona che ti chiudi una settimana in garage o in soffitta e dopo una settimana ne esci milionario. Quando sono stato al Ministero dell’Istruzione come capo di gabinetto abbiamo spinto molto perché lo sviluppo dello spirito imprenditoriale entrasse tra le priorità della scuola. Facilitammo l’ingresso nelle scuole di tante realtà anche associative che si occupavano di questo, e inventammo l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria. Ci ritrovammo con tanti limiti in fase di attuazione, ma questo non vuol dire che bisogna tornare indietro, invece che correggere il tiro. Credo che tutto quello che si trova all’intersezione tra scuola, università, ricerca e cultura – sarà ora di dare al Paese una legge ambiziosa sulle imprese culturali e creative? – tutto questo debba diventare prioritario se vogliamo non solo consentire alle persone di riuscire di casa, ma di rimettersi in cammino.

È reduce da un incontro del 30 agosto scorso con le giovani donne e i giovani uomini riunitisi a Ventotene per il Seminario 2020: “Il federalismo in Europa e nel mondo. Dall’Unione monetaria agli Stati Uniti d’Europa”. Ha avuto un bel confronto con loro e li ha lasciati con un bellissimo messaggio finale. Ce ne vuole parlare?

Credo in un’Europa unita, sono nato italiano, spero di morire europeo. Considerare un domani i portoghesi o i tedeschi come oggi, da reatino e quindi da laziale, considero i veneti o i pugliesi. Credo sia la sfida più ambiziosa che hanno la mia e le generazioni più giovani. Il mondo è diventato un luogo piccolo e complicato, e io credo che gli europei possano ancora dare l’esempio, lavorando allo sviluppo sostenibile e a costruire uno spazio di cittadinanza piena, di solidarietà e tolleranza, dove ogni giorno ci si alza con l’obiettivo di rimuovere una disuguaglianza e di costruire una opportunità. Alle ragazze e ai ragazzi di Ventotene ho detto in particolare di non pensare troppo alle architetture istituzionali, ma alla battaglia che vogliono portare avanti. A quale ingiustizia vogliono combattere, e a come farne una battaglia in tutto il continente. Lato mio, nei prossimi mesi lavorerò con altri colleghi di parlamenti nazionali di tutta l’Ue per costruire una rete che sostenga battaglie dal basso e metta anche una sana pressione sui governi nazionali. Ho pure detto, in chiusura, che la parità di genere è un tema che non dobbiamo lasciare alle donne, come se riguardasse solo le donne e non il progresso civile, sociale e lo sviluppo economico di tutta la società. Tanti uomini devono essere meno indifferenti alla questione della parità di genere, e mi piacerebbe che tanti dei ragazzi di Ventotene sentissero che questa è anche la loro battaglia.

 

Il personaggio

Alessandro Fusacchia, nato a Rieti nel 1978, è deputato della Repubblica. Membro della VII Commissione, si occupa di scuola, università, ricerca, cultura e sport. Alla Camera ha ugualmente promosso la costituzione dell’Intergruppo parlamentare sull’Intelligenza Artificiale e iniziative sulla parità di genere e l’empowerment femminile. Fa parte della piattaforma politica Movimenta. Dal 2014 al 2016 è stato capo di gabinetto del Miur. Prima di candidarsi alle elezioni politiche del 2018 nella circoscrizione estera “Europa”, ha lavorato per istituzioni europee e ministeri italiani, occupandosi di governance economica internazionale, start up, attrazione di investimenti dall’estero. Ha un PhD dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Ha pubblicato tre romanzi e saltato col paracadute.

Correlati