Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Ancora in mezzo alla tempesta, ma all’orizzonte le luci di una nuova alba

Orizzonti possibili

Il capitale umano delle aziende sembra esausto. Durante i due lunghi anni della pandemia le persone hanno dato prova di reazione, resistenza e resilienza, ma ora sembrano affiorare affaticamento, stress, smarrimento, fragilità e paura. Con l’esplosione forzata dell’home working si è registrata una crescita di produttività del lavoro (non dovunque e finora più percepita che oggettivamente misurata), ma a scapito di persone che nell’ultima ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano (1) dichiarano oggi di sentirsi overworked (54%) e feel exausted (39%); e secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) i disturbi di ansia e depressione sono aumentati del 25% (2).

Qualcosa sembra essersi rotto nel rapporto tra le persone e il loro lavoro: per alcuni la rottura con il proprio passato si è tradotta in scelte di cambiamento radicale di lavoro e finanche di professione. Ha fatto la sua comparsa anche un nuovo fenomeno: la great resignation. Altri vorrebbero cambiare lavoro ma aspettano l’occasione propizia; qualcuno vorrebbe cambiare ma non può permettersi di correre il rischio: complessivamente sembra che oltre il 40% delle persone che lavorano stia cambiando lavoro o comunque vorrebbe farlo se ce ne fosse l’occasione, o se solo potesse, e meno del 20% delle persone che lavorano si dichiara pienamente ingaggiato con il proprio lavoro (1).

Con la pandemia vita privata e lavoro si sono fuse e sono diventate un tutt’uno e dopo la pandemia sembra essersi creato un senso di vuoto tra le persone e il loro lavoro: non solo ci siamo persi il tempo e lo spazio, nelle dimensioni che vanno oltre la fisica materialità, ma con esse sembra emergere un’assenza di prospettiva e di senso. Le persone sembrano aver perso o quantomeno appannato la fiducia nella narrazione liberale che ha accompagnato le generazioni che hanno caratterizzato il mondo del lavoro almeno negli ultimi 40 anni, e ancora non si vede all’orizzonte una nuova narrazione sulla quale aggregare, mobilitare, dare nuovo senso e generare fiducia.

E le aziende? Sorprese e impreparate. Prima della pandemia hanno timidamente e tardivamente iniziato a capire che il modello liberale dei mercati globalizzati cominciava a evidenziare rischi di tenuta e segnali di sgretolamento, dopo la crisi finanziaria del 2008 e lo sviluppo impetuoso di internet e delle tecnologie digitali.

Ma pensavamo davvero di poterci cullare nell’illusione che bastasse annunciare un “Nuovo Manifesto” che teorizza un nuovo modello di sviluppo sostenibile dipinto di green e inclusione, iniettare nelle politiche di gestione del personale dosi massicce di smart working e riscoprire spesso con approccio tattico il welfare aziendale   per tenere le persone ingaggiate dopo il trauma pandemico, per tenere in azienda i talenti e per attrarre le giovani generazioni?

I fatti e i dati dei fenomeni che osserviamo nelle aziende e sul mercato del lavoro ci dicono che oggi – o almeno in questo momento e probabilmente ancor più in futuro e per le nuove generazioni- solo questo non basta più!

Le persone oggi hanno rimesso in discussione e stanno ripensando la loro scala di valori, nella vita come nel lavoro: i modelli e i mantra che hanno accompagnato gli ultimi 40 anni, basati sulla massima competizione individuale sottesa al  fenomeno conosciuto e spesso idolatrato come  “la guerra dei talenti”,  sul mito della possibilità per chiunque lo volesse e si impegnasse a fondo di agganciare l’ascensore sociale – lo “Yes I can”- o di avere successo e fare carriera – lo “stay hungry”–  non convincono più o quantomeno non completamente. Stanno forse lasciando il posto a nuovi valori e modelli che cercano  un’idea (o un ideale?) di lavoro diversa dal passato,   un nuova  narrazione di senso in cui credere ed ingaggiarsi?

È un’idea di lavoro in cui le persone sembrano cercare innanzitutto un weelbeing che sappia tenere insieme benessere fisico-mentale e benessere relazionale sociale: oggi diremo piuttosto uno “stay closer”, che si prenda cura delle persone individualmente e collettivamente, così come del benessere del pianeta in cui viviamo, con approccio autenticamente olistico.

Un lavoro che sappia anche riscoprire una dimensione di valore collettivo sostenibile nel tempo e per la comunità, e che vada oltre la dimensione del mero profitto e del successo nella propria carriera professionale come l’abbiamo intesa finora.

È un’idea di lavoro in cui si possano trovare spazio e valore e dove ci sia la possibilità di recuperare anche un tempo per la riflessione, le relazioni sociali e le emozioni. Andiamo alla ricerca di un equilibrio che vada oltre la tensione assoluta verso l’efficienza e la velocità che hanno dominato e dominano tuttora la quotidianità della vita lavorativa. Si tratta di un nuovo equilibrio che va anche oltre la preponderante fiducia nelle umane capacità cognitive e scientifiche e nelle conoscenze tecnologiche come chiave prevalente di soluzione ai problemi  quotidiani, nel lavoro come nella vita personale,  nei sistemi educativi e in quelli di formazione manageriale delle classi dirigenti.

Quelli che emergono oggi nelle aspettative delle persone sono valori che ci siamo persi per strada, confidando ciecamente nei modelli economici e sociali di assoluta impronta liberista e individualista.

Possono ora le aziende pensare che tutto questo nuovo sentire delle persone, questi nuovi bisogni e aspettative siano solo un malessere temporaneo e passeggero, l’effetto post-trauma della pandemia?  E come rispondere a queste emergenti aspettative?

È giunto il tempo per riscoprire il senso autentico del fare impresa. Un fare impresa non più orientato a una mera economia di consumo ma a un economia sostenibile e socialmente responsabile: un’economia di  rigenerazione; un modo di fare impresa che consenta all’impresa stessa  di “essere comunità”, “per” e “tra” la comunità, che sappia vincere il rischio di un’inesorabile  deriva pauperistica dei livelli  economici e sociali raggiunti nella civiltà occidentale dopo i conflitti del secolo scorso. Una deriva   il cui conto più salato rischia di gravare sulle future generazioni.

Ed è questo il tempo per mettere davvero e autenticamente al centro del lavoro le persone e il loro benessere in tutte le sue dimensioni, senza scadere nelle obsolete e inefficaci pratiche paternalistiche; e non da ultimo, è anche il tempo per tenere insieme scienza, tecnologia e arti liberali nella costruzione del pensiero delle future classi dirigenti.

Se sapremo davvero fare questo, forse avremo ancora il tempo, ma non molto, per salvare anche il modello di sviluppo neo-liberista, che potrà rigenerarsi e sopravvivere, ripensato e riorientato nella sua scala di valori e finalità: perché in fondo oggi nel mondo, all’orizzonte non si vede ancora una chiara e migliore alternativa a questo modello di sviluppo economico, sociale e politico.


Note:

1 Fonte Osservatorio Innovation Practice Politecnico Milano e Doxal Base – primavera 2022

2 Fonte OMS Mental Health and Covid 19: early evidence of the pandemic impact: Scientific brief (2 marzo 2022)

 

 

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