Economie del futuro

Una grande alleanza per il XXI secolo. Una conversazione con Luciano Floridi

La pandemia di Covid-19 ha spinto l’Italia verso una digitalizzazione sempre più marcata. In questi mesi abbiamo vissuto un’accelerazione strettamente legata all’emergenza. Gli ambienti virtuali ci hanno consentito di portare avanti tante nostre attività che altrimenti sarebbero state totalmente bloccate dal virus, mentre l’e-commerce è diventato un fenomeno di massa. Quello che abbiamo vissuto è stato un autentico salto, destinato a cambiare per sempre abitudini consolidate. Di questo e di come l’innovazione sia legata a doppio filo con il tema della sostenibilità abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Luciano Floridi, Professore Ordinario di Filosofia ed Etica dell’Informazione dell’Università di Oxford. Un pensiero che il filosofo ha approfondito nel suo libro “Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica”, uscito nel maggio del 2020, teorizzando una società in cui le politiche verdi (economia green e circolare) e politiche blu (economia digitale e dell’informazione) possano lavorare insieme per cambiare in meglio la qualità delle relazioni umane e dei processi, per andare verso un superamento di un mondo guidato da dannose politiche consumistiche.

Questo profondo rapporto con la tecnologia digitale che nel nostro Paese si è affermato con l’emergenza sanitaria in che modo potrà influenzare modelli sociali e organizzativi, d’impresa e di consumo, orientandoli nella direzione di uno sviluppo sostenibile?

La pandemia ha avuto sulla digitalizzazione un impatto quasi brutale. C’è stato uno strappo, soprattutto in un Paese come l’Italia, molto indietro rispetto alla digitalizzazione. Di questo salto, in certi casi anche doloroso – pensiamo all’impatto della didattica a distanza – si sentiva comunque il bisogno. Come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere. Certo, avremmo potuto affrontare questo cambiamento in modo più graduale e con una maggiore pianificazione nel decennio scorso, è un po’ triste se pensiamo a come è avvenuto, ma si trattava di un passaggio necessario. Quella che si è affermata oggi è soprattutto la consapevolezza della necessità di essere digitali che era in parte già presente, ma a macchia di leopardo, mentre ora è qualcosa di diffuso. Sulle conseguenze di questo processo – uno dei pochi effetti positivi della pandemia – possiamo dire che questa digitalizzazione è un punto di non ritorno, anche perché quando certi benefici sono stati sperimentati non si torna più indietro. Vanno poi presi in considerazione anche i vantaggi dal punto di vista di chi offre servizi e prodotti, pensiamo ad esempio al mondo dell’e-commerce. Questo è il futuro per come lo possiamo prefigurare adesso. Poi c’è l’auspicio, quello che secondo me dovrebbe accadere. Questo punto di non ritorno non rappresenta un cambiamento uniforme, non coinvolge nel medesimo modo tutti i settori, non dobbiamo immaginarci un fronte unico. Quello che sarebbe bello veder accadere è per prima cosa un approccio un po’ più sistemico al fenomeno. Le aziende non possono essere lasciate da sole di fronte a questa rivoluzione. Il secondo punto, invece, riguarda l’utilizzo di una leva come la digitalizzazione per puntare a un migliore presidio dei mercati internazionali. L’e-commerce è fatto soprattutto dalla competizione sull’estero. L’Italia è talmente indietro che, a voler vedere l’aspetto positivo, c’è tantissimo da fare. Un Paese che vive così tanto di esportazioni ha sostanzialmente un bacino intonso verso il quale sviluppare il proprio business. E anche in questo caso il Sistema Italia dovrebbe aiutare. Se noi avessimo già un e-commerce di grande successo oggi sarebbe un guaio, invece abbiamo un enorme spazio di crescita. Ci sono grandi opportunità per le nostre piccole e medie imprese: l’idea che per poter esportare sia necessario essere una grande multinazionale è novecentesca. Oggi si può essere internazionalmente rilevanti anche avendo dimensione ridotte, perché se sei lo specialista di un determinato prodotto, riconosciuto a livello globale, puoi venderlo in tutto il mondo. E la stessa flessibilità e agilità che il digitale richiede è nella natura delle pmi.

Ma proprio le pmi, rispetto alle grandi aziende, sentono ancora di più la necessità di essere supportate in questo processo, di essere parte di una rete… chi può dargli una mano in questo senso?

È vero, ma proprio per questo motivo è necessario rimboccarsi le maniche a livello di sistema sociale, prima ancora che a livello politico. A me piace l’idea che si possa creare un consorzio di buone imprese, importanti, italiane, o comunque basate in Italia, che investano risorse per supportare la piccola e media impresa. Una realtà che possa accompagnare le aziende nel processo di trasformazione digitale, in questo passaggio da un territorio analogico a un orizzonte 100% Onlife. È quella che si chiama ecologia di sistema, ma per attivare certi processi serve lungimiranza. Un’iniziativa di questo tipo favorisce l’affermazione di un ecosistema che alla fine porterebbe un grande beneficio proprio al business di chi vi ha investito. Ma attenzione, è essenziale mettere in moto attività sistematiche. Immagino una coalizione delle aziende per il digitale che tengano per mano dal primo all’ultimo giorno le pmi nel processo di digitalizzazione. In Italia c’è un disperato bisogno di questo tipo di supporto che non si limita alla formazione, ma si traduce in una consulenza a lungo termine che aiuti le aziende a modificare il proprio DNA e che favorisca l’affermazione di nuovi processi organizzativi e di nuovi business model.

L’innovazione digitale che impatti genererà sul futuro della Higher Education e della Formazione Manageriale che va sempre più nella direzione del Life Long Learning?

Lo abbiamo già visto in passato e in altri luoghi. L’idea che questa formazione debba essere continua e ibrida, anche nelle modalità di erogazione, è ormai consolidata. Una cosa pericolosa di questo passaggio è rappresentata dalla tentazione di cadere nel performativo. Vanno evitate le imposizioni, fare una cosa perché si deve. In certe scelte non si può prescindere da due elementi: la volontà di organizzare una cosa seria si deve incontrare con una platea che abbia il desiderio di apprendere qualcosa. Imporre dall’alto verso il basso non solo non serve a nulla, ma genera delle frizioni all’interno delle imprese: questo si traduce in spreco di energie e tanto fastidio nel management. Non si può pensare poi di applicare le regole del mondo analogico a modalità di formazione digitali o ibride. Il digitale è per sua natura interattivo, se lo utilizziamo come la Tv non abbiamo capito nulla. Questa è una tentazione alla quale dobbiamo resistere. Non è sufficiente cambiare medium, ma è fondamentale modificare le modalità di interazione.

La riduzione del nostro impatto ambientale passa necessariamente da Big Data e Intelligenza Artificiale o dalla capacità che hanno le Persone nell’utilizzare Big Data e IA?

Credo che si debba superare questo aut aut. Le tecnologie ci danno la strumentazione necessaria, ma è il come le usiamo e il come le gestiamo a renderle sufficienti. La tecnologia da sola non basta, ma è necessaria per fare la differenza. Ma tutto questo è insufficiente se mancano la governance, la policy giusta, una legislazione corretta, le buone abitudini a livello individuale… insomma incide tutto quello che facciamo dal piccolo al macroscopico, dalla singola persona ai governi. Oggi abbiamo poco di entrambi gli elementi. Abbiamo poco lavoro fatto dalla tecnologia per l’ambiente e ancora troppo poco lavoro fatto dalla società per l’ambiente. In questo si potrebbe vedere, un po’ come ne “Il verde e il blu”, una grande alleanza per il 21° secolo, un’immensa opportunità anche perché da questo incontro chi se ne avvantaggia è proprio il business. Queste scelte fanno bene anche al mondo imprenditoriale: significa più opportunità di investimento e di profitto da un lato e più qualità della vita dall’altro. Le politiche green non devono essere interpretate come un sacrificio. Con una piccola analogia possiamo dire che siamo passati dallo stare a dieta a cambiare dieta: non più rinunce, ma un’alimentazione migliore nel gusto e che ci fa stare meglio. L’idea dell’ambientalismo, del fare bene da un punto ambientale, deve essere qualcosa in grado di generare profitto. È necessario modificare il business model, impostandolo sulla circolarità dell’economia. Ancora tante aziende vivono sulla linearità, basano il profitto su un consumo rinnovato e non riciclato, rovesciando i costi sulla collettività o l’ambiente. Ma persino questi mondi, ancorati a vecchi modelli, stanno avendo un ripensamento. Va rivisto tutto il sistema della produzione. Circolarità significa fare di più con meno, avere più successo con quello che si fa, e migliorare quello che si fa, tre cose che significano efficienza, efficacia e innovazione, che poi sono le qualità che io personalmente attribuisco al digitale. Ed è sulla terza gamba di questo sgabello, quella dell’innovazione, che bisognerebbe mettere più pressione, per fare le cose diversamente rispetto al passato.

La dimensione “Onlife” è sempre l’ambiente in cui viviamo, uno spazio in cui noi sviluppiamo noi stessi. C’è un tema di regole per rendere “sostenibile” anche questo nuovo habitat? I manager e i leader d’impresa quali mindset e vision devono sviluppare per affrontare questa sfida?

Anche in questo caso credo si debba guardare a questa trasformazione da un punto di vista sistemico e pensare che le nostre “interazioni” con ciò che ci circonda sono sì in parte regolamentate dalle leggi e dalle normative, ma sono anche condizionate da tutta una serie di buoni comportamenti che vanno molto oltre la legislazione. Buone pratiche che fanno parte del mindset del bravo manager, un leader che da una parte si assicura che la conformità alle norme sia completa, ma poi è capace di andare molto oltre, guardando al bene di quello che è l’autentico capitale dell’azienda, quello umano. Ciò significa avere capacità di mediazione e intuizione. Questo è il mondo dell’etica che ti dice “cosa fai tu oltre e di più rispetto a quello che è richiesto dalle normative?”. Qui si vede la differenza fra il buon manager e quello che semplicemente gestisce. Un approccio che spinge all’affermazione di una collocazione delle aziende nel mondo che sia a rete. Finché vediamo il business come un meccanismo, fatto di componenti che di per sé sono sussistenti e che aggregandosi fanno qualcosa di più grosso, siamo ancora nel ‘900. Se invece guardiamo ai sistemi a rete, dove ogni elemento è fatto dalle relazioni che si hanno con gli altri elementi dell’ecosistema, ci muoviamo in uno scenario nuovo, dove un ruolo centrale lo ha la fiducia.

La green economy passa anche da una presa di coscienza che non può prescindere da un tema culturale ed educativo. Come si afferma questa consapevolezza che promuove un nuovo modo di stare al mondo?

Le nuove generazioni hanno già questa consapevolezza e comprendono anche che lo scontro fra la natura e tecnologia è superato. Siamo passati da tecnologie analogiche che hanno fatto male al mondo, alla natura, a tecnologie digitali che possono aiutare tantissimo l’ambiente. Ecco queste sono cose che i giovani sanno benissimo, ma che vanno spiegate ai cinquantenni. Prima o poi arriveremo al giusto equilibrio, ma purtroppo non abbiamo tempo. Per questo secondo me bisognerebbe dare un aiuto alla trasformazione culturale intervenendo a livello legislativo per aiutare la società ad andare nella direzione giusta. Per tale motivo sono favorevole a misure di tipo normativo “green” che possano accelerare questo cambiamento. Noi stiamo correndo contro l’orologio, come si dice in inglese. Il conto alla rovescia è partito. Ed è importante anche il ruolo dei mass media che hanno una responsabilità enorme nel favorire un cambio di mentalità: la comunicazione ambientale deve diventare capillare e permeante.

L’abbattimento del muro fra online e offline cambierà anche il modo di fare politica e il rapporto fra cittadino e rappresentati istituzionali? In questo scenario come si inseriscono le “idee ingenue” da lei citate nel suo libro “Il verde e il blu”?

È cambiato da tanto tempo. Dalla prima elezione di Obama. L’impatto del digitale sulla politica è addirittura precedente, ma con lui dodici anni fa ha avuto un riscontro planetario. Obama è stato capace di utilizzare i mass media in modo intelligente, come del resto dopo di lui ha fatto Trump, anche se magari ci piace di meno. In Italia il Movimento 5 Stelle ha anticipato gli altri partiti, con un utilizzo molto scaltro e strumentale della rete. Secondo me la buona applicazione del digitale alla politica consisterebbe in operazioni che noi facciamo ancora molto male da un punto di vista analogico: sentire le persone e capire dove stanno davvero i problemi e poi, partendo da quanto raccolto, fare co-design delle soluzioni. Attualmente la politica preferisce utilizzare il digitale per agire a valle e non a monte, facendo propaganda (oggi si chiama disinformazione) e mettendo il cittadino di fronte ad opzioni calate dall’alto, un modus operandi che toglie potere alle persone fingendo di darglielo. Bisogno invertire questo processo: grazie al digitale dobbiamo risalire dalle opzioni a valle per arrivare a monte alle scelte condivise. La democrazia può trarre beneficio da questo coinvolgimento, ma si deve passare da una consultazione costante della società civile per disegnare insieme le soluzioni. Una delle idee ingenue che indicavo nel mio libro è proprio il co-design delle scelte. Purtroppo, attualmente non stiamo andando in questa direzione.

Anche la formazione manageriale dovrebbe prestare più ascolto al contesto in cui opera e imparare a fare co-design…

L’inglese usa una parola sola, “waste”, per coprire diversi concetti. Questo vocabolo indica un’occasione mancata, ma allo stesso tempo viene utilizzato per indicare lo spreco e il rifiuto, inteso come immondizia. Ecco, il manager nella sua azione deve essere bravo a comprendere dove sta il “waste”, nella sua triplice accezione. Le opportunità mancate sono “waste”, le opportunità che avevi e hai sprecato sono “waste” e le risorse che hai buttato e non hai riutilizzato sono “waste”. Se applichiamo questo concetto al capitale umano si comprende come nella gestione aziendale ci possano essere occasioni mancate, sprecate, o buttate… Il “waste” può diventare così la base per rilanciare la propria azienda, perché è lì che ci sono grandi opportunità di sviluppo.

Il personaggio
Luciano Floridi è Professore Ordinario di Filosofia ed Etica dell’Informazione all’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab dell’Oxford Internet Institute. È inoltre Turing Fellow e Chair del Data Ethics Group dell’Alan Turing Institute, l’istituto britannico per la Data Science e l’Intelligenza Artificiale. Dei suoi libri Cortina ha pubblicato: “Il Verde e il Blu – Idee ingenue per migliorare la politica” (2020); “Pensare l’Infosfera –La filosofia come design concettuale” (2019); e “La Quarta Rivoluzione – Come l’infosfera sta trasformando il mondo” (2017).