Il coraggio dell'utopia

La lezione della scienza. Dialogo con Fabiola Gianotti

Un laboratorio di pace e progresso. Non c’è definizione migliore per raccontare il CERN di Ginevra, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare nata nel 1954 con lo scopo di fornire ai ricercatori gli strumenti necessari per la ricerca in fisica delle alte energie. Un luogo dove scienziati provenienti da tutto il globo lavorano gomito a gomito, uniti da una missione comune: scoprire le forze che regolano l’universo e comprendere i segreti della materia di cui è fatto.

Fabiola Gianotti

Questa realtà unica al mondo, dislocata fra Svizzera e Francia, ospita una comunità di oltre 18 mila ricercatori e professionisti che ogni giorno non solo si impegnano nella ricerca pura, ma che contribuiscono a spostare in avanti le frontiere della tecnologia e, in nome della passione per la scienza, favoriscono la collaborazione fra le nazioni, con un’organizzazione basata sulle competenze, la collaborazione e il rispetto. Il CERN rappresenta anche un esempio virtuoso di sinergia fra pubblico e privato che, grazie alla collaborazione con importanti aziende in numerosissimi settori, ha portato allo sviluppo congiunto di tecnologie a elevate performance da utilizzare per la ricerca di base nella fisica con applicazioni anche ad altri ambiti della società. A coordinare questa macchina complessa Fabiola Gianotti, nominata Direttrice Generale del CERN nel 2016 e rieletta per un secondo mandato, “prima assoluta” nella storia dell’organismo intergovernativo, nel novembre del 2019. Questa intervista rappresenta una sintesi della conversazione avvenuta con lei lo scorso 9 luglio, durante la XVIII Giornata della Formazione Manageriale ASFOR. L’occasione è stata quella del conferimento dell’ASFOR Award for Excellence, il riconoscimento promosso dall’associazione con l’obiettivo di celebrare profili professionali di eccellenza nel campo del management.

Dal suo osservatorio Lei ha un angolo visuale veramente molto ampio sull’evoluzione della scienza, a suo avviso quali sono oggi le frontiere veramente rilevanti per il futuro della ricerca scientifica?

Innanzitutto, ringrazio ASFOR per questo premio: è il primo nella mia carriera non legato in senso stretto alla fisica. Per quanto riguarda le frontiere più rilevanti, si corre il rischio di non nominare ambiti importanti, però se dovessi sceglierne tre citerei per prima la fisica fondamentale, che include non soltanto la fisica delle particelle, ma anche la fisica astroparticellare, la cosmologia e tanti altri campi. Quando guardiamo il cielo stellato la sera, vediamo le galassie, le stelle e i pianeti; ma questo è soltanto il 5% di quello che l’universo contiene. Il 95% dell’universo è infatti fatto di forme di materia e di energia di cui non conosciamo né l’origine né la composizione e che per questo motivo chiamiamo “materia oscura” e “energia oscura”. Oggi si parla molto del “dark universe”: capire l’universo oscuro è un target molto importante in fisica fondamentale e un focus legato alla conoscenza di base del funzionamento della natura.
La seconda frontiera è l’energia: non soltanto gli studi sulle energie alternative, ma in particolare la fusione nucleare, che potrebbe essere un modo di produrre energia in quantità elevatissima senza scorie nucleari.La terza è la life science, quindi gli aspetti più legati alla vita e in generale alla ricerca in campo biologico e medico. È molto importante che la scienza venga sostenuta con fondi adeguati, in tutti i suoi aspetti. In questo periodo, a causa della crisi Covid, la scienza sta vivendo un momento di prominenza. I Governi ascoltano i consigli di comitati scientifici, e i cittadini si interessano al parere di eminenti virologi, immunologi, epidemiologi. Tutti sanno oggi che cosa è una crescita esponenziale, prima del Covid solo gli esperti lo sapevano. È bello vedere che la scienza ha una posizione molto visibile, ma è molto importante ricordare che la scienza non va invocata soltanto in momenti di crisi ma va sostenuta sempre, perché è uno degli strumenti migliori che abbiamo per anticipare le crisi, per evitarle se si può, o per affrontarle nel modo migliore se non si può.

In Italia, solo il 20% degli studenti sceglie di specializzarsi in discipline a elevato contenuto scientifico e tecnologico. In che misura ritiene che questo possa essere un problema? Ma soprattutto, quali sono le cause che secondo lei andrebbero rimosse per superare questo grave limite?

È un problema perché al giorno d’oggi il numero dei posti di lavoro nelle aree STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) cresce tre volte più rapidamente che in altri settori a causa del fatto che la tecnologia ha un’evoluzione estremamente rapida. Se il numero di studenti che decide di studiare nelle aree STEM rimane al 20%, questo significa che non stiamo preparando la forza lavoro di domani. Quindi è molto importante che si attirino più giovani ai campi STEM. Questo chiaramente richiede un percorso di educazione nelle scuole, per esempio aumentando le ore dedicate alle materie scientifiche e assicurandosi che esse vengano insegnate in modo moderno e affascinante. Ma serve anche sensibilizzare i ragazzi sul fatto che molte delle sfide di oggi, come la salvaguardia dell’ambiente tanto cara a tutti e in particolare ai giovani, passano anche attraverso un percorso scientifico. È fondamentale attivare una campagna di promozione sulla bellezza e l’utilità della scienza.
Un altro problema è che gli investimenti nel campo della ricerca sono limitati. I giovani sanno che scegliere la strada della ricerca scientifica è un percorso ad ostacoli. È necessario aumentare le risorse e attirare le nuove generazioni verso le materie scientifiche fin dalla più tenera età.
Oggi ci troviamo in una situazione complessa, perché da un lato la tecnologia richiede una formazione sempre più specialistica, dall’altro il mercato del lavoro evolve in maniera rapidissima a causa del progresso della tecnologia, per cui oggi non sappiamo quali capacità e quali tipi di talento lo stesso richiederà tra 20 o 30 anni. Quindi la migliore formazione che possiamo dare ai giovani è una formazione ampia, in particolare fornire loro gli strumenti più che la tecnicità, agevolare il pensiero critico, insegnare loro che cos’è il metodo scientifico, aiutarli ad avere l’apertura ed elasticità mentale per adattarsi a un mercato del lavoro che varia in continuazione.

Che cosa fa il CERN per promuovere questo approccio?

Abbiamo molte iniziative nel campo dell’educazione per il pubblico, in particolare per i ragazzi delle scuole superiori e i loro insegnanti, che vanno dalle visite guidate del CERN alla preparazione di moduli di insegnamento in fisica sperimentale. Ogni anno accogliamo 150 mila visitatori da tutto il mondo, il 60% sono studenti di scuole superiori, ma riceviamo 300 mila domande, quindi la metà di queste non possiamo soddisfarle.

CERN Science Gateway – Credit: Renzo Piano Building Workshop

Stiamo costruendo un nuovo learning center, un centro ospitato in un bellissimo edificio disegnato da Renzo Piano, reso possibile da donazioni. Il donatore principale è la fondazione FCA (Fiat Chrysler Automobiles), quindi c’è molta Italia in questo progetto. Avremo laboratori in cui i bambini a partire dall’età di 5 anni potranno fare esperimenti con le loro mani, capire che cosa vuol dire essere uno scienziato, che cos’è il metodo scientifico e che è importante porsi delle domande, evitando di accettare tutto senza esercitare il proprio spirito critico.

Il CERN è una realtà molto complessa. In un contesto come il vostro, qual è il modello di leadership più funzionale e in grado di generare valore?

Si parla sempre di più del modello CERN. Siamo diventati un punto di riferimento. C’è uno spirito che permette di organizzare e di far lavorare insieme, su progetti complessi, 18 mila persone che vengono da Paesi diversi, per lingua, cultura, tradizioni. Qual è il segreto? L’aspetto principale è la passione comune: noi tutti siamo animati da una passione per la conoscenza, dal desiderio di abbattere i limiti di quello che sappiamo. E siamo consci che i nostri obiettivi non possono essere raggiunto da pochi individui, e neanche da un solo Paese.

Foto di Brice, Maximilien: CERN

Serve la collaborazione mondiale dei migliori talenti nel nostro campo. Questa passione è un collante che ci permette di superare, insieme, molte difficoltà e sfide gigantesche, e di lasciare da parte il nostro ego e le ambizioni individuali. Abbiamo una struttura gestionale e una organizzazione dei progetti e delle attività, ma siccome il carburante della ricerca sono le idee e le idee hanno bisogno di libertà per sbocciare, questa gestione non deve essere rigida o burocratica. La burocrazia soffoca le idee, la burocrazia soffoca la scienza. Inoltre, da noi la leadership non viene dalla gerarchia quanto dalle competenze. Le persone che sono messe in posizioni di leadership al CERN sono principalmente scienziati che hanno dimostrato di avere competenze sul campo. Io sono arrivata in questa posizione dopo una carriera come fisico, mi considero principalmente un fisico più che un manager. Questi aspetti hanno dato vita a un ecosistema che funziona benissimo, in cui tutti fanno parte di questa grande avventura scientifica volta a capire come funziona l’universo. È veramente un team work: ciascuno di noi dà quello che può e tutti sono in qualche modo riconoscenti agli altri per quello che danno.

Spostando il focus sul tema del rapporto tra pubblico e privato: le grandi organizzazioni hanno risorse per gestire progetti globali il cui interesse è collettivo. È sufficiente avere fiducia nelle dinamiche del mercato oppure i rapporti vanno regolati?

Ci sono diversi aspetti che vanno tenuti in considerazione nel rapporto con il privato. Il primo è che il CERN ha un budget di circa 1 miliardo e 200 milioni di franchi svizzeri all’anno e circa la metà di questo budget è destinato alle industrie, che forniscono i servizi e i componenti di cui abbiamo bisogno. Si tratta nella maggior parte di contratti, assegnati in modo competitivo, con l’industria high-tech. Il nostro rapporto con l’industria è un rapporto molto speciale, un partenariato in cui in qualche modo si cresce insieme, perché molti dei componenti di cui abbiamo bisogno non si trovano sul mercato e spesso le tecnologie non sono ancora acquisite. Quindi sviluppiamo le tecnologie e costruiamo i prototipi in laboratorio al CERN o nei paesi membri, molto spesso in collaborazione con l’industria stessa, e una volta che il prototipo funziona secondo le specifiche passiamo ai privati il compito di costruire il numero di componenti che ci serve. Quindi, in un certo senso, si lavora insieme, si sviluppa insieme il prodotto che poi viene costruito dall’industria. L’altro aspetto è il knowledge transfer: abbiamo sviluppato un certo numero di tecnologie che sono utili al settore privato e abbiamo un gruppo di trasferimento tecnologico che lavora con le industrie, in particolare con le start up, attraverso dei Business Incubation Centres. Ce n’è una decina in Europa, di cui uno anche in Italia: il CERN  rende le sue tecnologie disponibili e le start up le utilizzano in vari campi.

Quali fattori, oltre al talento naturale, hanno facilitato nel suo percorso la possibilità di passare da una competenza di fisica delle particelle, quindi una competenza molto specialistica, alla competenza manageriale necessaria per governare un sistema come il CERN, che muove una quantità enorme di risorse?

Penso che abbiano influito due fattori. Il primo riguarda il percorso di studio. È vero che la mia formazione professionale dall’università in poi è stata nel campo della fisica delle particelle, quindi specialistica, ma è anche vero che ho avuto un’educazione pre-universitaria molto ampia e complementare, di cui ho beneficiato anche nella mia professione di fisico.
Ho studiato al liceo classico e al conservatorio di musica e devo dire che questa formazione completa mi ha fornito strumenti utili anche in altri contesti. Gli studi classici e l’educazione musicale sono stati utilissimi, e direi che hanno avuto la stessa importanza per la mia professione dei miei studi di fisica, perché mi hanno inculcato tra l’altro la creatività, la curiosità, il metodo e il rigore, strumenti utilissimi per essere un buon fisico. In modo simile, quando sono stata chiamata a ricoprire ruoli più gestionali questa formazione è stata molto preziosa. Spero che in Italia il percorso educativo resti quello dei miei tempi, quando dopo il liceo classico si poteva scegliere qualsiasi campo universitario. So che in altri Paesi, in particolare quelli anglosassoni, bisogna specializzarsi prima, già a 13 anni devi scegliere cosa vorrai fare da grande, se l’umanista o lo scienziato o l’artista. Io credo che sia troppo presto.
L’altro fattore che ha inciso è l’aver imparato il mestiere crescendo in un laboratorio come il CERN, in cui quello che conta sono innanzitutto le competenze, e dove siamo chiamati a ricoprire ruoli di responsabilità via via crescenti, sulla base dei meriti scientifici e, ovviamente, talento  caratteriale. Cerchiamo di formare i giovani gradualmente anche ad un percorso gestionale che arriva inevitabilmente con l’età e con l’esperienza. Quindi io sono cresciuta seguendo modelli di scienziati chiamati prima di me ad essere capi progetto, direttori di ricerca, capi di laboratorio … ho imparato da loro, sono loro che hanno cresciuto la mia generazione. È stato un percorso quasi naturale, e quando poi sono stata nominata dal Consiglio del CERN Direttrice dell’Organizzazione in un certo senso ero già stata preparata a questo ruolo, anche se ho dovuto imparare nuove cose e continuo ad imparare ogni giorno. Ma sono ben circondata, perché la forza del CERN è il gioco di squadra. Si lavora tutti insieme e ciascuno gioca il proprio ruolo al meglio, per il bene comune.

Il personaggio 

Dal 1° gennaio 2016 Fabiola Giannotti ricopre la carica di Direttore Generale del CERN, la prima donna in questo ruolo, con un mandato di 5 anni. Nel novembre 2019 è stata eletta per un secondo mandato di altri 5 anni ed è la prima volta nella storia del CERN che un Direttore Generale viene riconfermato. Fabiola Giannotti è tra l’altro socio corrispondente di numerosissime accademie scientifiche in diversi paesi del mondo (Stati Uniti, Francia, Irlanda, Inghilterra, Russia) ed è membro di numerosi comitati internazionali, tra cui il comitato consultivo del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Ha ricevuto 12 dottorati honoris causa dalle più prestigiose università di numerosi Paesi europei e oltreoceano. Nel 2014 è stata insignita del titolo di Cavaliere di Gran Croce dal Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Nel 2013 ha ricevuto lo Special Breakthrough Prize in Fundamental Physics, il Premio Enrico Fermi della Società Italiana di Fisica e la Medaglia d’Onore del Niels Bohr Institute di Copenhagen. Nel 2017 le è stata conferita la Medaglia Wilhelm Exner (Vienna) e nel 2018 la Tate Medal for International Leadership dell’American Institute of Physics. Nel 2011 la rivista Guardian (UK) l’ha inclusa tra le prime cento donne più influenti del mondo e nel 2012 la rivista TIME l’ha collocata in quinta posizione nella graduatoria di Persona dell’anno (in quell’anno il primo era Obama). Il Foreign Policy Magazine (USA) l’ha inserita tra le “Leading Global Thinkers of 2013” e nel 2017 è stata inclusa nella lista delle 100 donne più influenti del mondo secondo la rivista Forbes. Il Consiglio Direttivo ASFOR ha ritenuto di conferirle l’ASFOR Award for Excellence innanzitutto per la rilevanza internazionale della sua attività nella quale ha saputo coniugare l’eccellenza della ricerca scientifica con le capacità manageriali e di leadership necessarie per svolgere il ruolo di Direttrice Generale del CERN di Ginevra, uno dei più importanti laboratori di fisica del mondo, dove lavorano 18 mila persone.