Il coraggio dell'utopia

Esiste una crisi del pensiero?

LeaderWorld

Nel suo intervento al Leadership Learning Lab, Marco Vergeat riflette sulla crisi del pensiero e sull’urgenza di riscoprire l’intelligenza umana, andando oltre la superficialità. Un richiamo alla responsabilità formativa del Sistema ASFOR per coltivare pensiero critico e consapevolezza


Marco Vergeat
Credits: Nanni Fontana | Università Cattolica

Il Leadership Learning Lab affronta fenomeni di cambiamento che investono la società, il mondo delle imprese, le comunità e le persone. Fenomeni che devono essere oggetto di riflessione per il management, come per il mondo della formazione. Lo scorso anno, vi ricorderete, abbiamo affrontato il tema della “nuova cultura del lavoro”, della relazione che lega le aspettative delle persone al lavoro e dei risultati della nostra ricerca ASFOR-ISVI che prosegue anche quest’anno con nuovi approfondimenti.

Oggi questo Leadership Lab ha per titolo “L’intelligenza oltre la superficie – Riscoprire il pensiero e la speranza”.

Quando l’abbiamo pensato, avevamo una certezza: non fare l’ennesimo convegno sull’intelligenza artificiale, un’intelligenza di tipo statistico che non ha nulla di simile a quella umana, a partire dal fatto che non ha una coscienza ed è del tutto indifferente verso valori e scopi.

Volevamo bensì occuparci di intelligenza umana per cominciare a capire per quale ragione quest’ultima fatica attualmente ad andare oltre la superficie della realtà, e aggiungo, quando va bene.

Parto anche io da una definizione, quella che definisce l’intelligenza come “un complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono di pensare, spiegare fatti e azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, elaborare il giudizio”.

Alla luce di queste definizioni sommarie (ci sarebbe molto di più da dire, dovremo per esempio considerare il fatto che ci sono diversi tipi di intelligenza che interagiscono e si integrano tra di loro, etc…) allora ci domandiamo: esiste oggi “una crisi del pensiero”? Se sì, quali evidenze la segnalano? Che cosa la determina? Quale rilevanza ha l’esserne consapevoli?

Sono queste le domande che oggi ci fanno avviare un percorso che con questo inizio che vuole, per tutti noi, essere un incoraggiamento per proseguire a cercare le risposte.

Nel 1835, il giornale New York Sun pubblicò una serie di articoli sulla scoperta della vita sulla Luna. Narrava di un famoso astronomo, John Herschel, che era riuscito ad osservare, in modo estremamente accurato, la superficie lunare grazie ad un gigantesco telescopio di nuova concezione. Egli aveva scoperto che la luna era abitata da creature incredibili: zebre in miniatura, unicorni, castori bipedi senza coda, capre con un corno solo ed esseri umanoidi con ali da pipistrello. A questi ultimi lo scienziato dava perfino un nome: Vespertilio Homo. Sulla Luna poi c’erano oceani, spiagge e foreste. Herschel era molto divertito per avere inventato questa storia, ma poi la gente cominciò a chiedergli veramente conto delle sue scoperte, voleva sapere i dettagli, aveva creduto al suo racconto. La scherzosa trovata del New York Sun, la cosiddetta “Grande Burla della Luna” si trasformò in una leggenda urbana che resistette e si tramandò nel tempo e che fu difficile da estirpare. Le spiegazioni ingannevoli persistono per un’innata tendenza umana a fidarsi di ciò che dicono gli altri, in particolare, di chi, per vari motivi, è ritenuto autorevole o degno di ascolto.

Ora consideriamo come, due secoli più tardi, nell’Occidente che ha livelli di benessere e mezzi di conoscenza mai raggiunti prima nella storia umana, circolano, e hanno grandissima risonanza tra milioni di persone, terrapiattisti, negazionisti della Shoah, gente che non crede all’allunaggio, non crede ai vaccini (e non solo a quelli del Covid), persone certe che le scie degli aerei siano fatte di sostanze chimiche appositamente sparse sulla popolazione, devoti del culto di QAnon, una setta con milioni di seguaci che pensa che il mondo sia manovrato da un gruppo di pedofili, e così via.

A questo proposito è interessante come il Censis, già nel rapporto del 2021, segnalava il crescente fenomeno della irrazionalità in Italia.

Ma non ci sono solo le esternazioni di creduloni cronici, estremisti o ignoranti di varia specie. Ci sono eccessi di irrazionalità, di irragionevolezza, di superficialità o faziosità identitaria che influenzano partiti politici, ispirano governanti, generano tendenze mediatiche e hanno un ruolo nel determinare l’assetto culturale generale. Si pensi, ad esempio, a un Robert F. Kennedy Junior, attuale Segretario della Salute e dei Servizi Umani nella seconda Amministrazione Trump, che è una fabbrica di fantasie cospirazioniste e antiscientifiche; oppure dal lato opposto, ci sono le aberrazioni frutto della febbre politically correct, di quello che Luca Ricolfi, nel suo ultimo saggio, chiama “Il follemente corretto”.

A questo proposito, un piccolo esempio casereccio che mi ha colpito, tra i tanti che cita, è quello del festival dell’Unità di Roma, una festa popolare di grande tradizione in Italia, con un nome che si ispira allo storico quotidiano, che quest’anno sul manifesto ufficiale reca una diversa dizione: invece, che intitolarsi “Festa dell’Unità” è stato chiamato “Festa dell’Unit*’” (con asterisco e accento). L’apparente motivazione è quella di “strizzare l’occhio” alla comunità LGBTQ+, ma la cantonata concettuale è enorme: la parola “unità”, come le parole “pietra”, “pietà”, “civiltà”, “umiltà”, ecc., si riferisce a un concetto astratto, e nessuna persona o gruppo può sentirsi escluso o offeso.

La crisi del pensiero attraversa tutto l’arco delle posizioni politiche, va da destra a sinistra e ritorno.

La capacità di sviluppare un pensiero sistemico, consapevole delle relazioni fra molteplici variabili in gioco, di rimanere in equilibrio tra la necessità di riconoscere i vincoli della realtà, ma al contempo, resistere per evitare derive negative e così preoccuparsi, in qualche modo, dell’avvenire richiede molta e approfondita conoscenza, ma anche sapienza.

La capacità di tenere conto del breve termine, ma traguardare il lungo termine, di rispettare la persona e i suoi diritti, ma resistendo alla tentazione di trasformare ogni desiderio in un diritto, di coltivare ciò che tiene insieme una comunità, necessaria per dare significato al singolo individuo, premiare il merito, ma anche preoccuparsi per chi non ce la fa o non ce l’ha fatta. Richiede disciplina, metodo e tecnica, ma anche umanità.

I limiti delle capacità di pensiero descritte attraversano la società anche in verticale: cioè, non riguardano solo le persone povere di strumenti, con modesti titoli di studio, ma anche la più blasonata classe dirigente.

Se così non fosse, non ci spiegheremmo come mai un Green Deal mal concepito (ed io aggiungo: probabilmente influenzato da grandi società di consulenza internazionali) abbia letteralmente inchiodato il settore dell’auto, creando una montagna di disoccupazione. Oppure, come sottolineato dal Sole 24 Ore in una sua analisi, perché l’Europa stia correndo per semplificare la Direttiva CSRD sui bilanci di sostenibilità e rinviare di due anni l’obbligo di reporting, rendendosi conto delle conseguenze ingestibili che ciò avrebbe provocato. Qui gli esempi potrebbero susseguirsi all’infinito, dalla politica all’economia, dall’evoluzione dei vari scenari di guerra alle problematiche del clima, ma penso di aver reso l’idea.

Un’ultima domanda: perché un convegno per occuparci di tutto questo? Per una ragione che per me è semplice, la dico da anni e la ripeto: il Sistema ASFOR, nel suo complesso, ma anche ISVI, come Istituto dei Valori d’Impresa, o la Cattolica, come Università e Alte Scuole, hanno una porzione, piccola a piacere, di responsabilità nella formazione dei giovani e della classe dirigente e per questo dobbiamo tenere conto di due questioni fondamentali:

  • la prima, e la più ovvia, è che non si può non tenere conto di ciò che attraversa il contesto economico, sociale e culturale, come un magma incandescente, perché solo il contesto conferisce senso, motivazione e prospettiva all’azione formativa;
  • la seconda è che, attraverso la dimensione istruttiva (oggi largamente prevalente), si ha come obiettivo “il tecnico”, il pensiero calcolante, si possono fornire competenze e strumenti per adattarsi al mondo così come esso è e ci viene incontro, ma ci serve la dimensione educativa che conferisce gli scopi, rende consapevoli dei valori, accende la passione, coltiva il pensiero indipendente e libero, dove “libero” significa consapevole, creativo e responsabile, l’unico che possa contribuire a migliorare il mondo per come è.
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