Il coraggio dell'utopia

Lavoro e filosofia: una chiave di lettura per ritrovare il senso del fare

In un contesto economico e tecnologico in rapida evoluzione, il dibattito sul lavoro sembra polarizzato tra efficienza economica e innovazione tecnologica. Eppure, come ci insegna la filosofia, fermarsi a riflettere sul valore intrinseco del lavoro può offrire nuove chiavi di lettura. La filosofia, con il suo pensiero riflessivo, aiuta a comprendere cosa significhi veramente un “buon lavoro” e perché la percezione delle persone sia spesso in contrasto con il valore generato dal lavoro stesso.

Due modelli fondamentali hanno attraversato la storia del pensiero filosofico: il modello strumentale e il modello espressivista.

Il modello strumentale è radicato nel pensiero classico e ha dominato per secoli la visione del lavoro nella società. Secondo questo approccio, il lavoro è considerato un’attività subordinata, finalizzata esclusivamente al soddisfacimento di bisogni e finalità esterne al lavoro stesso.Nell’antichità, filosofi come Aristotele hanno contribuito a questa visione distinguendo chiaramente tra poiesis e praxis.

La poiesis si riferisce all’attività produttiva, al “fare” che porta alla creazione di un’opera tangibile al di fuori dell’individuo che la compie. Il suo valore risiede esclusivamente nel risultato ottenuto, non nel processo in sé. L’artigiano che costruisce un oggetto o il contadino che coltiva un campo rientrano in questa categoria.

La praxis, al contrario, è l’azione politica e sociale, un’attività il cui fine risiede nell’atto stesso. La praxis esprime l’essenza dell’umano: il dialogo, la partecipazione, il ragionamento etico. Per Aristotele, questa era l’unica forma di attività degna di un uomo libero, mentre il lavoro manuale veniva relegato agli schiavi e alle classi subalterne.

Questa gerarchia di valori ha radicato l’idea che il lavoro serva solo come mezzo per ottenere beni e condizioni di vita migliori, ma non come un’attività che possa elevare l’individuo dal punto di vista morale e spirituale. Questa concezione ha avuto eco anche nella modernità con filosofi come Hannah Arendt, che nella sua opera Vita Activa riprende la distinzione aristotelica, e con Jürgen Habermas, che declina questo modello attraverso il concetto di ragione strumentale, ovvero la capacità di calcolare mezzi per raggiungere fini economici predefiniti.

Il problema principale del modello strumentale è che riduce il lavoro a una dimensione meramente funzionale, ignorando le potenzialità di crescita e realizzazione personale dell’individuo. La soddisfazione derivata dal lavoro è legata esclusivamente ai benefici esterni, come il guadagno economico, e non al processo di svolgimento dell’attività stessa. Questo approccio rischia di rendere il lavoro alienante, disconnesso dalle aspirazioni profonde dell’essere umano.

Diversamente, il modello espressivista ha trovato terreno fertile nella modernità con filosofi come John Locke, che riconosce nel lavoro del corpo e delle mani una caratteristica essenziale dell’essere umano. Questo modello raggiunge il suo apice con Hegel e il giovane Marx, che vedono il lavoro come uno strumento di auto-realizzazione e di costruzione della propria identità sociale. Lavorando, l’individuo non solo trasforma il mondo esterno, ma dà forma a sé stesso e alle proprie capacità.

Oggi, nella riflessione filosofica contemporanea, emergono tre concetti chiave per definire un “buon lavoro”: lavoro dignitoso, lavoro utile e lavoro significativo. Il lavoro dignitoso garantisce stabilità, sicurezza e retribuzione adeguata. L’utilità è uno dei valori che rendono un lavoro significativo ma non è l’unico. Fare senso significa essere connessi a qualcosa di più grande di noi, che è possibile giudicare come meritevole, di valore, qualcosa che è degno di essere perseguito, per cui vale la pena impegnarsi. Connettersi a qualcosa di valore vuole dire non solo impegnarci nei nostri progetti e obiettivi ma scegliere progetti e obiettivi che siano meritevoli. I progetti meritevoli possono essere plurali così come lo sono le tipologie di valori incarnati: utile, bene, giusto, bello, sostenibile, integro, vero, autentico.

Nel libro “Fare impresa con i valori”, scritto insieme a Roberto Mordacci, ho proposto una visione unitaria del valore, dove dimensioni economiche, produttive ed etico-sociali devono essere integrate. Un lavoro significativo non può prescindere da un lavoro dignitoso: stabilità economica e sicurezza sono fondamentali quanto la realizzazione morale e personale.

Come può la filosofia aiutare in questo percorso? La risposta sta nel pensiero riflessivo, un pensiero che, come suggerisce Wittgenstein, ci invita a fermarci per comprendere meglio: Dove gli altri proseguono, io mi fermo”. La riflessività permette di guardare con attenzione a ciò che facciamo, come lo facciamo e perché lo facciamo. Questo pensiero riflessivo integra criteri di giustizia, bontà e verità nell’azione quotidiana, aiutando a costruire un mondo del lavoro più umano e sostenibile.

Chiudo citando la frase di una filosofa americana contemporanea, Martha Nussbaum: “Quando le persone si sentono responsabili delle proprie idee, è molto probabile che lo siano anche delle proprie azioni”. La filosofia ci invita a un esercizio continuo di consapevolezza, dove l’azione non è separata dalla riflessione e il successo non è ottenuto a scapito di valori etici e sociali.