Il coraggio dell'utopia

Lavoro, generazioni e valori senza tempo

Desidero condividere alcune riflessioni che toccano il cuore del nostro essere non solo professionisti, ma anche esseri umani in una società in costante evoluzione. Il XIII Leadership Learning Lab ASFOR dello scorso novembre ha rappresentato un’occasione per esplorare la natura intrinseca del lavoro e il suo impatto sulla vita di ognuno di noi. In particolare, il progetto di ricerca promosso da ASFOR e ISVI sul tema “A cosa serve il lavoro oggi – Persone e imprese tra aspettative e nuovi valori” ha illuminato aspetti fondamentali del nostro ambiente lavorativo. Questo studio non è solo un lavoro accademico, ma una lente attraverso la quale possiamo osservare il futuro del nostro settore.

Parlando di lavoro, voglio sottolineare che non lo considero diverso dalla vita stessa. Il lavoro è un insieme di esperienze, di sfide e di soddisfazioni che formano il tessuto della nostra esistenza quotidiana. In questo contesto, spesso emerge un dialogo generazionale, all’interno del quale noi “anziani” tendiamo a guardare con nostalgia al passato, mentre i giovani cercano la loro strada in un mondo in rapida trasformazione.

Per questo desidero rivolgermi direttamente ai giovani, per sfatare il falso mito della supposta superiorità delle generazioni che li hanno preceduti. Questo atteggiamento è un qualcosa che appartiene alla storia dell’uomo. Già Seneca e Socrate osservavano la mancanza di responsabilità nei giovani! Anche noi abbiamo affrontato le nostre sfide e avuto le nostre debolezze. Quindi, invito i giovani a vedere oltre le etichette e a riconoscere che la responsabilità, il rispetto e la dedizione sono valori senza tempo.

Contrariamente a quanto si crede, la discrepanza tra aspettative e realtà lavorativa non è un fenomeno recente. Nella mia generazione, come in quelle precedenti e successive, si manifestava già una netta frattura. Alcune persone mostravano una marcata riluttanza al lavoro, altre si appoggiavano ai sindacati per evitare impegni lavorativi, mentre altre si dedicavano con assiduità al raggiungimento dei propri obiettivi.

Questa situazione porta a un bivio: si può scegliere di essere il “figlio di papà”, che si aspetta continuamente assistenza e supporto, oppure essere il “padre di qualcuno”, impegnandosi attivamente e integrando la famiglia e il lavoro come parti essenziali della vita.

Ai giovani e ai responsabili aziendali, suggerisco una riflessione: se gli imprenditori agissero esclusivamente per interesse personale, vendendo aziende senza riguardo per la comunità, trasferendone la sede all’estero per avere dei vantaggi fiscali, le ripercussioni sul Paese sarebbero significative. Come afferma il Prof. Vittorio Coda nel suo libro “Spirito d’Impresa”: un’impresa non si riduce alla sola contabilità né si concentra esclusivamente sugli azionisti. È fondamentale considerare gli stakeholder, i clienti, i fornitori e i collaboratori. Un’azienda è un insieme complesso, un viaggio condiviso dove l’unione d’intenti è cruciale per il successo comune.

In questo percorso, ci sono punti di svolta in cui dobbiamo scegliere se adattarci passivamente al contesto o se assumerci la responsabilità di guidare il cambiamento. È qui che emerge il vero spirito imprenditoriale: nella capacità di rimanere fedeli ai propri valori e principi, nonostante le sfide esterne e le tentazioni di percorrere strade più facili.

L’imprenditorialità non è solo una questione di possedere azioni o di dirigere un’azienda; è una mentalità, un approccio al lavoro che tutti possiamo adottare. Nel mio percorso professionale, anche come dipendente, ho sempre avvertito una forte responsabilità verso l’azienda, spesso superiore a quella dei proprietari stessi. Ogni persona può e deve sentirsi imprenditore del proprio ruolo, poiché l’azienda non è un’entità astratta, ma una comunità di individui con obiettivi e aspirazioni comuni.

Come leader aziendale, ho imparato che la chiave per un impegno genuino e produttivo in azienda sta nel sentirsi tutti, in qualche misura, imprenditori. Questo significa portare un senso di appartenenza e responsabilità in ogni azione, indipendentemente dal nostro ruolo o posizione. È vero, a volte l’azienda può non essere all’altezza delle nostre aspettative, e in tali circostanze, dobbiamo essere pronti a prendere decisioni ponderate. Ma un aspetto che ho sempre tenuto a mente è questo: non dobbiamo lasciare che le carenze dell’ambiente aziendale modifichino il nostro nucleo di valori e il nostro impegno.

Vedo che le sfide economiche e di mercato, come gli stipendi più bassi in confronto ad altri Paesi, possono influenzare il morale. Ma non è una verità assoluta per tutte le aziende e contesti, specialmente nel Nord Italia che conosco bene. C’è una tendenza diffusa a lamentarsi delle nuove generazioni, che secondo alcuni “chiedono troppo”, ma dobbiamo chiederci: non siamo stati noi, con le nostre azioni e le nostre scelte, a creare queste aspettative?

Sono fiero dei giovani talenti nella mia azienda, ma li spingo a superare i loro limiti. Il rapporto che si instaura con loro deve essere paterno, non paternalistico, educativo, non accomodante. È importante non temere la partenza di qualcuno solo perché il mercato offre alternative. Cedere a mode passeggere può portare alla perdita di talenti validi, ne sono convinto.

E a proposito di “mode”, guardando allo smart working, apprezzo la sua flessibilità e le opportunità che offre, ma sono anche consapevole dei rischi. Se non bilanciato correttamente, lo smart working può portare a un senso di isolamento e a una mancanza di coesione di squadra. Ecco perché è fondamentale trovare un equilibrio, capendo quando è il momento di essere flessibili e quando è necessario stabilire limiti chiari. Se tu pratichi uno sport di squadra, non puoi in mezzo al campo dire “io passo quando voglio” oppure “la palla è rotonda e la voglio ovale”. Ti direi: “vai a giocare a rugby, qui si gioca a calcio”.

Dobbiamo prestare attenzione a queste complicazioni. Se non siamo cauti, corriamo il rischio di essere eccessivamente indulgenti, a discapito dei giovani. Considero, ad esempio, un grande tradimento quello perpetrato da molte aziende dopo il Covid: hanno identificato un’opportunità per risparmiare su affitti e spese generali e hanno mascherato la scelta dello smart working come un impegno per la sostenibilità. Hanno lasciato i giovani a lavorare da casa, privandoli di un vero ambiente lavorativo, ma fingendo il contrario. Non si rendono conto del danno che stanno facendo ai giovani. Il lavoro non si riduce nel compilare schede o tabelle; è anche osservare, notare i conflitti all’interno degli uffici, scoprire persone che sembrano mediocri ma che si rivelano lavoratori instancabili e diventano un esempio, riconoscere chi parla molto ma agisce poco, e anche ascoltare le conversazioni alla macchinetta del caffè. Si impara molto in questo modo.

Una componente significativa del mio approccio al lavoro è rappresentata dalla creazione di spazi che promuovano benessere e senso di comunità all’interno del luogo di lavoro. In questo contesto, vorrei menzionare il Giardino dei Pensieri di Laura, un progetto molto caro al mio cuore. Questi giardini sono un tributo a mia moglie Laura, per l’immensa cura e attenzione che ha sempre dedicato alla nostra famiglia, specialmente durante le mie assenze dovute agli impegni lavorativi. Il Giardino dei Pensieri di Laura è stato concepito come un piccolo paese all’interno dell’azienda, un luogo di ritrovo e di scambio, dove ognuno può sentirsi parte di una comunità più grande. Con elementi come un parco, un anfiteatro, una biblioteca e un ristorantino, il giardino è un esempio di come l’ambiente lavorativo possa essere arricchito per stimolare non solo la produttività, ma anche il benessere emotivo e sociale dei dipendenti.

Questo spazio simboleggia la mia visione di un’azienda come comunità, dove ognuno ha un ruolo importante e all’interno del quale la collaborazione e la condivisione sono fondamentali. Il giardino rappresenta un impegno costante verso la creazione di un ambiente di lavoro che valorizzi le persone, le loro idee e il loro benessere, rafforzando l’idea di un’azienda che sia una famiglia allargata.

Concludo con un pensiero che spero possa ispirarvi: il lavoro, nella sua essenza più profonda, è una forma di amore e passione. Trovare la propria passione nel lavoro è come innamorarsi: ci dà energia, direzione e senso. Vi incoraggio a cercare questa passione e a lasciarvi guidare da essa, poiché è in questo modo che il lavoro diventa una parte integrante e appagante della nostra vita.

GUARDA LA VIDEOINTERVISTA AD ALI REZA ARABNIA