Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

La regola dei 2.000 fagioli: dalla musica alla formazione manageriale

Idee di qualità

La metafora dell’orchestra e del direttore d’orchestra è una simbologia frequentemente utilizzata nella formazione manageriale: vuole rappresentare come, in un’azienda, un manager dovrebbe gestire le persone, coordinarle, integrarle in modo da ottenere un risultato composto da molte “voci” e, allo stesso tempo, armonico e unico. La parola “orchestrare” è infatti spesso utilizzata nella gestione aziendale per trasmettere una dimensione concettuale e concreta di integrazione, una spinta a valorizzare e guidare ogni contributo verso un risultato unico e, allo stesso tempo, di gruppo, in cui ciascuno debba/voglia partecipare.

Ma cosa vuol dire partecipare?  Cosa significa imparare a suonare uno strumento per portare all’orchestra il proprio contributo? L’esperienza di chi, come noi due autrici, ha dedicato un buon numero di anni allo studio di uno strumento, il violoncello Anna, il violino Manuela, ci ha portato a rielaborare la nostra esperienza rileggendola attraverso le lenti della educazione manageriale – la ricerca, la docenza, l’apprendimento, l’esecuzione- nella prospettiva della facilitazione ad integrare in modo armonico ogni singolo, essenziale, contributo.

Abbiamo allora provato a estrarre dalla nostra esperienza alcune “regole del gioco” che ci hanno accompagnato nella nostra successiva attività accademica e professionale.

I 2000 fagioli

Quando ho iniziato a studiare violoncello, il mio maestro, tra le prime cose, mi ha detto: «Prendi un bel sacchetto di stoffa e mettici dentro 2.000 fagioli secchi. Tutte le volte che avrai difficoltà a eseguire un passaggio, prendi il tuo sacchetto di fagioli e fai così: tira fuori un fagiolo e suona il passaggio, poi tira fuori un altro fagiolo e ripeti il passaggio, poi tira fuori il terzo fagiolo, e rifai di nuovo, e continua. Quando i fagioli saranno finiti, vedrai che il passaggio ti verrà! E naturalmente potrai ricominciare a contare i fagioli con quello successivo!».

Alla mia domanda circa il tempo che avrei dovuto dedicare allo studio del violoncello, ecco la risposta del mio maestro: «È molto semplice, le ore di studio corrispondono agli anni di corso. Al primo anno studierai un’ora, al secondo 2 ore, al terzo 3 ore, e così via, fino al decimo anno (l’ultimo) quando perciò dovrai studiare 10 ore».

Queste “regole” per lo studio della musica possono essere trasposte alla formazione manageriale; un bravo manager, come un bravo musicista, può superare le difficoltà se insiste con impegno, disciplina e tenacia incrollabili. Solo così ci si avvicina molto a buoni e stabili risultati che altrimenti, nelle migliori delle ipotesi, arriveranno solo fortunosamente quanto sporadicamente.

Il manager, in questo caso, potrà apprendere tali atteggiamenti magari evitando le derive autistico-ossessive che non raramente caratterizzano invece il musicista.

Segui la corrente

 «Se sei in concerto – mi diceva ancora il mio maestro – e sbagli una nota, non pensarci neppure per un secondo, altrimenti nel frattempo avrai già sbagliato anche la nota successiva! E quella dopo, e via così, tipo valanga. Le note, in certi brani, si susseguono a nano-secondi di distanza! Devi recuperare subito la concentrazione, per eseguire al meglio il resto del brano. Quando il concerto sarà finito, penserai alle note che avrai sbagliato, e…tirerai fuori il sacchetto di fagioli! E mentre che fai tutto questo: non dimenticarti di sorridere! Cosa penseresti di un musicista in concerto con la faccia ingrugnata?».

Lo studio della musica può suggerire alla formazione manageriale l’importanza di acquisire la massima capacità di concentrazione “sul punto”, in tempo reale, e veloce. Oltre all’importanza di allenarsi sul controllo – che non significa soppressione bensì “governo” – delle emozioni e delle reazioni, sul sangue freddo, molto utile per non perdere di vista le priorità, mentre si sta affrontando una difficoltà. Non si tratta del famoso: “the show must go on”, in quel caso tragicamente autobiografico[1]; si tratta di riuscire a stare al passo con il mondo esterno, anche quando il proprio mondo interno è turbato, in modo regolare e sano, sapendo che le difficoltà esistono, e che si superano. Combattendo così anche lo stress e coltivando l’autostima e la fiducia in modo genuino senza mitomanie.

Hic et nunc

Inoltre, studiando la musica si impara a “gestire la scena”, al di là di ciò che succede “dietro le quinte”. E dietro le quinte ne succedono, di cose! Le scarpe da concerto dimenticate a casa, magari insieme agli spartiti (panico!), il solista su un aereo in ritardo con il rischio di dovergli subentrare (super-panico!), la soprano che perde la voce con la sala piena di gente che è venuta apposta per ascoltare lei.

Altra capacità interessante, quella di gestire la scena, anche per un manager che gestisce forme, relazioni, situazioni che possono presentare problemi improvvisi, avendo, tra le altre, la responsabilità di trasmettere ai propri collaboratori calma e positività, in modo autentico, anche attraverso le difficoltà.

Si può evocare il problem solving, per il quale gli artisti sono senza dubbio molto più predisposti rispetto ai manager, visto che altro non è se non “creatività” allo stato puro.

Mente e corpo

La fatica dello studio e della pratica musicale è mentale, psicologica, fisica: molti strumenti, costringono a posture innaturali che nel tempo possono provocare patologie a ossa e muscoli, proprio in quanto lo studio impegna per molte ore al giorno, così come le prove, e i concerti durano anche varie ore se si tratta di opere liriche, sovente dopo trasferte – e qui aggiungiamo che alcuni strumenti, come il violoncello, sono piuttosto pesanti da trasportare – pasti occasionali, ore piccole, e al mattino si ricomincia: 2.000 fagioli, e 10 ore di studio!

Per salvaguardarsi, bisogna imparare a gestire lo sforzo fisico, usare al meglio la postura e la voce, curare il riposo e l’alimentazione, non smettendo mai di allenarsi, in modo del tutto paragonabile a uno sportivo professionista.

Capacità utili per la professione manageriale, anch’essa mentalmente, psicologicamente e fisicamente faticosa.

Bisogna dire che i musicisti generalmente non brillano per vita organizzata e regolata; sotto questo profilo, i manager potrebbero essere più portati, e educati, a evitare questi inciampi!

«Quando verrà il momento in cui dovrai tenere un concerto importante, e ti paralizzerà la sola idea di trovarti su quel grande palcoscenico, sotto le luci che ti sembreranno abbaglianti, di fronte alla sala buia nella quale intravedrai solo le sagome e avvertirai il brusio di tantissime persone, e sarai terrorizzata di cominciare ad appoggiare l’arco e le dita sulle corde, sentendo il tuo suono che da solo comincia a rompere il silenzio, allora preparati a lungo in anticipo, facendo l’esercizio mentale di immedesimarti moltissime volte in quella situazione, come se stesse succedendo davvero. Vedrai che, quando poi succederà, ti sembrerà di averlo già fatto molte volte, e non sarai più così terrorizzata».

Ecco un altro insegnamento di una tecnica comprovata, la preparazione virtuale alle situazioni concrete, una specie di training autogeno, che la musica potrebbe trasferire alla formazione manageriale, per aiutare il manager a prepararsi al meglio a impegni particolarmente complessi, sfidanti, rischiosi, in cui giocare il tutto per tutto: i risultati, il successo, la reputazione.

Il risultato è di tutti

 «E dimmi – mi domandava – se le persone con cui stai suonando dovessero non aver accordato bene i loro strumenti, ed essere un po’ stonate, tu cosa faresti?»

La risposta giusta non era “io cercherei comunque di suonare in modo intonato”, bensì “io cercherei di adattarmi ai loro suoni, per non rendere troppo evidente la scordatura”; nella pausa tra un brano e l’altro, inviterei tutti a “riprendere il La”. come si usa dire quando si accordano tutti gli strumenti in modo collettivo prima di suonare, per partire in sintonia.

Un grandissimo insegnamento, che la musica può regalare al management: ciò che conta è il risultato collettivo e non i solismi: ci si ascolta, si fanno le cose insieme, ci si corregge insieme, si migliora insieme.  Come si potrebbe, diversamente, ottenere l’armonia, che etimologicamente significa creare la concordanza tra elementi diversi tanto da ottenerne un risultato gradevole e che suscita piacere?  Si tratta di essere disposti a sacrificare ‘la propria nota giusta’ per salvaguardare l’armonia tra le note di tutti.

Fatica vs gratificazione

 «Ti capiterà di suonare con dei colleghi che non ti piacciono, che magari non stimi, con un direttore d’orchestra con cui non ti trovi bene, in luoghi dove l’acustica sarà cattiva, gli organizzatori inospitali, il pubblico freddo. Non importa, tu dovrai fare il tuo lavoro, sapendo che è il più bello del mondo, bene come hai imparato a farlo, rispettando tutti, e tirando dritto. Forse le cose non cambieranno, ma tu potrai essere tranquilla e soddisfatta del tuo risultato»

La musica, come pratica e come metafora, allena al lavoro con chiunque e in qualunque condizione, un allenamento mentale e di approccio al quotidiano molto utile anche per un manager.

E se poi tutto va nel verso giusto, partecipare e orchestrare i contributi di tutti i “musicisti” offre opportunità di socializzazione e divertimento, empatia ed emozione, gratificazione e benessere, per sé e per tutti.

E quale sarebbe quel manager poco interessato a tali risultati, all’interno della sua organizzazione, nel corso della sua carriera?

 


[1] Freddy Mercury & Queen, 1991

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