Questo mese la rubrica coordinata da Giorgio Colombo ospita l’intervento di Massimiliano Santoro ed Enrico Di Palma di Gruppo Prospecta
In quei mesi primaverili del 2020, sembrava che tutto, per noi formatori, fosse finito. Che non ci si potesse più sedere intorno a un tavolo, che bisognasse dire addio alle lavagne a fogli mobili, al ronzio dei proiettori, agli sguardi, alle strette di mano. Qualcuno si è arreso, non volendo affrontare un così grande cambiamento. I più si sono riversati nel mondo digitale: dai webinar, all’e-learning, alle pillole. Altri, come noi, hanno fatto uno sforzo di studio e sperimentazione, per trovare nuovi linguaggi in grado di mantenere alto il livello formativo pur con vincoli e risorse nuovi.
In quei mesi, ci è venuta in mente una definizione: “Formazione a Distanza Ravvicinata”, FaDR. Una provocazione, un ossimoro che lancia una sfida: è possibile, anche a distanza, generare relazioni di apprendimento che avvicinino i partecipanti? La formazione è destinata a diventare qualcosa di freddo, spersonalizzato e in serie, o è possibile continuare a lavorare sulla dimensione umana ed esperienziale? La risposta che ci siamo dati è di natura linguistica: se non cambia la pragmatica, non deve e non può cambiare la natura relazionale ed esperienziale della formazione, ma solo la sua sintassi comunicativa, in altre parole gli strumenti attraverso cui queste dimensioni vengono attivate.
Dunque, per fare un esempio, trasformare un laboratorio sulla leadership in un webinar frontale asincrono semplicemente non funziona, perché scardina alla base ciò che rende possibile un apprendimento su questo tema: costruire relazioni, sperimentarsi, darsi feedback e riflettere in gruppo. Mentre è possibile ripensare quelle stesse attività traducendole in un altro linguaggio, portandole su una piattaforma on-line sincrona, elaborando esercitazioni ad hoc, prevedendo momenti di peer coaching, delegando i contenuti teorici a video e podcast. La gestione del setting muta completamente di significato: non vanno gestiti uno spazio fisico, una rete di sguardi, una capacità attentiva ordinaria; ma una piattaforma virtuale, uno span di attenzione più breve, la stanchezza da schermo e una più generale ansia da prestazione tecnologica.
Il formatore deve apprendere come muoversi su queste piattaforme, e come guidare le persone all’interno di esse; ma deve anche acquisire i rudimenti del linguaggio audiovisivo, diventando sceneggiatore e regista, perché sono questi i linguaggi che i partecipanti associano – inconsciamente – alle interazioni davanti a uno schermo. Il che vuol dire che deve gestire i tempi in maniera più rigorosa, immaginare continui cambi di modalità di lavoro (almeno ogni mezz’ora, per tenere alti i livelli di concentrazione: slide, video, divisione in gruppi, scambi telefonici, pause…), saper usare la voce in modo più consapevole.
In sostanza, deve saper trasformare il non-luogo della piattaforma in un luogo vero e proprio, che generi identità di gruppo in chi vi partecipa, che diventi un catalizzatore di trasformazioni e una palestra per le proprie competenze. Poca teoria e molta interattività, attraverso la padronanza di strumenti tecnologici nuovi (i sottogruppi, i drive condivisi, le lavagne virtuali), ma anche vecchi (i cartelloni da fotografare, le telefonate, i racconti).
A tre anni di distanza, la sfida della FaDR è stata vinta. Il mondo della formazione ha superato le sue paure e i suoi scetticismi. È stato bello vedere colleghe e colleghi sperimentare strumenti che abbiamo proposto loro nei nostri corsi. Non si torna più indietro: l’aula fisica, forse, sta diventando l’eccezione, soprattutto per la facilità logistica della formazione a distanza. Ci permettiamo, però, di essere anche oggi un po’ provocatori. Siamo sicuri che non sia nuovamente ora di cambiare passo? E se fosse l’occasione per migliorare ulteriormente l’efficacia della formazione?
Per questa ragione abbiamo sondato nuovi approcci: ci siamo fatti aiutare dalla ricerca neuroscientifica in materia di apprendimento. Abbiamo misurato con tecniche di hyperscanning (rilevazione delle onde cerebrali) le interazioni e la sincronizzazione durante un’aula virtuale. Quello che ne è emerso è rassicurante e stupefacente al tempo stesso. Da un lato, l’evidenza neurometrica ribadisce la centralità della geolocalizzazione dell’apprendimento per attivare quei famosi neuroni specchio così decisivi nei processi di intelligenza emotiva; dall’altro si capisce come anche a distanza sia possibile attivare un reale apprendimento individuale e cooperativo, a condizione di mantenere costante la capacità di docenti e partecipanti di scambiarsi feedback.
Per noi, oggi, la sfida è questa: immaginare percorsi di apprendimento fisici e virtuali, dove contatto diretto e supporti multimediali siano strumenti dello stesso processo, dove respirare la stessa aria non sia in contraddizione con la realtà virtuale. La sfida formativa del linguaggio, per sintetizzare, è l’apertura al plurilinguismo: non dimenticare ciò che conta davvero, cioè la cura e la relazione, ma dare valore anche a ciò che si è scoperto lungo il cammino.