Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Alle radici italiane della management education

Idee di qualità

Che sia arrivato il momento, per noi italiani, di liberarci del “complesso della piccola fiammiferaia” e di riconoscere, con pacata consapevolezza, la solidità della nostra cultura manageriale, i cui fondamenti sono stati autorevolmente espressi da Vittorio Coda nell’intervista sul numero odierno di formaFuturi?

Una lucida emancipazione ci permetterebbe di valorizzare non solo il nostro patrimonio intellettuale e creativo, già peraltro riconosciuto in tutto il mondo, ma anche quell’attitudine all’apprendimento intessuta di adattabilità e flessibilità che è il nostro tratto distintivo. Permettendoci di acquisite una maggiore capacità di riconnetterci con le nostre radici più autentiche, che sarebbe preziosa e che forse ancora ci manca.

Management education e segreto italiano

Il tema dell’apprendimento è strettamente legato alla domanda-guida che anima questo numero di formaFuturi: qual è il segreto che permette all’Italia di mantenersi tra le eccellenze mondiali, in competizione con paesi ed economie dalle risorse ben maggiori?

Nella convinzione che vi sia un legame tra il successo del nostro Paese e le sue modalità di produrre il sapere e il saper fare, è utile domandarsi quale sia il ruolo della management education nel permettere a questo sapere di diventare patrimonio comune e riproducibile. E qual sia il contributo che, come Sistema ASFOR-APAFORM, siamo in grado di offrire al dibattito sui fondamenti della disciplina.

La formazione manageriale ripensa sé stessa

Non vi è dubbio che sia in atto, a livello mondiale, un ripensamento dell’educazione manageriale, del suo ruolo, della sua reale capacità di guidare un cambiamento necessario anziché, semplicemente, essere guidata dagli eventi radicali che abbiamo sperimentato.

La velocità e la capacità di risposta a situazioni di emergenza, lo si è ampiamente convenuto, è stata pronta ed efficace, dimostrando una reazione eccellente e diffusa nella riprogettazione delle strategie di offerta per superare le barriere logistiche e temporali. Tuttavia, la natura di questa reazione è stata prevalentemente tecnologica e adattiva.

Il cambiamento imposto dai recenti eventi di rottura ha messo invece in evidenza la necessità di entrare più in profondità nella riflessione sui valori, sulla visione, sulle competenze fondamentali che l’educazione manageriale deve costruire e rinforzare, come reale forza trasformativa e di guida. A che punto siamo in questo percorso di rifondazione?

Affrancarsi dal modello dominante

Una diagnosi condivisa a livello internazionale riguarda la natura molto standardizzata dell’impianto della management education, con la riproduzione a livello globale di una visione normativa e isomorfa di modelli di riferimento, criteri di successo, strategie di inquadramento delle problematiche e di risposta e soluzione. Un insieme che in questo momento appare inadeguato ai nuovi bisogni e alla necessità di assumere una mentalità autenticamente innovativa e orientata al futuro.

Uscire dagli schemi consolidati e dominanti impone di sviluppare nuove competenze e mettere a fuoco nuove priorità, ma altrettanto utile potrebbe essere tornare alle radici delle varie tradizioni culturali e ricombinarle in modo costruttivo, in una molteplicità di sguardi foriera di originalità.

Così in Canada, come anche in Sud America, si rispolverano con nuovo interesse le culture indigene, alla ricerca di valori fondativi che aiutino a riorientare finalità e motivazioni delle organizzazioni, ispirando nelle persone che le guidano una nuova interpretazione e una originale attuazione del proprio ruolo sociale.

Valorizzare le nostre radici

In Europa, l’Italia potrebbe svolgere un ruolo di esempio, ingaggiando una ricerca delle proprie radici culturali e sociali che ci condurrebbe a ritroso, in un lungo e impegnativo viaggio retrospettivo di carattere storico, scientifico, geopolitico, alla ricerca delle radici umanistiche, e prima ancora classiche, della nostra identità.

Tuttavia, non si tratta certo di un approccio diffuso e vi è una scarsa consapevolezza del valore che il nostro contributo potrebbe offrire alla nuova dinamica di composizione multiculturale che sembra muovere i primi passi.

Una mancanza di fiducia probabilmente connessa a una sorta di sudditanza culturale nei confronti dei modelli di capitalismo prevalenti e soverchianti e a una implicita convinzione che le caratteristiche e le peculiarità delle nostre imprese, di dimensioni medio-piccole e fortemente radicate nel tessuto socio-economico locale, rappresentino un limite e non una ricchezza.

Globale e locale: una comunità fondata sul valore

Risale agli anni Ottanta, ripreso poi successivamente del sociologo Bauman, un termine certo originale ma allora poco compreso nel messaggio che intendeva veicolare, che solo oggi comprendiamo nella sua rilevanza e che spesso riecheggia in moltissime occasioni: glocal.

 Oggi forse non molti si ricordano l’origine del termine, ma viene spesso citato e considerato un aspetto essenziale sotto molti aspetti: manageriale, sociale, culturale e via così. Da questo termine, rinfrescato nel suo significato di base (Treccani, Lessico del XXI secolo) “Individuo, organizzazione o comunità che ha un’estesa rete di relazioni locali e interazioni a lunga distanza. È il modo in cui le forze locali e le relazioni globali assumono una forma concreta”, ci piacerebbe ripartire per valorizzare le radici italiane dell’educazione manageriale.

Una tradizione culturale che ha consentito di sviluppare “Scuole di Management”, non Business School, dedicate al sistema sociale, economico e produttivo nel suo complesso, in cui tutti gli elementi costitutivi hanno una voce, un ruolo e un valore.

Sui nostri valori locali e nazionali ci piacerebbe iniziare a discutere, confrontarci e raggiungere posizioni condivise, senza temere di essere considerati provinciali, poco internazionali, scarsamente aperti alla dimensione locale e senza cedere, d’altro canto, a un atteggiamento acriticamente identitario.

Il network che ASFOR e APAFORM possono costituire è una comunità nel cui contesto questa ricchezza può essere condivisa, validata e messa a sistema, offrendo al dibattito internazionale, o globale che dir si voglia, un contributo costruttivo e non alternativo.

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