Il coraggio dell'utopia

Organizzazioni ibride per abbracciare la complessità

Dilemmi moderni

Su questo numero di formaFuturi la rubrica curata da Marella Caramazza ospita l’intervento di Matteo Pedrini,
Professore ordinario di Corporate Strategy presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.


Per anni si è assistito a un dibattito attorno a quale ruolo le aziende hanno – o dovrebbero avere – nel territorio in cui operano e su come dovrebbero bilanciare le esigenze di tutti coloro che hanno interessi in esse (che ormai abbiamo imparato a chiamare “stakeholder”). Siamo stati spettatori (o protagonisti) di una contrapposizione tra chi riteneva che le aziende debbano solo massimizzare il profitto e chi difendeva la necessità di una responsabilità delle aziende che andasse oltre gli interessi dei proprietari/azionisti (i c.d. sostenitori della “Responsabilità sociale”).

Recentemente questo dibattito ha subito una svolta favorita dalla cosiddetta “questione ambientale”, divenuta ormai prioritaria nei piani di sviluppo a livello mondiale. L’aver messo al centro la difesa dell’ambiente naturale ha alimentato una rapida presa di coscienza di come le aziende utilizzino sistematicamente le risorse dal contesto in cui operano e, inevitabilmente, generino su di esso delle ricadute positive o negative (non solo “green”). La questione ambientale ha evidenziato come teorizzare l’esclusivo orientamento di un’impresa al profitto sia un’eccessiva semplificazione della natura e ricchezza delle aziende che trascura l’indissolubile interconnessione che c’è tra azienda e società. In realtà questo legame è tanto forte da manifestarsi in una compenetrazione degli aspetti economici, sociali e ambientali che pervade la quotidianità di chi vive l’azienda, dove è esperienza condivisa osservare come le persone non decidano solo sulla base di meri criteri economici, ma considerino e bilancino continuamente anche aspetti di natura sociale e ambientale.

La questione ambientale ha anche sottolineato come sia altrettanto fuorviante interrogarsi attorno a come e quanto le aziende debbano “restituire alla società”. Anche in questo caso l’interconnessione tra aspetti economici, sociali e ambientali è trascurata, suddividendo artificiosamente l’operato dell’azienda in due momenti sequenziali: quello della generazione di valore per i proprietari/azionisti – realizzato con le attività tipiche aziendali e improntato alla massimizzazione dei risultati economici – e quello della restituzione di una parte del valore economico generato (spesso esigua) agli stakeholder – mediante erogazioni in denaro alla società o iniziative pro bono dedicate. Anche questa logica rappresenta un’eccessiva semplificazione.

È infatti difficile ipotizzare che un’azienda possa con successo gestire il proprio impatto sull’ambiente naturale affrontando il problema solo una volta terminata la produzione e, quindi, attivando delle compensazioni a valle del momento in cui le risorse sono state usate e le emissioni sono avvenute. Per affrontare la tematica ambientale con successo è invece indispensabile rivedere i processi produttivi per permettere una riduzione del consumo di risorse e di emissioni e, quindi, affrontare la sfida di gestire congiuntamente il conseguimento dei risultati economici e ambientali.

Se è vero che affrontare simultaneamente aspetti economici, sociali e ambientali rappresenta da un lato una sfida per manager e imprenditori, è altrettanto vero che questo approccio è all’origine di un crescente dinamismo aziendale. La ricerca di soluzioni utili a superare le apparenti contrapposizioni tra aspetti economici, sociali e ambientali è oggi all’origine di un fervente dinamismo che ha portato all’affermarsi di una nuova classe di aziende: le organizzazioni ibride. Tali organizzazioni, riconoscendo il compenetrarsi di aspetti sociali, ambientali ed economici, decidono di formalizzare la compresenza di due o più missioni (una economica, una sociale e/o ambientale).

La nascita e lo sviluppo di queste organizzazioni rappresenta un punto di rottura rispetto allo status quo che porta il confine tra organizzazione profit e non profit a essere sempre più labile e nel tentativo di conseguire simultaneamente più obiettivi. Le organizzazioni ibride sono più di altre capaci di abbracciare la complessità delle relazioni tra dimensioni economica, sociale e ambientale in azienda, generando nuovi modi di fare impresa capaci di rompere gli schemi e le assunzioni tipiche del settore. Si pensi ad esempio ad alcune organizzazioni ibride che simultaneamente sono attive nella vendita di capi di abbigliamento e allo stesso tempo formano i propri clienti per la riparazione e il riutilizzo dei vestiti per evitare la loro sostituzione e difendere le risorse naturali, di fatto operando per evitare la vendita di vestiti laddove la loro sostituzione non sia effettivamente necessaria. O alle aziende di arredamento che attivano proposte di noleggio dei loro prodotti o di riacquisto garantito al termine dell’utilizzo per l’acquisto di mobili e la loro distruzione dopo un limitato periodo di utilizzo così da evitare uno spreco di materie prime naturali. Questi sono solo alcuni esempi di come accettare l’ineluttabilità e complessità della relazione esistente tra aspetti economici, sociali e ambientali rappresenti oggi una rilevante opportunità di innovazione, creando uno spazio dove la creatività degli imprenditori e dei manager può scatenarsi e dove è possibile generare nuovi modelli di impresa.

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