Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Il tempo della responsabilità e del coraggio: conversazione con Marco Fortis

Orizzonti possibili

Nella storia, i momenti di frattura e di trasformazione epocale sono spesso stati preceduti da grandi e tragici eventi. Il primo ventennio del nuovo millennio sarà certamente ricordato come l’avvio dell’era digitale che ha progressivamente e diffusamente contaminato economia, impresa, politica e costumi sociali cambiandone, significativamente e velocemente, paradigmi e consapevolezze. Ma è anche il ventennio che ci lascia in eredità 2 grandi crisi – il crack finanziario del 2008 e l’epidemia di Covid-19 che stiamo tuttora vivendo; sono crisi di dimensione, profondità e tragicità mai vissute dalle attuali generazioni e che hanno messo a dura prova anche la tenuta e il futuro di quella che è stata una delle più importanti innovazioni della fine del secolo scorso: la nascita della Comunità Europea.

Osservando questi grandi fenomeni e riflettendo sui modelli e sulle politiche economiche che hanno caratterizzato e dominato il pensiero e la realtà economica e sociale nel “blocco dei Paesi occidentali evoluti”, sembra delinearsi da più parti tra studiosi dell’economia e nella business community la percezione di essere di fronte all’implosione o quantomeno alla fine di un modello di capitalismo e di sviluppo economico così come lo abbiamo conosciuto ed ereditato dal secolo scorso. Un modello che nel pensiero di molti ha fatto il suo tempo e sta dimostrando di aver esaurito la sua capacità propulsiva in alcuni dei vettori di spinta sui quali si è retto fin qui, come ad esempio la convinzione della primazia del mercato e della intrinseca capacità di autoregolarsi, di creare condizioni di crescente e diffuso benessere, delle risorse naturali infinite, o la stessa globalizzazione dei mercati. Nel coro degli studiosi economici convinti della fine della globalizzazione dei mercati come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi e dell’avvento di un nuovo modello di “capitalismo sociale”, si è alzata ripetutamente la voce di Jeremy Rifkin, anche prima dell’ultima crisi pandemica che stiamo vivendo. In alternativa possiamo pensare che stiamo vivendo un momento in cui questi vettori di spinta del modello capitalistico liberale si trovino in una fase di temporaneo lockdown, come quello che abbiamo vissuto nei mesi scorsi a causa del Covid , ma che questo non intaccherà la fiducia sulla bontà dei modelli economici ereditati dal passato e tutto alla fine potrà riprendere con continuità?

Lei ritiene che sia giunto il tempo per porci almeno il dubbio di questa domanda?

Il modello che conosciamo come capitalismo liberale, sviluppatosi nei Paesi occidentali evoluti, ha certamente dovuto fare i conti negli ultimi decenni con la capacità di misurarsi e di interpretare eventi di rilevante discontinuità sul piano politico, economico, sociale e tecnologico, a cominciare dalla caduta del muro di Berlino, dalla nascita della Comunità Europea e dell’euro, lo sviluppo impetuoso del fenomeno della globalizzazione dei mercati, di internet e della così detta rivoluzione digitale.
È certamente comprensibile che fenomeni come la crisi finanziaria del 2008, o la difficoltà di sviluppare e portare a compimento l’idea originaria e fondativa del “Progetto Europa” andando ben oltre l’idea della semplice unione monetaria, e da ultimo la crisi epidemica mondiale che ha costretto all’interruzione degli scambi commerciali di beni e finanche al libero movimento delle persone a livello internazionale, ci pongano delle domande sul modello economico di sviluppo con il quale abbiamo convintamente costruito, a partire dal secondo dopoguerra, la crescita ed il progresso dei nostri standard di vita nel nostro mondo occidentale, coniugati con una costante crescita dei livelli di consumo, e soprattutto di consumo di beni materiali. Ma non credo che i pur rilevanti eventi che ho citato segnino la fine del modello di capitalismo liberale.
Ci hanno dato – questo sì – chiari segnali del fatto che una eccessiva deriva nell’interpretazione di questo modello, quali ad esempio la totale e assoluta fiducia nella capacità dei mercati di autoregolarsi soprattutto in alcuni settori strategici per la salute e la sicurezza delle persone, o di assicurare beni e servizi pubblici essenziali, la primazia della finanza sull’economia reale, fenomeni di “globalizzazione selvaggia” basata su mere logiche di opportunismo competitivo, sono tutti fenomeni che devono essere corretti e temperati. E anche il “Progetto Europa” deve velocemente essere completato nello spirito dei suoi valori fondativi per non rischiare di regredire fino ad implodere su sé stesso.
Ma continuo a credere che anche l’evoluzione verso un modello di sviluppo economico che sappia fare propri e promuovere valori come la sostenibilità e la solidarietà sia possibile, nella convinzione che ciò che conta in economia per determinare condizioni durevoli e sostenibili di crescita e di benessere è soprattutto creare i presupposti per stimolare e supportare la libertà di fare impresa e di innovare.
Peraltro, non mi pare che altri e diversi modelli di sviluppo economico che abbiamo conosciuto, come ad esempio il modello dell’economia a trazione statale propria dei Paesi appartenenti al blocco dell’ex Unione Sovietica, abbia saputo convincere sulla capacità di creare condizioni di crescita e benessere duraturo e diffuso coniugandolo con la tutela e lo sviluppo dei fondamentali valori di libertà personale. Anche il modello di sviluppo economico e sociale del “fenomeno Cina” sta cominciando a evidenziare i suoi limiti e le sue contraddizioni, mostrando segni di cedimento e dubbi di sostenibilità nel mantenere i livelli di crescita ai quali ci aveva abituato fino a qualche tempo fa.
In definitiva, vale ancora la pena di tenerci stretto il nostro modello economico di sviluppo, lavorando per evolverlo e correggerlo dalle derive ed eccessi messi in evidenza dalle recenti crisi e per rafforzarlo nella capacità di interpretare meglio la crescente rilevanza e sensibilità maturata nella coscienza dell’opinione pubblica e in particolare nelle nuove generazioni verso i principi di sostenibilità e solidarietà.

Un altro profilo sul quale le crisi di questo ventennio del nuovo secolo hanno aperto una rinnovata riflessione e dibattito è quello del ruolo dello Stato nell’economia e nell’impresa. L’impressione è che l’eredità del Covid ci ponga davanti alla necessità e opportunità storica di avviare un piano di ricostruzione del nostro Paese come ai tempi del secondo dopoguerra. Questa è già di per sé una buona ragione che spiega l’importanza di questa riflessione…

Bisogna innanzitutto considerare e assumere la consapevolezza che, quand’anche superassimo la fase dell’incertezza e paura che frena la ripresa della fiducia quale condizione essenziale perché le persone tornino a consumare, quelle dei Paesi occidentali evoluti sono economie mature. Non possiamo illuderci che possano strutturalmente avere e mantenere tassi di crescita molto elevati: soprattutto se – come evidenziano i dati -rallenta costantemente la dinamica della crescita demografica per effetto della minor natalità. E nel nostro Paese la riduzione della natalità ha raggiunto i livelli che si distanziano sempre più anche dalla media dei Paesi della Comunità Europea. Minori futuri consumatori significa minori consumi, e questo si traduce in minore quantità di domanda, difficilmente recuperabile e compensabile a livello di crescita dei consumi pro capite. A una minor domanda fa eco il rischio di minor investimenti da parte delle nostre imprese private, imprese che peraltro negli ultimi anni hanno già molto investito, soprattutto nel periodo sostenuto dagli interventi legislativi del programma “Industria 4.0”.
Ora il rischio è che anche la conferma di interventi a sostegno dell’investimento delle imprese private, pur assolutamente necessari, non bastino più da soli a innescare un trend sufficientemente positivo di crescita.
Penso che in questo straordinario e probabilmente irripetibile contesto storico e nelle condizioni che lo stesso sta determinando, visto anche il “colpo di reni” di cui sta dando finalmente prova la Comunità Europea con le straordinarie misure adottate in questi ultimi mesi, lo Stato possa e debba assumere un ruolo incisivo e propulsivo.

So che Lei da tempo sostiene che nelle condizioni economiche e finanziarie con cui il nostro Paese è entrato in questa crisi, la chiave primaria e urgente da attivare per trovare una via d’uscita e tornare a crescere strutturalmente e solidamente sia quella dello sblocco di investimenti in opere infrastrutturali, liberando investimenti in parte già stanziati da anni ma fermi e ora cogliendo l’opportunità unica degli aiuti che potrebbero arrivare dalle decisioni assunte e dai fondi stanziati dalla Comunità Europea.
Ipotizza quindi la necessità che lo Stato scenda in campo direttamente anche nel ruolo di attore d’impresa, come abbiamo già visto fare con non molto successo in un ormai remoto passato che viene ancora oggi auspicato e richiesto da alcuni, o ritiene ci siano le condizioni per pensare a nuovi modelli e rapporti tra pubblico e privato e che si possano per esempio mettere in campo progetti di partenariato pubblico-privato per realizzare questo programma di ricostruzione del Paese?

Credo che lo Stato debba innanzitutto costruire e dare una visione e una prospettiva chiara, trasparente e onesta del progetto di futuro sul quale vogliamo ricostruire il Paese da lasciare alle nuove generazioni. Che debba poi delineare poche ma chiare linee guida prioritarie di intervento e investimento su infrastrutture, innovazione digitale, ammodernamento dell’apparato e del funzionamento della Pubblica Amministrazione e della Sanità, e su scuola e formazione. Tutto questo rifuggendo la tentazione di ricadere nella trappola di interventi dispersivi e ispirati prevalentemente a principi di assistenzialità e al contempo creando le condizioni per tornare anche a stimolare gli investimenti delle imprese private. In questo contesto possono svilupparsi e crescere anche le opportunità di progetti virtuosi di partenariato pubblico-privato.

Momenti cruciali come quelli che stiamo vivendo sono il tempo delle decisioni importanti e coraggiose, dalle quali dipenderà soprattutto il futuro del Paese che lasceremo alle nuove generazioni. Ed è anche il tempo dell’assunzione di responsabilità, individuale e collettiva, prima di tutto e soprattutto da parte di coloro che definiamo genericamente “classe dirigente del Paese” e che ricopre ruoli apicali nelle istituzioni, nei corpi intermedi di rappresentanza, nelle imprese pubbliche e private.

Sono d’accordo. In momenti come questi, quando si ha la necessità e l’opportunità di scrivere una nuova pagina di storia per il proprio Paese da lasciare alle future generazioni, non possiamo permetterci il lusso di mancarla per una insufficiente o mancata assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente pubblica e privata che guida il Paese. Ma ciò che poi farà la differenza è la volontà e la capacità creativa che questa nostra classe dirigente tutta, e insieme, saprà mettere in campo.

 

Il personaggio

Marco Fortis, nato a Verbania nel 1956, si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università Cattolica di Milano. Dal 1999 è Direttore e Vicepresidente della Fondazione Edison di cui è anche Vicepresidente del Comitato Scientifico. È docente di Economia Industriale e Commercio Estero presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica, presso cui insegna dal 1989. Fortis è co-editor della rivista Economia Politica – Journal of Analytical and Institutional Economics. È membro del Comitato Direttivo del Centro di Ricerche in Analisi Economica e sviluppo economico internazionale (CRANEC). È membro del Comitato esecutivo di Aspen Institute Italia. È editorialista de Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Huffington Post. È Consigliere economico del Ministro per le Politiche Agricole e Forestali Teresa Bellanova. Ha pubblicato numerosi volumi e saggi, in Italia e all’estero, sui temi dell’economia italiana, dell’industria e dei distretti industriali, della tecnologia, dello sviluppo e del commercio internazionale, tra cui “The Pillars of Italian Economy. Manufacturing, Food & Wine, Tourism” (Springer, 2016). È Commendatore al merito della Repubblica Italiana.

Correlati