Rivoluzione digitale e dintorni

Apprendere nel mondo (digitale)

Open learning

Curo questa rubrica sull’apprendimento nel mondo digitale perché non ho capito. Dal 2008 mi occupo dell’impatto della cultura della rete sulle organizzazioni, sul lavoro, sulla leadership. Ho seguito alcune aziende importanti in questa evoluzione formando capi, supportando gruppi. Ho conosciuto e formato parecchie persone a dire il vero. Nell’ultimo anno, poi, ho studiato in profondità 20 aziende top nella trasformazione digitale osservando il cambiamento della leadership. Nonostante tutto questo non ho capito.

Una cosa l’ho capita, perché è già avvenuta. Open designa una cultura della proprietà, del comando e dell’organizzazione che, seguendo tra gli altri David Stark e Carole Crumley, riguarda il mindset eterarchico. Il focus è il potere degli eteri, degli altri. Di qualcuno che non è dei nostri e che potrebbe rivelarsi prezioso per abitare in un mondo ostile per chi vuol fare un nido. Occuparsi di organizzazione aperta significa domandarsi come si distribuisce e si moltiplica la leadership, molto più che il potere formale. Significa occuparsi non solo di organizzazione, ma anche di auto organizzazione. Significa occuparsi di intelligenza collettiva, innovazione diffusa, capitale sociale. Oltre che di tutto il resto, poiché siamo nella cultura del “et et” e non dell’“aut aut”.

Poi il digitale ha iniziato ad accelerare, e più ancora la data driven economy. Così abbiamo scoperto che siamo dentro la Quarta Rivoluzione Industriale e che nulla sarebbe stato più come prima. Ci hanno detto che sarebbero spariti molti mestieri e che molte persone avrebbero fatto fatica, molta fatica, ad aggiornarsi. Quanto ai giovani, che avrebbero dormito sonni tranquilli perché il 65% dei loro mestieri devono ancora essere inventati. Le espressioni upskilling e reskilling ci hanno definitivamente abbattuto il morale.

Questa rubrica è per chi non ha capito, ma non si rassegna.Vorrei che questa rubrica fosse un motore di ricerca. Un motore per viaggiare, fare incontri e scoperte. Un motore può indurre altri movimenti, vibrazioni o emozioni inaspettate. Un motore dà energia, ma anche, attenzione, espone al pericolo.
Poi vi è la ricerca. Ma non quella di un search engine. Search in inglese è il ricercare qualcosa che è noto e che già esiste e che bisogna essere abili a estrarre dal buio. Dopo tutto Google fa questo, riportandoci in pochi attimi i risultati di una query del suo enorme data base. Ma non abbiamo bisogno di questo. Ci serve invece ciò che il filosofo e pedagogista americano John Dewey chiamava l’Inquiry che è una ricerca che si svolge quando il problema non è dato, non è definito ed è il processo risolutivo che ci consente di capire il problema che si sta affrontando. Capisco un problema solo quando l’ho risolto.

Com’è un inquire engine in 3.000 caratteri? Invitare degli amici e conversare è un’ottima cosa in due situazioni: quando ci si annoia e quando non si sa risolvere un problema. Poiché nella vita possono capitare entrambe io mi sono attrezzato. Ho pensato a delle persone che ci possono aiutare a ragionare su alcune cose: all’innovazione come processo di apprendimento, all’importanza dell’AI nella formazione oppure, al contrario, alla rilevanza sempre maggiore delle dimensioni umanistiche; all’apprendimento rovesciato fatto per davvero; all’action learning in un’azienda in cui le competenze contano più delle posizioni; all’entrepreneurship che vuol dire comportarsi come se l’azienda fosse propria, ma che va capito se è una cosa che si può imparare; alla tecnologia nella formazione che diventa biopotere; alla super realtà virtuale e aumentata che ci fa imparare credendo ai propri occhi (anche se sappiamo che ci ingannano).
Questo è tutto ciò che so per il momento. Insieme alle lettrici e ai lettori, accendiamo il motore.

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