Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Senso, significato e rilevanza: ridefinire il lavoro oggi

Lo studio condotto da ASFOR e ISVI sul senso del lavoro rappresenta un esempio raro di serietà e affidabilità in un contesto in cui è sempre più difficile trovare ricerche robuste, soprattutto su temi così rilevanti.

Vorrei iniziare facendo un ponte tra filosofia e sociologia, introducendo alcune categorie che utilizziamo noi sociologi per trattare questi temi. Il ponte, idealmente, guarda indietro a Max Weber, un autore che condividiamo e che per primo ha distinto tra senso e significato del lavoro. Una distinzione che risale all’Ottocento, ma che rimane estremamente attuale.

Quando parliamo di significato, rispondiamo alla domanda: che cos’è il lavoro? Qui la sociologia del lavoro si è interrogata a lungo, esaminando cosa qualifichi un’attività come lavoro e cosa no. Per esempio, ci siamo chiesti se il lavoro domestico, prevalentemente svolto dalle donne, potesse essere considerato lavoro; o se il lavoro senza contratto meritasse questa definizione. Questo tipo di analisi guarda alle proprietà oggettive del lavoro, alle sue mansioni, retribuzioni e caratteristiche.

Quando invece parliamo di senso, rispondiamo a un’altra domanda: perché si lavora? Weber ha individuato diverse motivazioni all’azione lavorativa, che spaziano dal guadagno economico e alla sicurezza (azione razionale rispetto allo scopo), al dovere etico e all’utilità sociale (azione razionale rispetto al valore), fino alla soddisfazione personale, al divertimento e alla conformità alle norme sociali. Nonostante siano passati decenni, queste categorie rimangono strumenti validi per analizzare il lavoro anche oggi.

Un nuovo elemento: la rilevanza del lavoro

Negli ultimi anni, però, si è aggiunto un nuovo concetto: quello di rilevanza. Ci chiediamo quanto il lavoro pesi nella vita complessiva delle persone. Se prendiamo insieme senso, significato e rilevanza, possiamo leggere i profondi cambiamenti che stanno interessando il mercato del lavoro. In passato, ci siamo concentrati quasi esclusivamente sulla domanda di lavoro, guardando alle esigenze delle aziende per definire che cosa fosse il lavoro. Ma oggi, di fronte a tendenze demografiche e cambiamenti strutturali, siamo costretti a guardare anche all’offerta, ovvero ai lavoratori. È un cambiamento recente e non siamo ancora abituati a questa nuova prospettiva.

Per esempio, nel mio lavoro di ricerca sul lavoro digitale, mi occupo di piattaforme che fanno matching tra domanda e offerta di servizi. Un fenomeno interessante è che queste piattaforme investono molto di più nel trovare lavoratori rispetto a chi cerca un servizio. Oggi, l’elemento critico è trovare le badanti, non le famiglie che ne hanno bisogno. Questo non era così in passato e mostra chiaramente come le categorie tradizionali non siano più sufficienti per interpretare il mercato del lavoro.

La pandemia e il ripensamento del lavoro

La pandemia ha avuto un effetto straordinario nel farci ripensare al valore del lavoro. Mi ha ricordato situazioni che ho osservato precedentemente nella vita delle persone: pause forzate dal lavoro, come una gravidanza o un infortunio, spesso inducono le persone a riposizionare le priorità. Per le donne, per esempio, la maternità è un momento in cui si riconsiderano le scelte lavorative; per gli uomini, scherzando, dico che è più frequente una frattura causata dall’attività sportiva. La pandemia è stata una “frattura” collettiva che ha spinto molte persone a riconsiderare il rapporto con il lavoro e con il valore della riproduzione sociale, cioè la cura, la salute e tutto ciò che sostiene la vita stessa.

Il fenomeno degli slash workers

Un altro segnale di cambiamento che ho osservato è il fenomeno degli slash workers, persone che svolgono più lavori contemporaneamente. Non si tratta solo di integrare il reddito, ma spesso di cercare gratificazioni che il lavoro principale non offre più. Ricordo il caso di un dirigente bancario che, nel tempo libero, lavorava come cuoco a domicilio. Quando gli ho chiesto perché non lo facesse come hobby o volontariato, mi ha risposto che, essendo pagato, sentiva di ricevere un riconoscimento vero. Questo dimostra quanto sia importante il riconoscimento simbolico del lavoro e come, spesso, questo manchi nel contesto tradizionale.

Infine, vorrei riflettere su come le imprese possano rispondere alle aspettative di chi cerca, oltre a un lavoro dignitoso, anche un valore sociale. Lo studio di ASFOR e ISVI evidenzia proprio come il valore del lavoro si stia trasformando, spingendo le persone a cercare riconoscimento non solo economico, ma anche sociale.

Negli ultimi decenni, la responsabilità sociale d’impresa ha guadagnato attenzione, ma oggi sta emergendo una nuova dinamica: una responsabilità che parte dai lavoratori stessi e che è legata al contesto lavorativo. Durante la pandemia, molti lavoratori da remoto, rientrati nei loro territori d’origine, hanno attivato iniziative per valorizzare le loro comunità, spesso in spazi di coworking. Queste attività nascono dalla volontà di restituire qualcosa al proprio territorio, a partire da un luogo di lavoro e dalla condivisione delle competenze. È un segnale che merita di essere studiato: come possono le aziende valorizzare e integrare questa spinta verso il valore sociale?

Con queste riflessioni, spero di aver offerto alcuni spunti per comprendere come il lavoro stia cambiando e come senso, significato e rilevanza possano aiutarci a interpretare questo cambiamento.