Anche se i sistemi di intelligenza artificiale sono da anni presenti e utilizzati in tanti software scaricabili dalla rete, si può dire che il boom è scoppiato alla fine del 2022 con ChatGPT che in poche settimane ha raggiunto i 100 milioni di utenti. Da allora il tema è entrato di prepotenza nel dibattito sociale e anche politico, tanto è vero che è stato uno dei temi trattati nel G7 che si è svolto in Puglia a metà giugno con la presenza del Papa.
Non si poteva perciò evitare di chiedere ai manager privati e pubblici intervistati per una ricerca di APAFORM in collaborazione con Federmanagement il loro pensiero in merito. Durante le interviste è stata posta in modo provocatorio la domanda di qualificare la loro posizione tra due estremi: i tecno-fans e i tecno-tiepidi. Di fronte a una provocazione così netta le risposte sono state molto articolate, perché di volta in volta gli intervistati hanno preferito usare una varietà di autodefinizioni, tra cui tecno-sensibili, tecno-curiosi, tecno-attenti, tecno-sperimentatori, tecno-consapevoli.
Definizioni sempre precedute dall’affermazione secondo cui lo sviluppo delle conoscenze in questo campo non può essere arrestato e sarà molto più rapido di qualsiasi innovazione anche del recente passato. Una dinamica che genererà enormi opportunità, ma comporta altrettanti rilevanti rischi che devono essere gestiti. Essere consapevoli per i manager significa monitorare l’evoluzione dei sistemi di intelligenza artificiale, valutare attentamente l’utilità per il proprio business model, comprendere i cambiamenti organizzativi necessari per sfruttarne le potenzialità, ponderare l’impatto degli investimenti sull’equilibrio economico futuro, prepararsi ad affrontare possibili resistenze. Ma come formare manager consapevoli davanti alle tecnologie di intelligenza artificiale? Per rispondere a questa domanda il sistema della formazione può fare riferimento all’analisi di Henry Mintzberg secondo cui la funzione manageriale è costituita da un mix di scienza (razionalità), tecnica (conoscenze affinate con l’esperienza), arte (intesa come creatività, intuito, sinteticamente capacità di ragionare out of the box).
In effetti rispondendo a una successiva domanda sul mix tra queste componenti, la maggioranza del campione ha dato maggiore rilievo alla componente di creatività, specificata in termini di intuito, velocità nel decidere anche in assenza di tutte le informazioni, coraggio necessario per decidere diversamente da quanto suggerirebbero sistemi di intelligenza artificiale sofisticati. La motivazione è semplice: i sistemi di intelligenza artificiale sono già ora e sempre più saranno in grado di sostituire la componente “razionale” della intelligenza umana, ma per ora non sono in grado di sostituire la componente emotiva, passionale (in senso positivo e negativo), di empatia, di conoscenza accumulata con l’esperienza di successi e insuccessi, del cosiddetto sesto senso di cui si dice siano maggiormente dotate le donne. Se si accettano le teorie secondo cui negli uomini prevale la componente “razionale”, si può dire che le intelligenze artificiali possono sostituire in modo più efficace gli uomini rispetto alle donne.
Uno stimolo di riflessione che si lancia per il lettore. Alcuni futurologi o tecnologi molto fiduciosi nel progresso di conoscenze ipotizzano che in tempi non lontani sistemi di deep learning, machine learning e quantum computing avanzati potrebbero essere in grado di riprodurre il funzionamento del cervello anche per la componente emotiva, elaborando immagini del viso, contenuti di email, comunicazioni vocali, documenti realizzati in condizioni di serenità, stress, collera, esaltazione da successi, depressione da insuccessi, eccetera. A questi tecno-ottimisti si può ricordare che la caratteristica peculiare del cervello umano è quella della plasticità che difficilmente può essere riprodotta da circuiti elettrici o anche da futuri materiali, magari scoperti sulla luna, su pianeti più o meno vicini alla terra, asteroidi o in qualche parte del cosmo. Si tratta comunque di uno scenario che quasi sicuramente va oltre l’orizzonte della vita dei lettori di questo articolo.
Per ritornare a problemi attuali della formazione, è opportuno sottolineare che sicuramente le tecnologie di intelligenza artificiale hanno già oggi una enorme potenza nel proiettare in avanti le conoscenze di tipo “verticale e specialistico”, mentre hanno ancora molte difficoltà nel processo di integrazione delle conoscenze. Quindi sono in grado di sostituire le persone in compiti e funzioni dai confini definiti e rigidi, mentre difficilmente riusciranno a sostituire le persone in processi decisionali e operativi di tipo innovativo e ad assetto variabile. Le intelligenze artificiali potranno svolgere egregiamente la loro funzione di “assistenti virtuali” di persone che per le conoscenze standardizzate possono interagire direttamente con assistenti virtuali di altre persone (ad esempio il proprio capo diretto, i propri collaboratori, il CEO di un’impresa), mentre le persone interagiranno tra loro per affrontare problemi complessi, imprevisti e imprevedibili. Per quanto riguarda la formazione di management da tempo si è passati dalla logica di teaching a quella di learning e a quella di acting. Con l’avvento dei sistemi di intelligenza artificiale sarà necessario compiere un passaggio ulteriore, quello di preparare persone in grado di fare le domande “giuste” e di valutare in “modo critico” le risposte ottenute.
Sono domande giuste quelle che hanno un contenuto etico oltre che professionale e funzionale a un obiettivo di tipo tecnico, economico, ambientale. Ad esempio, valutare l’impatto delle scelte in termini di lotta alle disuguaglianze, difesa dei diritti, tutela dei gruppi sociali deboli, inclusione nel mondo del lavoro e della società delle persone con disabilità. Senso critico significa comprendere che anche per le intelligenze artificiali vale il principio secondo cui “garbage in garbage out” e ancor più, “fake data in fake information out”.