Economie del futuro

Quando il lavoro non basta. Sfide e opportunità per le piccole e medie imprese italiane nel mondo che verrà

In un’Italia che nel biennio 2021-2022 è stata protagonista di una crescita economica in grado di riaccendere gli animi di imprenditori, manager e addetti ai lavori, nel 2023 – così come nel 2024 – si è tornati a fare i conti con la realtà, complici numerosi fattori come l’incertezza geopolitica unita alla necessaria aggressività delle banche centrali, impegnate nel contrastare l’inflazione.

In questo contesto così volatile, incerto e a tratti ambiguo, abbiamo però delle valide certezze. La prima è che l’Italia, dopo la Germania, rappresenta ancora il più importante hub manifatturiero d’Europa. La seconda è che il sistema industriale del Bel Paese ha dimostrato – anche nel post-Covid – una straordinaria capacità di reazione

, puntando in modo deciso sugli asset tipici della nostra economia. Fra questi ultimi spicca il ruolo delle piccole e medie imprese che rappresentano la spina dorsale del Sistema-Italia e che, in 83 casi su 100, sono guidate da una famiglia.

Ed è proprio questo il nodo cruciale che ha spinto ASFOR e ISVI, in collaborazione con I-AER, a effettuare una ricerca per approfondire “il valore del lavoro oggi”, indagando aspettative, inquietudini e meccanismi di engagement anche all’interno del mondo delle pmi. Più in particolare, da un campione di 632 titolari d’impresa operanti in Italia si è ricavato uno spaccato particolarmente utile a effettuare riflessioni per rendere “future-fit” questi straordinari motori di crescita economica e sociale che chiamiamo imprese.

Ancora più in dettaglio, gli esiti della ricerca suggeriscono che, in un mondo dove il lavoro è prezioso ma i lavoratori scarseggiano, sono soprattutto due gli elementi che influenzano il costoso fenomeno del turnover e della demotivazione al lavoro. Il primo riguarda fattori esterni quali inflazione, crisi economiche e instabilità geopolitica che – evidentemente – rappresentano fonte di inquietudine e pressione, non solo per i datori di lavoro. Il secondo tema è connesso al ruolo dell’evoluzione tecnologica che spesso “costringe” imprese e lavoratori a un profondo aggiornamento delle proprie competenze.

Nello scenario fin qui delineato, la considerazione di business da effettuare – nell’audace tentativo di supportare il sistema imprenditoriale italiano – va quindi in un’unica direzione: è necessaria maggiore vicinanza tra vertice aziendale e lavoratori. Infatti, in un mondo che sarà sempre più caratterizzato da instabilità politica, crisi pandemiche e sociali sarà cruciale comunicare maggiormente con il proprio team, fornendo strumenti utili a evolvere culturalmente, anche al fine di evitare l’effetto-commodity che colpirà il mercato nel prossimo decennio, soprattutto a causa della forte spinta data da tecnologie emergenti quali l’artificial intelligence o, ancora, il metaverso.

Nel quadro di incertezza nel quale siamo immersi, dalla ricerca emergono poi ulteriori stimoli. Il primo riguarda l’importanza del bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata. Il secondo è connesso al ruolo delle retribuzioni reali che, si ricorda, in Italia soffrono di scarsa competitività soprattutto a causa di un sistema-azienda ancora troppo piccolo e poco organizzato che, nei fatti, non è in grado di garantire salari al passo con le esigenze di una società profondamente dinamica.

Pertanto, sempre con l’obiettivo di mantenere una visione fortemente orientata al business, dallo studio emerge che i datori di lavoro devono impegnarsi nel costruire sistemi organizzativi non solo più produttivi (e quindi orientati ad una crescita retributiva sostanziale) ma, anche e soprattutto, più votati all’essere umano. Ed è proprio in questo senso che bisogna leggere la necessità di “work-life balance” tanto anelata dal singolo individuo ma ancora strutturalmente poco diffusa all’interno delle pmi italiane dove – troppo spesso – “presenzialismo e straordinari” la fanno ancora da padrone.

Nel contesto della ricerca, emergono poi due ulteriori elementi, utili a stimolare quel processo di miglioramento competitivo e culturale a cui le pmi devono sottoporsi. In particolare: l’implementazione di pratiche di smart working, seguita dalla necessità di accelerare il percorso di evoluzione organizzativa, il tutto con l’obiettivo di migliorare l’attrattività verso i lavoratori.

Se sul primo fronte il campione intervistato vive una fisiologica ambivalenza dove – da una parte si riconosce l’importanza dello smart working e, dall’altra, si cerca (quasi) di procrastinarne l’effettiva integrazione nelle pratiche di lavoro – la questione si fa ben più sfidante sul secondo fronte, quello dell’evoluzione organizzativa.

Infatti, dalla ricerca emerge che sarà proprio il fattore umano a determinare il successo e la sostenibilità di lungo periodo delle pmi italiane in un contesto così cangiante. Ciò è confermato dalla piena consapevolezza degli intervistati rispetto all’importanza delle sfide che li attendono. Su tutte, la capacità di poter assicurare ai lavoratori un adeguato work life balance, l’impellenza di riconoscere retribuzioni in linea con le necessità emergenti e la necessità di gestire al meglio sia le pratiche di smart working sia di formazione del personale. Il tutto in favore di una rinnovata attrattività del sistema-azienda italiano.

Riusciranno quindi i datori di lavoro a riscoprire quella energia imprenditoriale che li ha supportati nel reagire ai numerosi shock esogeni dell’ultimo decennio? La sfida è aperta. Per vincerla, servono coraggio e un ritrovato senso di umanità, anche in ambito aziendale.

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