Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Motivazione, senso e utilità del lavoro. Note su “Bullshit Jobs” di David Graeber

L’apparente sfocatura dell’orizzonte di valori che circonda il mondo del lavoro all’alba degli anni ’20 sta generando una gran mole di letture, analisi, riflessioni e soprattutto domande. Per gli storici del pensiero, fra qualche decennio, forse non sarà facile districarsi in questo labirinto di idee: “qual è il senso del lavoro?”, “dove trovare oggi la motivazione?”, “perché le persone si dimettono con questa facilità?”. Se sarà difficile per loro, figurarsi per noi, che brancoliamo smarriti in questo cambiamento epocale senza punti di riferimento precisi.

Le risposte a queste inquietudini rischiano di essere sempre le stesse: più cura, più relazione, più coinvolgimento, più ascolto, più flessibilità. Aspetti sacrosanti, anche a prescindere dall’“emergenza” della situazione attuale. Forse, allora, più che cercare nuove soluzioni che finiscono per confermare aspetti di cui siamo già a conoscenza, converrebbe concentrarsi sulla domanda. Quando abbiamo iniziato a porci il problema del “senso” del lavoro?

Nel 2018, il compianto antropologo anarchico David Graeber ci regalava la sua riflessione sul tema, spiazzante e provocatoria, in un libro dall’eloquente titolo “Bullshit Jobs (Garzanti) che “smorzando” un po’ si potrebbe tradurre come “lavori del cavolo”. La tesi di Graeber è la seguente: molti dei lavori che svolgiamo nella contemporaneità non sono così utili come crediamo. L’etica protestante del lavoro ci ha convinto che lavorare sia di per sé una forma di realizzazione, a prescindere dal rapporto che la nostra professione ha con il resto del mondo e con la nostra interiorità; questo circolo vizioso fra lavoro e realizzazione personale genera una «profonda violenza psicologica» e «una ferita nella nostra anima collettiva».

Non è difficile riconoscere dietro queste affermazioni la posizione politica di Graeber, che fra le altre cose ha ispirato e animato il movimento anti-capitalista Occupy Wall Street. Ma al di là del carattere sovversivo, in “Bullshit Jobs” è presente una profonda riflessione sul nostro rapporto con la dimensione professionale. Intanto, ci ricorda Graeber, l’idea che il lavoro costituisca di per sé un valore è piuttosto recente. Nell’antichità classica l’aristocrazia disprezzava la fatica, che era propria degli schiavi. Nel Medioevo feudale le classi privilegiate, i nobili e il clero, erano separati dal resto della società proprio perché quest’ultima (contadina prima e borghese poi) aveva la sua ragion d’essere nel lavoro.

Oggi, in un mondo in piena trasformazione (demografica, geopolitica, economica, tecnologica), probabilmente il paradigma sta cambiando nuovamente, mettendo in discussione il principio del lavoro come valore intrinseco dell’essere umano. E questo, continua Graeber, ha portato alla proliferazione di lavori di cui si fatica a comprendere l’utilità, o che contengono ampi spazi di attività ridondanti, a scarso valore aggiunto, burocratizzate.

Le persone si dimettono? Non riescono ad allineare le proprie aspirazioni a quelle delle organizzazioni? Appaiono demotivate e sempre meno sicure delle proprie capacità? Probabilmente svolgono un “lavoro del cavolo”. O credono di svolgerlo.

Ovviamente la menzione del libro di Graeber è soprattutto una provocazione. Alcune delle conclusioni a cui arriva l’antropologo sono state messe in discussione da esperti del settore e la vena satirica che percorre il testo deve metterci in guardia dall’accoglierne il messaggio in modo massimalista. Eppure, probabilmente, qualcosa da insegnarci ce l’ha. Sconnettersi con il valore sociale del proprio lavoro genera infelicità. Dimenticare il perché si investono le proprie energie, qual è la posta in gioco, cosa ne guadagna il prossimo, aliena dalla propria professione. Sentirsi inutili, percepirsi come anelli di una catena di cui non si conosce né capo né coda, vivere il proprio lavoro come una somma di task da eseguire per non si sa quale agenda produce demotivazione, strategie di sopravvivenza, fuga.

Ripartiamo da qui, dalla consapevolezza, dalla trasparenza organizzativa, dalla chiarezza manageriale, dall’utile sociale, anche a costo di sacrificare un po’ di retorica del lavoro duro e dell’imprenditorialità, che forse sono legate a un mondo che ci stiamo lasciando alle spalle.