Attualità

Università: osservatorio privilegiato di un mondo che cambia

Il mio contributo non è frutto di un’analisi, ma piuttosto una testimonianza che attinge all’esperienza vissuta con i tre diversi “cappelli” che mi trovo a indossare nella mia attività professionale.

È noto, alcune tendenze di lungo corso stanno mutando profondamente il mondo del lavoro in Italia: su tutte, la crescente denatalità e l’invecchiamento della popolazione, un tasso di innovazione inferiore a quello di altri Paesi europei, il rifiuto “culturale” di un numero sempre crescente di lavori manuali, artigianali e di servizio. Ad accelerare questi fenomeni sono giunte le grandi crisi degli ultimi anni: la pandemia, che ha portato con sé lo sviluppo del remote working; le guerre, che hanno innescato un intenso processo di deglobalizzazione, facendo lievitare il fabbisogno di lavoratori in loco.

Quali sono gli impatti di tutto ciò, visti dagli osservatori privilegiati in cui mi trovo ad essere?

In primo luogo, sono il responsabile del Comitato Università Mondo del Lavoro dell’Università Cattolica, a cui fanno capo i servizi di stage e placement.

Qui il primo fenomeno nuovo che si registra è la fila di imprese che, alle porte dell’Università, competono tra loro per accaparrarsi stagisti. Le aziende italiane hanno difficoltà ad aggiudicarsi i talenti. Per questo tentano di anticipare sempre più l’innesco di una relazione con giovani di valore. E lo stage è uno di questi modi.

Non è raro, ci dicono le imprese, che un colloquio di lavoro non termini, come prima terminava, con il selezionatore che dice: “Le faremo sapere”, ma col candidato che mette in guardia l’impresa: “Vi farò sapere”.

L’altra cosa che ci segnalano le imprese è che senza assicurare una quota (variabile a seconda dei casi) di remote working è assai difficile risultare interessanti per i neolaureati. È il segnale non solo e non tanto del peso assegnato alla comodità, ma di un mutamento in atto nel modo di concepire la propria realizzazione personale, per cui è diverso l’equilibrio ricercato tra lavoro (e dunque carriera) e vita personale (tempo libero, relazioni, famiglia, per quanto quest’ultima sia fortemente in declino).

In secondo luogo, in qualità di docente della Cattolica – che impartisce nella Laurea Magistrale un corso di Corporate Strategy e ha contatto diretto con numerosi tesisti -, intercetto con chiarezza un fenomeno che chi gestisce il placement dell’Università conosce meglio di me. Un crescente numero di nostri laureati va all’estero, vanificando il forte investimento formativo che l’Italia ha fatto su di loro. Perché? La prima ragione è che l’orientamento all’innovazione è radicalmente più intenso in altri Paesi. Lo dimostrano le statistiche nazionali relative al numero delle startup e, in particolare, degli unicorn sviluppati. La seconda ragione è connessa al divario delle retribuzioni (troppo basse per i giovani che entrano nel mondo del lavoro in Italia) e al divario nei sentieri di carriera (da noi troppo lenti, eccessivamente basati sull’anzianità di servizio).

Il mio terzo “cappello professionale” è quello di responsabile di una fondazione di origine universitaria, E4Impact, che si dedica allo sviluppo di nuovi imprenditori in Africa e promuove partnership tra imprese italiane e africane. A proposito di partnership, le aziende del nostro Paese sono ancora reticenti nell’investire in direzione dell’Africa, anche a causa di una narrazione sul continente che mette in primo piano i problemi e si dimentica le straordinarie opportunità che lì si stanno aprendo.

Ma negli ultimi 2-3 anni è letteralmente esploso un fenomeno nuovo: le imprese guardano all’Africa come ambito in cui trovare una quota dei lavoratori di cui hanno una assoluta necessità: l’Italia è tra i Paesi più vecchi al mondo, ha pochi giovani e molti di essi disdegnano una molteplicità di lavori, pur dignitosi, indispensabili per il funzionamento delle imprese.

Per non soccombere, l’Italia deve quindi agire contemporaneamente su tre leve che non sono per nulla tra loro alternative, bensì complementari. Innanzitutto, occorre attuare politiche (formazione professionale, conciliazione famiglia-lavoro, ecc.) volte a ridurre il fenomeno dei NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione) e accrescere l’occupazione femminile. In secondo luogo, urge una pluralità di azioni volte a favorire la natalità. Ma, com’è ovvio, il frutto di tali azioni, ancorché intense e coordinate, si potrà vedere solo tra più di vent’anni. Ecco allora la terza leva, senza la quale la sfida è persa in partenza: un’immigrazione consistente nei numeri e dignitosa nelle modalità, sull’esempio di quello che hanno fatto altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania.

L’Italia è chiamata a pianificare un’immigrazione concertata con le imprese, identificando con precisione le professionalità richieste e il percorso formativo all’estero (relativo a competenze professionali, lingua, introduzione al contesto sociale e culturale italiano) necessario a preparare le persone che giungeranno nel nostro Paese.

Di un simile progetto può beneficiare una pluralità di soggetti: i migranti e le loro famiglie di origine, le imprese italiane, il sistema pensionistico nazionale, gli stati africani che assicurano uno sbocco lavorativo ai propri giovani. Cionondimeno, non va né nascosta né sottovalutata l’entità delle sfide insite in tale progetto: il lavoro deve essere dignitoso e stabile; la rimunerazione deve essere sufficiente a garantire una vita dignitosa; vanno affrontati con grande attenzione il problema abitativo e quello dell’integrazione culturale; l’inclusione implica un tessuto sociale ricettivo e creativo, in cui il terzo settore deve giocare una parte importante; la sicurezza deve essere garantita, tanto a chi arriva, tanto a chi accoglie.

Questa breve testimonianza fa dunque emergere un contesto nuovo che esige comportamenti altrettanto nuovi da parte di imprese e istituzioni:

    • un’attenzione e una simpatia previa verso le nuove aspettative dei giovani, perché un’insistenza lamentosa verso i valori del passato non conduce che al declino;
    • un orientamento verso l’innovazione e il rischio d’impresa da parte di politiche pubbliche e attori privati, perché la nostra economia si ringiovanisca e sia così capace di attirare i giovani;
    • una promozione della dignità culturale e sociale di lavori manuali e di servizio, della quale una rimunerazione equa – anzi, premiante – sia la prima manifestazione;
    • l’accoglienza intelligente di chi è venuto e potrà venire da lontano, accoglienza di cui promozione della professionalità e riconoscimento della dignità della persona siano ingredienti ugualmente indispensabili.

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