Il coraggio dell'utopia

Lavoro e vita: alla ricerca di un senso profondo. Le analisi di Sebastiano Maffettone e Silvano Petrosino

I filosofi Sebastiano Maffettone, professore ordinario di Filosofia Politica presso Luiss Guido Carli e Direttore dell’Osservatorio Ethos Luiss Business School, e Silvano Petrosino, professore ordinario di Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si sono confrontati sul tema del “Senso del lavoro e dinamiche sociali ed esistenziali“. In un’epoca in cui la dimensione lavorativa è strettamente legata al benessere e alla realizzazione personale di ogni individuo, diventa urgente ritrovare un tempo dedicato alla riflessione e alla crescita interiore, allontanandosi dalla frenetica dinamica dominante del “tutto-subito-sempre”. La rilevanza di questo dibattito è stata evidenziata durante la XXI Giornata della Formazione Manageriale ASFOR, tenutasi a Roma il 20 giugno. L’evento, intitolato “Senso del lavoro e formazione manageriale. Nuova appartenenza, coesione sociale e competitività”, ha riunito la comunità italiana dell’education manageriale. Questa occasione ha offerto un’opportunità di incontro e dialogo tra accademici, imprenditori e professionisti della formazione, favorendo la riflessione e lo scambio di idee su un tema cruciale come il senso del lavoro.

Nel suo intervento Sebastiano Maffettone ha affrontato il tema del senso del lavoro e del suo contributo alla fioritura umana, esaminando le cause della disaffezione nei confronti del lavoro e proponendo possibili rimedi.

Maffettone ha iniziato la sua analisi sottolineando come il lavoro rappresenti una parte sostanziale delle nostre giornate e contribuisca in modo significativo al nostro benessere. «Il lavoro offre l’opportunità di esercitare le nostre capacità individuali e di contribuire in modo responsabile alla comunità. Tuttavia, nonostante l’importanza del lavoro, la disaffezione nei suoi confronti è un fenomeno diffuso», ha sottolineato.

Secondo il professore di Filosofia Politica, che ha ripreso Aristotele, il lavoro svolge un ruolo fondamentale nella ricerca di una “vita buona”. «Tuttavia, le teorie politiche e morali tradizionali non hanno affrontato adeguatamente il legame tra lavoro e fioritura umana. Spesso il lavoro viene considerato solo per il suo valore strumentale o estrinseco, senza riconoscere il suo contributo all’autorealizzazione e alla realizzazione collettiva», ha osservato.

Il lavoro offre diversi benefici: sicurezza economica, stimoli intellettuali, sviluppo personale e acquisizione di competenze. Inoltre, influenza la salute fisica e mentale di un individuo e contribuisce alla formazione dell’identità personale. Proprio per questo, secondo Maffettone da un lato il lavoro può favorire l’autonomia e l’azione individuale, ma allo stesso tempo viene vissuto come un dovere sociale che richiede la partecipazione alla comunità per il bene comune.

La disaffezione verso il lavoro può essere spiegata, secondo Maffettone, da una serie di fattori che riflettono i cambiamenti nella società. L’avanzamento tecnologico, in particolare la digitalizzazione, ha modificato radicalmente le nostre esperienze di spazio e tempo. Ciò ha portato a una precarizzazione e parcellizzazione del lavoro, generando insoddisfazione diffusa. La riduzione del reddito globale destinato al lavoro nel corso degli ultimi decenni, inoltre, ha accentuato il senso di esclusione e disaffezione da parte dei lavoratori. Questi fattori hanno contribuito a una stagnazione economica e sociale diffusa, generando una sensazione di mancanza di prospettive future.

Per affrontare tali problematiche, Maffettone suggerisce diversi rimedi. Le imprese potrebbero adottare politiche di welfare aziendale, ridurre le ore di lavoro e creare spazi collettivi più stimolanti. Inoltre, il reddito dei lavoratori dovrebbe essere adeguatamente riconsiderato per cercare di ridurre la disaffezione. Latitante, secondo il filosofo, è stata fino ad ora la politica, non solo incapace di intervenire, ma anche di leggere determinati fenomeni. «Non è un caso che la politica interessi poco ai giovani, che non ne subiscono il fascino – ha detto -. Questa viene percepita come qualcosa che non è in grado di incidere in modo significativo sulla realtà». Ma se una speranza di cambiamento c’è risiede proprio in una sfera politica capace di comprendere e agire, andando oltre gli schemi della cultura “liberal-socialdemocratica” che hanno funzionato in altri contesti, ma che non riescono più a rispondere ai bisogni dell’oggi. Per il docente è necessario concentrarsi su politiche che mirino ad aumentare l’inclusione sociale ed economica – un esempio è l’istituzione del reddito di base – per sollevare il livello più basso della società. Ma è fondamentale anche investire in istruzione e formazione continua e stimolare una partecipazione politica più ampia, così da coinvolgere persone competenti e preparate, in grado di affrontare le sfide attuali.

Silvano Petrosino si è concentrato sull’importanza del senso nel contesto del lavoro. «La passione per il senso richiede una pausa, una riflessione, senza la certezza del risultato. Tuttavia, molti non sembrano interessati a occuparsi del senso, compreso il senso del lavoro. Al contrario, il realismo tende a evolversi nel cinismo, riducendo il lavoro a una questione di retribuzione e tempo», ha asserito il filosofo.

Petrosino ha messo in evidenza come l’odierno contesto lavorativo ponga una maggiore enfasi sul tempo rispetto alla retribuzione. «Gli individui, essendo esseri finiti e mortali, attribuiscono un grande valore al tempo, che rappresenta la loro massima ricchezza. Tuttavia, riflettere sul senso del lavoro richiede una prospettiva diversa, una volontà di esplorare e approfondire il tema», ha aggiunto.

Nel suo intervento Petrosino ha fatto un rimando alla Bibbia, citando il libro delle Genesi. «Contrariamente alla credenza comune, il lavoro non nasce come castigo nella narrazione biblica, ma è la perdita di senso ad accompagnare il peccato. Dio chiama l’uomo al lavoro sin dall’inizio, nel Giardino dell’Eden, affidandogli il compito di coltivare e custodire il giardino. Questi due verbi hanno un significato profondo: coltivare rappresenta la creatività dell’essere umano – significa aggiungere qualcosa di nuovo e positivo – mentre custodire implica la responsabilità di prendersi cura e proteggere ciò che è stato creato», ha chiarito.

Il professore ha ribadito l’importanza di non separare il coltivare dal custodire. «Quando si separano questi due aspetti, si corre il rischio che il coltivare si trasformi inevitabilmente in un distruggere – ha affermato -. Quando la forza creativa non accetta i limiti, la distruzione diventa il mezzo attraverso il quale un non-creatore cerca di essere tale. Da parte dell’essere umano è fondamentale accettare che ci siano cose che non possono essere coltivate e che ci sono limiti insuperabili. Accettare che il nostro progetto possa non compiersi. Questo non significa che il nostro obiettivo debba essere in partenza quello di rinunciare! Ma vuol dire evitare di idolatrare il progetto e mettere in conto che potrebbe non funzionare».

Petrosino ha poi rivolto una critica al modello educativo attuale. «Oggi l’educazione non è in mano alla scuola, ma viene influenzata da Tv, i cantanti, sportivi – ha detto -. Si tratta di fattori che sono emblematici di una mentalità specifica, di chi non si ferma mai e va avanti ad ogni costo».

Il professore ha evidenziato inoltre l’influenza della società dei consumi e della tecnologia nel promuovere un approccio alla vita che si potrebbe sintetizzare in tre parole: “tutto, subito, sempre”. Una visione che contrasta fortemente con l’idea di coltivare e custodire, ma anche con il concetto di tempo dell’essere umano che non corrisponde all’istante presente, ma si richiama alla storia, alla memoria e anche alle speranze.

In conclusione, Petrosino ha invitato ad affrontare il tema dell’educazione in un contesto che vada oltre la mentalità imperante, poiché l’educazione richiede una riflessione più profonda e una considerazione del tempo storico dell’umanità. L’auspicio è quello di tornare a esplorare il significato del lavoro, andando oltre un approccio pragmatico e superficiale, per comprendere il suo valore e il suo contributo alla vita umana.

 

I PERSONAGGI

SEBASTIANO MAFFETTONE

È un filosofo-politico. Professore presso l’Università Luiss di Roma, ha insegnato per più di quaranta anni. È stato visiting in alcune delle più prestigiose Università del mondo ed è autore di oltre 30 libri e di una quantità ingente di articoli scientifici. È stato Primo Presidente della Società Italiana di Filosofia Politica, ha fondato la rivista “Filosofia e questioni pubbliche” (ora Philosophy & Public Issues), ha co-fondato e diretto Politeia, è stato Preside di Facoltà e Direttore di Dipartimento (Scienze Politiche alla Luiss), ha fondato e diretto un prestigioso programma internazionale di PHD (Luiss), ha coordinato numerosi progetti di ricerca e tradotto e diffuso il pensiero di Rawls in Italia. Maffettone è un public intellectual assai noto. Oltre all’impegno accademico, è stato Consigliere delegato alla Cultura della Regione Campania, Presidente della Fondazione Ravello, Presidente della Scuola di Giornalismo Massimo Baldini, editorialista di giornali (il Mattino, Corriere della Sera, Sole 24 ore, Messaggero tra gli altri), direttore di collane editoriali, consulente di Confindustria, delegato italiano in Organismi Internazionali, coordinatore scientifico della Fondazione Adriano Olivetti, autore televisivo. È tuttora membro di diversi comitati scientifici, commissario della Fondazione Giordano Bruno, coordinatore scientifico della Fondazione Italiana Cavalieri del Lavoro. È Direttore e Fondatore dell’Osservatorio di etica pubblica Ethos (Business School Luiss).

SILVANO PETROSINO

Professore Ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università Cattolica di Milano. Presso questa stessa Università attualmente insegna Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media. È inoltre titolare del corso di Antropologia del Sacro presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano ed è direttore dell’”Archivio Julien Ries per l’antropologia simbolica” presso l’Università Cattolica di Milano. Tra le sue ultime pubblicazioni: Lo stare degli uomini. Sul senso dell’abitare e sul suo dramma (Marietti 1820 2012); L’idolo. Teoria di una tentazione. Dalla Bibbia a Lacan (Mimesis 2015); Emmanuel Levinas. Le due sapienze (Feltrinelli 2017), Contro la cultura. La letteratura, per fortuna (Vita e Pensiero 2017); Il desiderio. Non siamo figli delle stelle (Vita e Pensiero 2019); Lo spirito della casa. Ospitalità, intimità e giustizia (il melangolo, Genova 2019); Dove abita l’Infinito. Trascendenza, potere e giustizia (Vita e Pensiero 2020); Piccola metafisica della luce. Una teoria dello sguardo (Vita e Pensiero 2021).