Esiste una forte convergenza, in letteratura e nelle pratiche, sulle caratteristiche del modello vincente del “Made in Italy” nel mondo: baricentro molto forte in Italia, ascolto e risposta al cliente su specifiche richieste, integrato con i clienti principali e una forte dipendenza da pochi grandi mercati. Il driver, il fattore di vantaggio competitivo, resta il prodotto: sintesi felice fra bisogni, tecnologia e “gusto” italiano.
La formula “vincente”, di quello che possiamo chiamare il modello di business del “made in”, è basata su alcuni concetti chiave:
- Il bisogno è universale, potremmo dire globale, con un livello di personalizzazione/ascolto significativo, seppur all’interno di caratteri comuni e trasferibili. Il “made in” è per sua natura un prodotto globale, basato sul fatto che il prodotto interessa tutto il mercato; la competenza distintiva che genera vantaggio e competitività per le aziende italiane è la capacità di risposta personalizzata su “lotti minimi”, in altre parole la conferma di una risposta artigianale alla richiesta dei mercati;
- l’approccio ai mercati si basa sulla valorizzazione dei trattati di libero scambio e sulla scelta dei mercati in base alla crescita della domanda e ai potenziali di sviluppo, attraverso iniziative leggere, di regola una rete di distribuzione locale e accordi commerciali di lunga durata. Ogni settore coinvolto ha presenza in più Paesi, in maniera non continuativa e stabile, ma molto variegata.
La presenza sui mercati è molto forte, ma distribuita fra diversi Paesi e gestita prevalentemente dall’Italia. La logica del “made in” prevede in genere tassi di crescita costanti, ricostruiti sulla capacità produttiva, finanziaria e in generale cognitiva dell‘impresa. La logica imprenditoriale è di presidiare mercati in relazione allo stato di vincoli e risorse e compensare eventuali cali di mercati con la crescita di altri. Il risultato finale è sempre lo stesso, cambiano solo i luoghi dove si producono gli addendi.
In questo quadro il modello di business si è sviluppato grazie a diversi fattori:
- Un mercato progressivamente unico, con regole certe e condivise, in cui beni e persone possano circolare liberamente. Il “made in” è il nodo centrale di riferimento di un “broadcast” che ha poi reti periferiche nei territori leggeri e facilmente spostabili. Le forme di presenza sono le più leggere: basso investimento, basso rischio, rendimento in relazione all’investimento effettuato;
- relazioni forti e consolidate sulla catena del valore, in cui lo scambio e il valore è gestito dall’impresa guida, che lo distribuisce in base a un processo sommativa di costruzione;
- il prodotto come natura della transazione, sia intermedio che finale. Nonostante siano forti gli aspetti intangibili che generano valore sul prodotto, la formula imprenditoriale è centrata soprattutto sul bene e sui fattori che ne caratterizzano la tangibilità.
Oggi questo modello, che negli anni ha dato risposte significative in termini di fatturato estero e performance, presenta alcuni vettori di innovazione forti, che potrebbero cambiarne caratteristiche e modelli competitivi.
Il primo tema riguarda i mercati. Il modello del “made in”, baricentro forte in Italia e presenza leggera all’estero mostra i primi segni di rallentamento. Nella sostanza, mentre il fatturato estero fino ad ora è stato parcellizzato su diversi Paesi e bilanciato in base alle condizioni esterne, in futuro è prevedibile una sua diversa composizione: molto più selettivo e concentrato su pochi Paesi e con livelli di coinvolgimento più ampi, meno processo di vendita tout court, più progettazione in comune e partecipazione alla costruzione del prodotto/servizio.
Il secondo tema riguarda la tecnologia e in generale tutti i fattori riconducibili all’idea di Industria 4.0 e ai suoi effetti nei processi di creazione di valore delle imprese. L’integrazione ICT, da tempo presente nelle attività a valle della catena del valore, soprattutto postvendita, scala alcune funzioni, interessando i processi a monte della produzione, in primo luogo la progettazione. Nella sostanza l’attività di progettazione diventa un processo continuo, di mutuo aggiustamento, risultato di un processo di interazione, sostenuto dalle informazioni scambiate e analizzate attraverso i “data” – small e big – e gli “analytics”. Il prodotto diventa, in altre parole, l’attivatore di processi di creazione di valore, un mezzo per attivare altre economie e non soltanto, così come è stato finora, il terminale della transazione commerciale.
Il terzo tema riguarda le caratteristiche del prodotto. La lettura del posizionamento competitivo delle imprese italiane poggia da sempre sul tema della conoscenza. Nel valore intrinseco ed esperienziale attribuito al prodotto italiano emerge una netta preferenza al tema del “saper essere” e del “saper fare”, inteso a valorizzare il sistema delle imprese e della conoscenza, come vettore ombrello per tutte le imprese che operano nelle aree. In altre parole, circolerà sempre meno prodotto e sempre più idee e saperi.
La prospettiva, in questa chiave, è aiutare le aziende e il mondo professionale che vi opera a ragionare in una logica di filiera, integrando la logica “make and sell” a quella della filiera e dello scambio di conoscenza. In questa chiave la formazione può agire da facilitatore, garantendo neutralità e simmetria nelle relazioni e restituendo alla formazione, in primo luogo manageriale, alcune dimensioni che la hanno caratterizzata fin dai suoi esordi.
In questo quadro il bisogno formativo si qualifica e si finalizza nelle sue caratteristiche di base.
Il luogo. Il luogo prevalente dove si crea e si distribuisce valore è la filiera, costruita su reti di relazione simmetriche nella realizzazione del prodotto servizio. La filiera, fisica o virtuale, è l’ecosistema in cui produzione e conoscenza si fondono, generando un ecosistema permanente di formazione formale e informale.
I contenuti. I contenuti sono composti da formazione specialistica, fruita nelle forme più diverse, prevalentemente leggere e su base individuale e una formazione di allineamento continuo con la filiera in termini di business model, tendenze evolutive e organizzazione del lavoro. La filiera detterà inoltre le coordinate su cui costruire e rinforzare le conoscenze e ridefinire i confini della professione. Sarà sempre la filiera a dettare i programmi di avviamento per i giovani e il recupero di professionalità già esistente nelle categorie ai margini del mercato del lavoro, over e categorie mirate.
Metodi. In chiave metodologica l’ecosistema vive nei territori e nel cloud. Questo facilita la creazione di hub di competenze che rispondono sia in presenza che digitalmente al set dei bisogni. La combinazione dei due impianti metodologici avviene attraverso la logica delle comunità professionali di pratiche.
Un processo completo di trasformazione che predilige reti orizzontali, network di nodi simmetrici e distribuzione di valore in base all’apporto dato in termini di conoscenza, molto meno in termini di volumi. Una presenza nei mercati molto più stabile e duratura, che impone una trasformazione significativa nei modi e nei fattori che generano valore e vantaggio competitivo, in cui la formazione, nella sua accezione più ampia, gioco un ruolo di facilitatore e di knowledge management per l’intera filiera produttiva e del lavoro. Una prospettiva sfidante per il mondo della formazione, ma in qualche maniera unica e irripetibile nella sua centralità e nelle potenzialità esprimibili.