Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Dal remote working al lavoro a misura delle persone

Di nuovi modi di lavorare, e di come questi siano indissolubilmente legati alla rivoluzione digitale, si parla da molti anni. In Italia, circa 10 anni, fa al Politecnico di Milano lanciammo su questo tema un osservatorio, proponendo la definizione di smart working: un nuovo modello organizzativo e di leadership basato sulla restituzione ai lavoratori di autonomia nella scelta di spazi orari e strumenti di lavoro a fronte di una responsabilizzazione sui risultati.

È stato un concetto che ha avuto un notevole impatto dal punto di vista culturale, organizzativo e normativo, ma fino al 2019 nulla lasciava presagire una diffusione così ampia e improvvisa. Prima della pandemia in Italia si contavano appena 570.000 smart worker, con l’emergenza sanitaria Covid-19, a marzo 2020, nel giro di un weekend, oltre 6,5 milioni di lavoratori si sono trovati a lavorare da casa, svolgendo attraverso strumenti e piattaforme digitali anche quelle attività di collaborazione e interazione che fino ad allora davamo per scontato richiedessero la copresenza in ufficio. Si è trattato di un gigantesco stress test sulle tecnologie, le competenze, la resilienza delle organizzazioni. Coloro che avevano investito negli anni precedenti in modelli di smart working si sono trovati tecnologicamente, organizzativamente e culturalmente avvantaggiati, gli altri hanno dovuto improvvisare. Ma la discontinuità c’è stata per tutti. Quello che si è fatto non è stato vero smart working, perché mancavano in particolare quelle condizioni di volontarietà ed evoluzione della cultura organizzativa e manageriale che sono essenziali a innescare un modello basato su autonomia e responsabilizzazione.

Eppure, anche in questa versione così forzata ed emergenziale, lo smart working non solo ha preservato la nostra salute e consentito di garantire continuità nei servizi, evitando che la pandemia avesse conseguenze ancora più gravi, ma ci ha anche insegnato tantissimo sul futuro possibile del lavoro e della società. Da questa esperienza, per quanto forzata e patologica, oggi possiamo e dobbiamo trarre insegnamenti preziosi. Abbiamo imparato sia da quanto di nuovo e sorprendentemente efficace abbiamo sperimentato, sia da quanto abbiamo sofferto nel vederci privati di quelle possibilità di interazione in presenza che forse davamo per scontate e di cui abbiamo capito solo adesso la straordinaria importanza.

Con l’evolversi della pandemia molte imprese e, soprattutto, Pubbliche Amministrazioni sono tornate indietro, derubricando quanto accaduto a una risposta di emergenza, ma oltre quattro milioni di lavoratori continuano a lavorare, almeno in parte, da remoto. Ancora più importante, la maggior parte delle organizzazioni intende per il futuro post pandemia non solo consolidare, ma estendere ulteriormente lo smart working. Da ultimo anche il Governo, nonostante qualche segnale contraddittorio, ha pubblicato linee guida orientate a consolidare e promuovere un modo di lavorare che può dare enormi vantaggi alle persone, alle organizzazioni e alla società nel suo insieme.

Ma se gli ultimi due anni sono stati intensi, quello che ci attende è un periodo di sfide se possibile ancora più intense. Sfide che andranno affrontate a tre livelli:

  1. A livello delle persone: ciascuno sarà chiamato a trovare un nuovo equilibrio che dia efficacia e significato alla propria esperienza lavorativa. La chiave per restare efficaci e avere successo sarà non attendere e subire, ma al contrario anticipare il cambiamento, sviluppando nuove competenze e comportamenti che permettano di mettere assieme benessere personale ed efficacia professionale.
  2. A livello delle organizzazioni: occorrerà conciliare l’estrema personalizzazione dell’esperienza lavorativa che le persone oggi si attendono, con la dinamica più collettiva e sociale necessaria per un buon funzionamento organizzativo.
  3. A livello della società: nel suo insieme, infine, bisognerà comprendere i cambiamenti innescati dalla pandemia e accompagnare non solo l’evoluzione normativa, ma anche quella legata all’emergere di nuovi e più intelligenti e sostenibili modelli di sviluppo sociale, urbano ed economico.

Una sfida molto particolare riguarderà i manager che dovranno essere in grado di far evolvere il loro ruolo. Non più supervisori e controllori, ma leader autentici, capaci di costruire appartenenza e senso di direzione, di ingaggiare le persone aiutandole ad assumere autonomia e responsabilità, di rispondere alla richiesta di flessibilità e personalizzazione costruendo con le persone una spirale positiva di fiducia, valorizzando i talenti e le caratteristiche di ciascuno.

In queste sfide le persone, e in particolare i manager, non possono essere lasciati da soli: occorre investire sin da subito in programmi di formazione e coaching innovativi e di qualità. Le università e le scuole di formazione, che già in questi mesi si sono prodigate per sostenere le persone nel cambiamento, devono quindi ancora fare la loro parte. Perché non c’è dubbio, la vera sfida per progettare e costruire il futuro del lavoro comincia adesso!