Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Una trasformazione da mettere in atto

Idee di qualità

La rubrica Idee di Qualità, curata da Manuela Brusoni, ospita l’intervento di Cristina Di Bari, imprenditrice e Vice Presidente della Fondazione Giovanni e Annamaria Cottino, è Founder e CEO del Cottino Social Impact Campus


Friedman, BlackRock, The Economy of Francesco, Business Round Table, Porter: un percorso di cambiamento in cui il profitto non è più l’unico scopo di un’impresa, si prefigura un capitalismo ibrido e si concretizza la consapevolezza del ruolo sociale dell’impresa sia essa profit o no profit. Ripassiamo le tappe di questo percorso per meglio comprendere dove siamo ora e cosa ora occorre fare.

È il 2018 quando Larry Fink, numero uno del gigante della finanza BlackRock, il più grande fondo che possiede investimenti in economia reale, indica come condizione per i propri investimenti che ogni società espliciti il proprio impatto sociale e come intende realizzarlo a beneficio di tutti gli stakeholder, sostenendo che «investire in modo sostenibile significa investire nel progresso, nella consapevolezza che le imprese che contribuiscono a risolvere i principali problemi del pianeta potrebbero essere quelle meglio posizionate per crescere».

Nel 2019 lo “Statement on the Purpose of a Corporation”, pubblicato dalla Business Round Table sottoscritto da oltre 200 CEO di imprese americane, imprime una svolta epocale: i firmatari si impegnano a «investire nei loro dipendenti, proteggere l’ambiente, comportarsi correttamente ed eticamente con i fornitori, concentrarsi sulla qualità dei prodotti e dei servizi offerti e creare valore di lungo termine per gli azionisti». Obiettivo in totale antitesi con lo statement del 1997 che, in accordo con le teorie di Friedman e della scuola di Chicago, dichiarava che il fine unico delle imprese era creare valore per gli azionisti.

Questa svolta non è casuale, guarda caso arriva proprio dopo le crisi del 2008 e del 2011 e la consapevolezza di come i nostri comportamenti siano stati responsabili nel pregiudicare l’ecosistema e il suo equilibrio climatico.

Negli stessi anni nasce anche The Economy of Francesco: in una lettera rivolta ai giovani, agli economisti e agli imprenditori di tutto il mondo, il Pontefice indica  la strada di un  modello economico da costruire, quello di «una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda».

E arriviamo a Porter e Kramer che nel 2011 definiscono lo shared value «l’insieme delle politiche e delle pratiche operative che rafforzano la competitività di una azienda, migliorando nello stesso tempo le condizioni economiche e sociali della comunità in cui essa opera».

Questo pensiero è il primo radicale cambio di prospettiva  ai modelli tradizionali della CSR legate ad azioni da buon cittadino come riciclare rifiuti o sostenere cause sociali verso un approccio basato sulla dipendenza reciproca tra la competitività e il benessere, il valore condiviso viene a essere una innovativa strategia per il successo economico che contemporaneamente genera progresso e valore sociale attraverso l’integrazione delle questioni ambientali e dei bisogni sociali nel core business e nelle strategie delle imprese. Lo shared value ci porta dunque a una visione che va oltre l’azione di marketing o di immagine e si prefigura come una azione a lungo termine.

Bene, a leggere tutto ciò sembrerebbe d’aver raggiunto l’obiettivo: tutti sappiamo che l’impresa non è solo un soggetto economico che genera ricchezza economica ma è un attore centrale e strategico del territorio in cui opera e che essa deve essere agente di trasformazione per perseguire fini di benessere sociale e ambientale. Purtroppo, però siamo solo a metà della strada da percorrere, abbiamo traguardato l’Advocacy ma dobbiamo ancora ben comprendere come renderla efficace.

Per farlo non può che entrare in gioco la formazione: ai giovani, ai manager, agli imprenditori e ai professionisti. Insieme occorre co-creare quello che al Cottino Social Impact Campus chiamano la Word Making Vision. Perché non basta avere la lente ma bisogna saper guardare attraverso, occorre, come recentemente affermato dal Prof. Calderini, perseguire un obiettivo trasformativo e generativo delle imprese, occorre guardarsi le spalle dai “falsi amici” quali la RSI, il Bilancio Sociale, gli Obiettivi ONU, i criteri ESG, che distraggono spesso l’attenzione dagli obiettivi reali e centrali lasciando spazio a una visione leggera e poco trasformativa del ruolo sociale dell’impresa.

Siamo arrivati al dunque , dobbiamo attuare la trasformazione e abbiamo bisogno che le imprese pongano in essere azioni intenzionali: dobbiamo leggere nei loro Piani Industriali a medio e lungo termine, vedere inclusi nel loro core business, gli obiettivi di impatto sociale che si pongono, non possiamo accettare delle rendicontazioni ex-post; dobbiamo definire delle metriche di misurazione chiare ed equilibrate come quelle economiche e infine dobbiamo cercare di cooperare con altri soggetti del territorio per massimizzare il risultato accontentandoci anche di rendimenti economici più bassi che possono essere compensati dal positivo impatto che queste azioni di sistema genereranno.

 

 

 

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