Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Nell’era del valore condiviso

Orizzonti possibili

Matilde Marandola, Presidente Nazionale AIDP, questo mese è ospite della rubrica Orizzonti Possibili, coordinata da Giorgio Colombo


Il termine impresa è il participio passato del verbo imprendere, già noto nel tardo Medioevo con il significato di “intraprendere”, “incominciare”, derivato dal latino parlato imprehendere, ed è composto da “in” e “prehendere”, che significava “assumere sopra di sé”. Partendo dall’etimologia antica, progressivamente consolidatasi nel tempo, la parola ha identificato l’acquisire o avviare una attività, internalizzandone il controllo e, per estensione, l’organismo entro cui vengono coordinate e gestite le attività sottoposte a uno stesso controllo.

Ma è oggi, dopo una pandemia devastante, che il significato di impresa sociale diventa urgente e imprescindibile. L’impresa che vede come suo unico obiettivo il business, il fatturato e i margini non può sopravvivere in un mondo che ha imparato a cercare il senso, il purpose, come direbbero gli anglosassoni. Il senso della nostra esistenza, del nostro lavoro e dell’azienda: questi sono attualmente gli elementi che rendono veramente l’azienda sociale. Le imprese e, in realtà ogni manager, hanno un’enorme opportunità di progettare e realizzare un impatto sul territorio e sulle comunità circostanti.

La prima volta che il mondo del business si avvicina a temi di interesse sociale ed environmental accountability è con la sottoscrizione del primo appello all’umanità nel 2002, che però trova scarso interesse da parte del mondo delle imprese. Dopo 15 anni nel dicembre del 2017, 15mila scienziati sottoscrivono il secondo appello all’umanità, evidenziando come negli ultimi 25 anni ben 9 indicatori ambientali abbiano registrato un forte peggioramento. Così anche il Global Compact si unisce al grido di allarme, estendendo l’appello della comunità scientifica al mondo delle imprese. Un’intuizione corretta poiché, negli ultimi anni, le imprese in più di 160 Paesi che aderiscono al Global Compact redigono ogni anno una nota sul progresso in modo da rispettare il livello di accountability richiesto. Il mondo finanziario guarda con grande attenzione ai risultati delle imprese in ambito ESG (Environmental, Social, Governance) e alla gestione dei rischi ambientali e sociali. Anche l’Unione Europea, con il “Piano di azione per finanziare la crescita sostenibile” (marzo 2018) chiama in causa in maniera diretta il mondo del business.

Il 2001 è stato un anno fondamentale rispetto alla responsabilità sociale d’impresa, la Commissione Europea ha integrato la responsabilità alle attività aziendali facendo attenzione su “cosa” fa l’impresa, su “come” opera e su ‘’come’’ si comporta nei confronti delle parti interessate. Ma è il 2011 il vero anno di svolta, la Commissione sposta l’attenzione dal “sul cosa” e “sul come” al “perché” dell’impresa, vengono introdotti termini nuovi rispetto al 2001 quali strategia, innovazione e soprattutto “valore condiviso” che rappresenta il vero punto di svolta.

Puntare l’attenzione sulla Teoria della Creazione di Valore Condiviso (CSV) vuol dire mettere su un nuovo piano la relazione tra business e società, cioè riconoscere il legame tra benessere sociale e successo economico e fare dei passi avanti rispetto al superamento del trade-off tra questi due elementi, ovvero considerare le parti non più indipendenti ma fortemente connesse tra loro.

Secondo Porter e Kramer superare le quattro motivazioni (obbligo morale, sostenibilità, licenza ad operare e reputazione) che spingono le imprese ad adottare le tradizionali pratiche di CSR (Corporate Social Responsibility) vorrebbe dire superare il divario tra business e società. I due autori definiscono il valore condiviso come l’insieme delle politiche e delle pratiche operative che rafforzano la competitività di un’azienda migliorando nello stesso tempo le condizioni economiche e sociali della comunità in cui opera.

Al centro del concetto di valore condiviso vi è l’individuazione e il rafforzamento del legame tra benessere sociale e successo economico. L’integrazione degli obiettivi sociali nel core business e nelle strategie dell’impresa implica necessariamente anche uno spostamento dell’orizzonte temporale di riferimento: il raggiungimento degli obiettivi e la valutazione delle performance saranno misurati nel medio-lungo termine, dovendo tener conto non solo del profitto immediato, ma anche del valore prodotto per l’impresa e per tutti gli stakeholders. Orientare le strategie al fine di aumentare il valore condiviso generato, non consiste nella redistribuzione dei profitti dell’impresa al fine di devolverli a determinate cause sociali ma consiste nel fornire alla società gli strumenti e le conoscenze per migliorare la propria condizione e per generare valore.

Si inizia più concretamente a parlare di responsabilità sociale con la creazione dell’Agenda ONU 2030 che si fonda su 5 concetti chiave conosciuti anche come le 5P: Persone, Prosperità, Pianeta, Pace, Partnership. È il 25 settembre 2015, quando le Nazioni Unite approvano l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs), articolati in 169 Target da raggiungere entro il 2030. È un evento storico, sotto diversi punti di vista. Infatti, è stato espresso un chiaro giudizio sulla insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. In questo modo, ed è questo il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, viene definitivamente superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo.

Tutti i Paesi sono chiamati a contribuire allo sforzo di portare il mondo su un sentiero sostenibile, senza più distinzione tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo, anche se evidentemente le problematiche possono essere diverse a seconda del livello di sviluppo conseguito. Ciò vuol dire che ogni Paese deve impegnarsi a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli SDGs, rendicontando sui risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’Onu;

L’attuazione dei punti dell’Agenda richiede un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura.

Naturalmente chi si occupa di personale o meglio di persone, non può non avere un ruolo attivo da questo punto di vista. Creare cultura, diffondere i goal dell’Agenda 2030, cambiare approccio, fare in modo che questi concetti entrino nei sistemi HR dalla selezione alla valutazione della performance significa passare dalla dichiarazione di intenti alla pratica reale nelle aziende ed è questa la vera sfida.

Correlati