Economie del futuro

La sfida di tornare a essere un Paese per giovani. Intervista ad Alessandro Rosina  

Chi sono i giovani italiani? Riusciranno ad assumere un ruolo attivo nella ripartenza del Paese? Trasformare questa emergenza sanitaria in un’opportunità per sanare, almeno parzialmente, le diseguaglianze generazionali, non dipenderà solo dall’entità dei finanziamenti di Next Generation Eu. Conteranno soprattutto le scelte che faremo, resistendo anche alla tentazione di limitarsi al “Recovery”, cioè al ripristino di quello che c’era prima, per investire davvero sul nuovo, ovvero sulla “Next generation”. Andrea Crocioni e Mauro Meda hanno approfondito il tema con Alessandro Rosina, docente universitario, saggista e studioso di trasformazioni demografiche e mutamenti sociali


Alessandro Rosina

I giovani da sempre rappresentano la parte più dinamica all’interno della società, quella che dovrebbe guidare il cambiamento. In Italia, come lei stesso ha “denunciato” nel suo libro “Non è un Paese per giovani”, scritto con Elisabetta Ambrosi e pubblicato nel 2009, la situazione è un po’ diversa. Ha descritto una Penisola in cui le nuove generazioni, rapinate del proprio futuro, sembrano essere imbelli e senza voce di fronte a questa ingiustizia. È cambiato qualcosa in questi ultimi dieci anni? Chi sono attualmente i giovani italiani? 

Difficile dire oggi in cosa la condizione dei giovani in Italia sia migliorata. I meccanismi inceppati, che frenano la capacità di ridare vigore al Paese attraverso una inclusione solida e qualificata delle nuove generazioni nei processi di crescita del Paese, sono ancora tutti presenti e riconoscibili. L’invito contenuto nel libro era quello di riconoscere che ogni generazione è giovane in modo diverso dalle precedenti. E questo è ancor più vero in un mondo che cambia sempre più rapidamente. Davanti al ruolo debole delle nuove generazioni italiane nei processi di cambiamento del Paese c’è prima di tutto un deficit di riconoscimento del loro ruolo. Il “nuovo” che i giovani rappresentano va capito ancor prima che giudicato. Va aiutato e incoraggiato a emergere, a conquistare consapevolezza di ciò che può diventare, a raffinarsi e trarre il meglio di sé. La stessa politica deve cambiare con i giovani, rimettersi in discussione con loro, non solo ricercare strumentalmente il loro consenso al momento delle elezioni. I dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo e di altre ricerche ci dicono che la voglia di esserci e contare c’è, nonostante le difficoltà, le resistenze, le contraddizioni, ma non è aiutata ad emergere. Sono ampie le evidenze che non stiamo sottoutilizzando i giovani solo dal punto di vista occupazionale, ma rispetto alle potenzialità che possono esprimere in tutti i campi.
Coinvolgerli non è né facile, né scontato. Le modalità di ingaggio e partecipazione tradizionali funzionano sempre meno. Esiste una grande disponibilità a mobilitarsi che però fatica a trovare i canali giusti e le modalità adeguate, da sperimentare continuamente con loro.

All’estero da tempo si stanno cercando risposte al pericoloso invecchiamento della popolazione nel mondo occidentale. La Germania può essere considerata un esempio in questo senso in Europa. Le ricette per contrastare il fenomeno sono essenzialmente due: da un lato si cerca di puntare su un’immigrazione di qualità, provando a essere attrattivi per talenti che provengono da ogni parte del mondo, e dall’altro si cerca di lavorare sui servizi alla famiglia così da incentivare le nascite. In Italia come ci stiamo muovendo?

La Germania è un esempio interessante. Presentava un processo di invecchiamento peggiore rispetto al nostro, ma è riuscita a rafforzare la consistenza delle nuove generazioni attraverso un aumento del tasso di fecondità assieme a un attento governo delle immigrazioni. I risultati positivi della Germania si devono, in particolare, a un solido piano di potenziamento delle politiche familiari – in termini di sostegno economico e servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia – realizzato in concomitanza con la Grande recessione iniziata nel 2008. Ciò ha consentito non solo di limitare gli effetti negativi sulle famiglie, ma di migliorare anche il clima di fiducia che è fondamentale per la scelta di avere un figlio.
L’Italia con il Family Act sta cercando di fare ora quello che la Germania ha fatto quindici anni fa, ma stiamo procedendo troppo lentamente, nel frattempo la crisi sanitaria sta ulteriormente mettendo in difficoltà oggettiva i giovani e le famiglie ma spargendo anche grande incertezza. Tutto questo non favorisce la scelta di maggior impegno positivo verso il futuro che è quella di avere un figlio.

Mettere in atto politiche lungimiranti può attenuare lo squilibrio demografico che è sotto l’occhio di tutti, ma è difficile immaginare un’inversione di tendenza. Possiamo dire di essere arrivati a un punto di non ritorno? Qual è la causa principale del nostro ritardo?

Quello che manca all’Italia, rispetto agli altri Paesi avanzati con livelli di natalità più elevati, è una specifica e continua attenzione allo sviluppo di misure integrate che sostengano e rafforzino: i progetti dei giovani di conquistare una propria autonomia e formare una propria famiglia, i progetti delle donne e delle coppie di conciliare in modo efficace il lavoro con la scelta di avere un figlio, oltre al contrasto del rischio di impoverimento delle famiglie con figli.
Il passo preliminare è però una rivoluzione culturale che dal considerare i figli solo come bene individuale a carico dei genitori porti a considerare le nuove generazioni come interesse comune la cui presenza solida e crescita rigogliosa va a beneficio di tutta la collettività. Un cambiamento che la politica non può far da sola ma può favorire e accompagnare con misure solide e coerenti.
L’elemento di complicazione è il fatto che la demografia non consente di dimenticare semplicemente il passato e ripartire, ma presenta una forte componente inerziale: la persistenza della natalità su valori bassi sta riducendo progressivamente le potenziali madri, facendo entrare l’Italia in una spirale negativa in cui la denatalità passata accentua la denatalità futura e alimenta ulteriormente gli squilibri. Questo significa che lo stesso ritardo a invertire la rotta fa crescere il peso che ci trascina verso il basso.

La pandemia nel nostro Paese ha finito col penalizzare ulteriormente donne e giovani. I fondi del Next Generation Eu possono trasformare questa emergenza sanitaria in un’opportunità per sanare, almeno parzialmente, le diseguaglianze, in particolare quelle generazionali?

Riuscire a mettere tali basi e avviare un processo che vada in tale direzione non dipende solo dall’entità dei finanziamenti di Next Generation Eu. Conteranno soprattutto le scelte che faremo, resistendo anche alla tentazione di limitarsi al “Recovery”, cioè al ripristino di quello che c’era prima, per investire davvero sul nuovo, ovvero sulla “Next generation”.
Da un lato è necessario un ripensamento delle competenze subito necessarie alle aziende che devono ripartire e per nuovi servizi richiesti nell’organizzazione sociale post pandemia. D’altro lato è importante definire quali competenze avanzate saranno necessarie per rendere competitivo il Paese a regime nel new normal nella direzione indicata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
I dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo, oltre ai timori per l’impatto sui percorsi lavorativi e i progetti di vita, fanno emergere anche segnali incoraggianti. Sul piano personale si riscontra in molti giovani la voglia di reagire positivamente, di guardare oltre i limiti della normalità passata, assieme ad una maggiore propensione a far fronte ai cambiamenti e a riconoscere nuove opportunità.  Rispetto al Sistema Paese, intravedono un possibile impulso positivo sul fronte delle competenze digitali, dell’innovazione tecnologica e della transizione verde. Si tratta di temi sentiti vicini e propri dalle nuove generazioni, forte è quindi anche il desiderio e l’auspicio di essere coinvolte come parte attiva di una nuova fase di crescita dell’Italia.

In Italia i giovani sono proporzionalmente pochi rispetto agli anziani, questo ne riduce anche il peso a livello elettorale. Possiamo considerarla una delle cause della carenza di politiche forti indirizzate alle nuove generazioni?

La persistente denatalità italiana sta producendo un processo di “degiovanimento”, particolarmente accentuato nel nostro Paese. La conseguenza è una inedita e consistente perdita di peso, non solo demografico ma anche elettorale, delle nuove generazioni.
Sono le nuove generazioni – in un mondo in sempre più rapido cambiamento e con repentini mutamenti di scenario – che hanno sia più da perdere che da guadagnare dalle conseguenze delle scelte di oggi.
Vediamo giovani scendere in piazza e volersi impegnare per i temi che riguardano l’ambiente, la giustizia sociale, il loro futuro e quello del pianeta. Gli stessi dati sul servizio civile, con un numero di domande oltre il doppio dei posti resi disponibili, dimostrano come se si toccano le corde giuste e li si metta alla prova non sono così disinteressati e apatici come vengono sbrigativamente descritti.
Discutiamo quanto vogliamo sul come, ma migliorare il coinvolgimento attivo, consapevole e responsabile delle nuove generazioni è il segnale più forte che possiamo dare nella volontà di iniziare davvero una fase nuova.

Si può rispondere alla riduzione quantitativa delle fasce più giovani della popolazione lavorando a un miglioramento qualitativo delle loro condizioni? Quale ruolo deve assumere la formazione universitaria e manageriale in questo percorso?

La forza debole delle nuove generazioni è una conseguenza della debolezza demografica, ma anche della difficoltà di formarsi bene, per orientarsi meglio nella complessità crescente delle società moderne avanzate, con strumenti all’altezza per poterla migliorare e per poter contare attraverso le scelte collettive.
È necessario allora sviluppare una forte e determinata consapevolezza che un paese migliore ha bisogno della migliore formazione delle nuove generazioni (professionale, universitaria, manageriale). È necessario restituire ai giovani – soprattutto provenienti dalle classi sociali più basse – l’idea di potersi fare parte attiva e qualificata dei processi di sviluppo del paese in cui vivono, a partire dall’impegno del Paese a valorizzare la loro formazione e il loro impegno.
La sfida maggiore del nostro tempo è saper gestire la complessità. Saper, inoltre, individuare e cogliere opportunità nella complessità. Ma anche dalle opportunità saper generare valore, alimentando un circuito virtuoso in cui la capacità di essere e fare delle persone cresce assieme ai livelli di benessere (nelle sue varie dimensioni) del contesto sociale ed economico in cui operano.

Dato lo scenario attuale: che anziani saranno i giovani di oggi?

Il sistema contributivo lega il futuro benessere in età anziana a lunga occupazione e a buoni livelli di retribuzione. Questi due aspetti però si sono deteriorati per le generazioni più giovani rispetto alle più mature andate in pensione con criteri più favorevoli.
È allora necessario favorire una lunga vita attiva di successo, mettendo al centro le scelte consapevoli e la capacità di generare valore in tutte le fasi della vita. Per farlo è necessario agire in tre direzioni: migliorare la formazione di base e l’acquisizione di competenze avanzate nelle nuove generazioni; investire in politiche in grado di migliorare la possibilità di essere attivi e solidamente inseriti nel mercato del lavoro; gestire flussi di entrata funzionali al nostro modello economico e bilanciati rispetto alla possibilità di integrazione dinamica nel nostro modello sociale.
Su tutti e tre questi punti dobbiamo dimostrare di saper fare meglio e di più se non vogliamo condannare le nuove generazioni a un futuro di povertà e rassegnarci ad un irreversibile declino, non solo demografico.

Tre azioni da Proporre per il PNRR?

Se vogliamo mettere le basi per la rinascita solida del Paese a partire dalla formazione – riducendo le diseguaglianze e rafforzando i percorsi di una lunga vita attiva – è necessario garantire ed estendere con il PNRR due diritti. Il primo è il diritto di ogni membro delle nuove generazioni di poter ricevere, fin dall’infanzia, una proposta educativa di qualità, indipendentemente dalle caratteristiche dei genitori. Proposta che deve partire dal miglioramento, quantitativo e qualitativo, in tutto il territorio nazionale del sistema dei nidi. Il secondo è il diritto personale alla formazione, da garantire a tutti i lavoratori attraverso un percorso individuale di aggiornamento che attraversa tutte le fasi della vita. La terza azione, come già indicato sopra, è quella delle competenze avanzate di cui dotare le nuove generazione per far cogliere davvero al Paese le opportunità della transizione verde e digitali attraverso il lavoro di qualità.

 

IL PERSONAGGIO

Alessandro Rosina è Ordinario di Demografia e Statistica sociale presso l’Università Cattolica di Milano, dove dirige il “Center for Applied Statistics in Business and Economics”. Coordinatore scientifico del “Rapporto giovani” e del “Laboratorio futuro” dell’Istituto Toniolo. È  Presidente delle associazioni “InnovarexIncludere” e “Mappa Celeste – Forum per il Futuro”. È membro del comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla Famiglia, del comitato di direzione di “Osservatorio Senior” e di “Futura Network”. Fa inoltre parte della redazione di ItalianiEuropei ed è co-coordinatore dell’Alleanza per l’Infanzia. Scrive per vari quotidiani (in particolare Il Sole 24 Ore, la Repubblica, l’Avvenire). Il suo ultimo libro è “Il futuro non invecchia” (Vita e Pensiero, 2018). www.alessandrorosina.it.