Il coraggio dell'utopia

L’impresa di essere rete. Intervista a Gabriele Blasutig e Giovanni Carrosio

Marco Vergeat e Andrea Crocioni approfondiscono il tema delle reti con Gabriele Blasutig e Giovanni Carrosio, Professori del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste


Imprese, enti di ricerca, amministrazioni e territori sempre più spesso si mettono in connessione favorendo la nascita di reti interdipendenti in grado di interagire in maniera fluida e di dare origine a forme di open innovation e a modelli collaborativi che rispondono in modo più efficace alla crescente complessità che caratterizza lo scenario entro cui si muovono. Siamo di fronte a un modello organizzativo e di business che per le aziende si concilia con un miglioramento dell’efficienza e della competitività, anche se non mancano le criticità. Abbiamo approfondito il tema con Gabriele Blasutig e Giovanni Carrosio, Professori del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste.

In Italia il fenomeno delle imprese a rete è in grande espansione, come hanno evidenziato anche recenti studi di Confindustria. Qual è il vostro pensiero in merito a questa tendenza?

Giovanni Carrosio

Giovanni Carrosio: In Italia abbiamo quasi 7 mila contratti di rete cui aderiscono 40 mila aziende. Queste sono solo le situazioni formalizzate. I numeri sono un indicatore significativo. Ci confermano che la collaborazione fra imprese rappresenta un fenomeno importante e diffuso nel nostro Paese, ma non solo, ci segnalano anche che siamo di fronte a un nuovo modo di istituzionalizzare i rapporti di fiducia fra le aziende. Detto questo, non mancano gli elementi critici. Se guardiamo alla distribuzione delle reti di imprese sul territorio nazionale osserviamo evidenti fenomeni di polarizzazione. In alcune regioni il tasso di reti di impresa sul totale delle imprese è molto alto, ma non trova dei veri e propri giustificativi in termini di correlazione con la dinamicità delle imprese stesse o con la capacità di produrre valore per il territorio. Questo scenario lascia presupporre che, a fronte di reti di imprese “genuine”, nate per formalizzare relazioni già avviate e per farle funzionare meglio, ce ne sono altre che sembrano solo dei contenitori. Non abbiamo la certezza che queste funzionino davvero come reti di impresa. Tentare di normare eccessivamente le innovazioni, un atteggiamento che è figlio dell’ansia del legislatore di istituzionalizzarle, porta a rischiare distorsioni dei meccanismi di mercato. Se, ad esempio, si legano degli incentivi alla costituzione delle reti d’impresa, c’è il rischio che queste reti si costituiscano solo per poter partecipare ai bandi e per accedere ai fondi strutturali. Ci sono casi in cui la convenienza di stare nella rete passa in secondo piano. Quindi i numeri che ho citato prima rappresentano sicuramente un bel segnale, ma andrebbero valutati da un punto di vista qualitativo. Se proviamo a mappare le reti di imprese oggi, localizzandole, possiamo vedere che, come per i vecchi distretti, il legame con i territori è ancora forte. Le reti di impresa rappresentano degli elementi di fiducia che sono localizzati. Questa è la prova di quanto i sistemi locali di produzione siano ancora rilevanti, nonostante per anni la globalizzazione ci abbia fatto credere che non servisse più creare sinergie all’interno di un territorio. Dalle reti di impresa capiamo che le nostre economie hanno dei radicamenti territoriali: questa è una notizia positiva sulla quale immaginare le politiche industriali del futuro.

Siamo di fronte a reti di impresa genuine e altre che sembrano avere un carattere opportunistico…

Gabriele Blasutig

Gabriele Blasutig: Le reti d’impresa andrebbero valutate anche da un punto di vista organizzativo, andando ad analizzare i diversi modelli che si sono imposti. Alcune funzionano per aggregazione, o per giustapposizione dei diversi moduli che vengono portati dalle imprese che ne fanno parte, mentre altre hanno livelli di integrazione maggiore. Quando si arriva all’integrazione dei processi succede che da un lato le imprese si specializzino per funzione e per mercato, dall’altro si stabilisce una gestione comune delle risorse, a partire dalle unità di staff, con nuclei di competenze specialistiche che sono al servizio di tutta la rete. La creazione di vincoli che hanno un sapore di tipo comunitario all’interno di queste reti, dove ognuno è in qualche modo costretto a portare il proprio contributo, produce un ingrediente fondamentale alla base di queste relazioni che è la fiducia, l’unico vero antidoto all’opportunismo.

I teorici delle reti negli Anni ’80 preconizzavano un futuro in cui la casa, opportunamente connessa, sarebbe diventata il centro delle nostre attività professionali e non solo. La pandemia ci ha portato lì, accelerando la diffusione dello smart working. Qual è la vostra visione in merito? Quali sono state invece le previsioni mancate?

Giovanni Carrosio: Questa centralità dell’abitazione che veniva teorizzata negli anni ‘80 era conseguenza di una fiducia smisurata nei confronti dell’innovazione. Si fondava sull’idea che l’innovazione tecnologica di per sé, in un rigido rapporto causa-effetto, portasse un cambiamento nella società. Ma la dinamica del cambiamento sociale è molto più complessa di così. Fa impressione leggere quei testi alla luce di quello che stiamo vivendo oggi. Dobbiamo capire se questo modo di lavorare che abbiamo sperimentato, conseguenza forzata del lockdown, sia destinato a stabilizzarsi nel tempo. Non è detto che questo accada. Situazioni come questa aprono dei campi di possibilità molto vasti. Ma questo campo di possibilità va riempito di intenzionalità dalla politica, dalle imprese, dai consumatori. Io non ho la certezza che stabilizzeremo questa società centrata sulla casa. Se si dovesse confermare questa tendenza, per tornare sulle reti di impresa, destrutturando i luoghi di lavoro, c’è il rischio di una perdita dei legami deboli e con essi dell’innovazione che questi sono in grado di generare. Guardando invece alle previsioni mancate, una cosa su cui gli studiosi hanno preso un abbaglio è la convinzione che la rete solo per il fatto di essere diffusa sarebbe diventata la base per forme di democrazia molto radicali, uno spazio che ci avrebbe consentito di accedere a informazioni meno filtrate. Invece è avvenuto esattamente l’opposto, anche perché questa partita la stanno giocando poche grandi imprese che hanno molto più potere di tanti stati nazionali, hanno molto più forza, ma soprattutto hanno una capacità di innovazione tecnologica che ormai non abbiamo più nelle nostre università pubbliche. La sfida è riportare questo processo nelle democrazie e nelle istituzioni, riaccendendo la capacità di produrre beni pubblici collettivi.

Gabriele Blasutig: La tecnologia non va intesa come una cosa data, un modello, o una tecnica, ma come un campo di potenzialità. C’è un mutuo adattamento tra la dimensione sociale, quella organizzativa e le potenzialità che vengono date dalla tecnologia. Un campo di potenzialità che darà degli esiti in ragione delle logiche e degli scopi con cui si utilizzerà la tecnologia, ma anche dei processi di apprendimento. La parola rete ci inganna perché tendiamo a vestirla di valore simbolico. Non la valutiamo in termini analitici. Anche la rete rappresenta un campo di potenzialità. Ad esempio, in genere la concepiamo sempre come qualcosa che mette in connessione, eppure chi lavora a domicilio soffre di solitudine. C’è qualcosa che non va. Quando noi rappresentiamo la rete anche graficamente la contrapponiamo all’immagine dell’impresa con una struttura piramidale. Associamo la rete a democrazia, autonomia, potere decentrato. Ma in realtà la rete può essere controllata da chi la gestisce. Quanto allo smart working era già un mito istituzionale, un fenomeno di avanguardia, prima dell’emergenza. Questo perché tale modalità di gestione del lavoro determina un efficientamento dei sistemi incredibile: risparmio di tempi, di spazi, di energia e di energie, con ricadute molto positive anche rispetto all’ambiente perché c’è un minor consumo di risorse. Tuttavia, dobbiamo avere la consapevolezza che nella situazione attuale, con organizzazioni interne configurate in termini di reticolari, con unità che agiscono in maniera quasi autonoma, non mancano aspetti critici. Siamo di fronte a sistemi che funzionano sulla base di tecnologie intensive, il team stesso produce l’output con interazione continua, in più questo non è la sommatoria del contributo dei singoli professionisti, ma del team nel suo complesso e di flussi comunicativi continui. Con lo smart working rischia di venire meno questo sistema di comunicazione costante che si produce soprattutto in organizzazioni che lavorano in settori e con processi di frontiera. Da un punto di vista manageriale bisognerà accrescere competenze e capacità di gestione. Penso a un management per obiettivi che però modifichi la sua accezione attuale perché non dovrà coinvolgere solo le figure apicali, ma arrivare capillarmente a tutta l’organizzazione.

Rete e comunità: quali cortocircuiti si possono generare nel sistema nel momento in cui questo equilibrio viene meno?

Giovanni Carrosio: Per colpa di quello che potremmo definire un eccesso di rete, lo sradicamento delle economie dai territori ha compromesso i nostri distretti industriali a partire dalla fine degli Anni ’80. Abbiamo assistito al fenomeno della terziarizzazione, all’allungamento delle filiere con catene globali del valore che hanno il grande vantaggio di essere flessibili e di costruire molto valore aggiunto. Le parole d’ordine sono state per anni competitività e costi bassi. Questo processo ha portato alla deindustrializzazione del nostro Paese. Esemplare in questo senso è il caso del distretto tessile di Carpi, dove resta qualche grande azienda che controlla tutta la catena del valore, ma che ha esternalizzato e delocalizzato tutto. Questo è stato un modello vincente per le aziende, fino all’altro ieri. Lo è stato meno per i territori. Oggi questo modello mostra qualche debolezza. Pensiamo alle aziende del tessile che durante il lockdown non si sono visti arrivare i pezzi di subfornitura da assemblare e questo ha bloccato la produzione della collezione per l’anno successivo. Rappresenta un esempio delle fragilità che possono generare le reti lunghe. A livello internazionale si parla molto di economie di rete vs economie di stoccaggio. In un futuro in cui gli choc potranno derivare anche dal cambiamento climatico, sarà bene che le economie locali tornino a complementare le reti lunghe, con una certa parte di produzione da stoccare per averla su territorio in modo stabile nel tempo.

Gabriele Blasutig: Questa domanda mi porta a una riflessione su un tema molto in voga come la open innovation, intesa come la capacità di creare, produrre e diffondere l’innovazione. È quasi un ossimoro, ma la “open” innovation è spesso circoscritta entro confini territoriali molto precisi, basti pensare alla Silicon Valley. Questo testimonia quanto il luogo, dove relazioni e scambi diventano più fitti, sia ancora un riferimento importante. Le reti di prossimità hanno un grande valore. Il famoso modello della tripla elica costituita da imprese, istituzioni pubbliche e dal mondo della ricerca. Questi lavorano in sinergia per creare innovazione. Un esempio è rappresentato dai parchi scientifici, anche questi molto legati ai territori. Nel libro “I luoghi dell’innovazione aperta”, curato da Fabrizio Montanari e Lorenzo Mizzau, si parla dell’evoluzione di questo modello: le eliche diventano addirittura cinque. In questo caso l’open innovation si apre ai contributi della società civile, sia di quella organizzata, sia di quella non organizzata e rappresentata da movimenti, soggetti innovativi e leader dei sistemi.

Come devono cambiare e adattarsi i modelli manageriali dentro questo mondo più “liquido” e reticolare?

Gabriele Blasutig: Oggi il manager lavora meno al desk, fa un po’ meno piani, un po’ meno ragionamenti su programmazione e controllo. È un manager più vicino ai processi. L’autonomia delle parti non dovrebbe essere intesa come un qualcosa che crea le condizioni per una minore necessità di management. A maggior ragione in un tale contesto c’è bisogno di funzioni che riportino a unità ciò che il lavoro in team suddivide. Questo tipo di lavoro deve essere fondato su un’azione di supporto all’azione dei team piuttosto che su un’azione di direzione nei confronti delle unità operative. Oggi c’è bisogno di un manager che ispiri l’azione e faciliti i processi. Non va dimenticato che le organizzazioni funzionano sempre più come comunità di pratiche. L’innovazione arriva dal basso, le soluzioni vengono individuate dagli attori che sono front line. Questo va accompagnato da una forte azione di knowledge management che consenta di costituire un patrimonio di conoscenza per tutta l’organizzazione.

Un tema trascurato è sicuramento quello demografico. Come si possono creare le condizioni favorevoli affinché i giovani riescano a incidere nei diversi ambiti della vita collettiva?

Gabriele Blasutig: La questione demografica è un’emergenza di cui ancora non abbiamo piena contezza. Le coorti di quelli che sono destinati a entrare nel mercato del lavoro sono la metà delle coorti di quelli che andranno in pensione. Siamo di fronte a uno squilibrio impressionante che mina la stabilità del sistema. Sarà necessario agire su tutte le leve a disposizione. Dobbiamo fare in modo che aumenti il tasso di attività soprattutto nelle categorie sociali più penalizzate come le donne, mettendo in atto politiche di conciliazione. Sarà fondamentale coinvolgere le popolazioni immigrate che vanno considerate non solo come manodopera, ma come intelligenze che devono essere supportate attraverso percorsi di scolarizzazione utili a valorizzarne attitudini e capacità. Penso in particolare alle seconde generazioni. Poi c’è il tema della quota crescente di giovani che sono andati all’estero in cerca di opportunità e dell’importanza di creare le condizioni per farli tornare. Faccio l’esempio del Friuli. Il terremoto del ’76 è stato uno snodo essenziale per lo sviluppo del territorio e della Provincia di Udine in particolare. Il rientro di tante persone emigrate in quell’occasione è stato fondamentale per la ricostruzione e il rilancio economico del territorio.

Giovanni Carrosio: Ritengo che dovremmo diventare attrattivi per tanti giovani stranieri che vogliono venire a vivere in Italia per la qualità della vita e per il suo sistema sociale ed economico. In linea generale, poi ci sono due questioni che vanno risolte. È urgente sbloccare la mobilità sociale dei giovani. Il secondo punto riguarda il welfare che andrebbe ribaltato dando peso al social investment. Questa leva andrebbe utilizzata per attirare i giovani e fare diventare i territori attrattivi. Bisogna cercare di creare un’offerta generando offerta. Il nostro sistema di welfare è sbilanciato sugli anziani e lo sarà sempre di più.

L’affermazione di un modello di economia circolare passa necessariamente dalla capacità di creare sistemi di imprese fortemente integrati. Questo significa mettere a fattor comune le energie per sostenere la ricerca, lo sviluppo e la sperimentazione di soluzioni innovative e sostenibili, ma anche creare un sistema produttivo autenticamente integrato. Quali sono gli elementi che possono dare una spinta su questo fronte e quali le criticità che rischiano di far saltare la catena della circolarità?

Giovanni Carrosio: Il contratto di rete potrebbe essere un modello in grado di aiutare l’affermazione delle economie circolari. Queste richiedono consecutio produttiva. Tutto deve essere pensato in maniera integrata perché i prodotti devono essere inseriti in una catena che contempli il riciclo, o il riutilizzo. Si deve stabilire un’interlocuzione forte tra i diversi soggetti, comprese le amministrazioni locali che organizzano la gestione dei rifiuti, delle acque e dell’energia. Una circolarità autentica può nascere solo se c’è una circolarità territoriale. Non si può non considerare il legame con i luoghi dove avvengono la produzione e il consumo dei beni. Sono diffidente verso un certo approccio che ripone una fiducia totale in una tecnologia capace di salvarci da sola dall’inquinamento. Non si può prescindere dal territorio. La questione ambientale si può ricomporre se riusciamo a ricucire le ecologie territoriali. Dobbiamo rimettere in connessione i centri urbani con gli ambienti locali. Viviamo un paradosso: da un lato abbiamo il 60% di aree interne che sono spopolate e con un ambiente antropizzato, ma degradato, dall’altro territori con una densità abitativa disfunzionale. Vanno rimessi in comunicazione questi pieni e questi vuoti per dar vita a economie che siano più resilienti. È necessaria un’opera di rilocalizzazione delle produzioni. Questo non significa autarchia. Quello che serve è promuovere attività che siano in grado di generare economie nuove capaci di mantenere i territori. Anche le pubbliche amministrazioni possono giocare un ruolo importante creando i presupposti per far crescere una massa critica a livello di domanda. Vorrei che questa fosse una delle sfide del Recovery Fund.

I PERSONAGGI

Gabriele Blasutig è un sociologo dei processi economici del lavoro. Insegna Analisi e progettazione organizzativa presso l’Università degli studi di Trieste.

Giovanni Carrosio è professore di sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università degli studi di Trieste, dove tiene il corso di Sistemi a rete, territorio e sviluppo. Fa parte dell’assemblea del Forum Disuguaglianze e Diversità.