«Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti eguali fra disuguali». Così don Lorenzo Milani in “Lettera a una professoressa”. Il tema delle disuguaglianze pone interrogativi radicali alla giustizia sociale. Interviene a più livelli: sulle condizioni di possibilità, sugli esiti sociali, sulle forme di esclusione. Soprattutto, inchioda le persone dentro a una “casta sociale” da cui non possono uscire. Più le disuguaglianze si incancreniscono e più si blocca la speranza di un ascensore sociale. Quello che normalmente funzionava come possibilità di futuro, ossia l’accesso alla cultura e al lavoro, oggi non garantisce più. L’ascensore rimane sospeso e non ci sono tecnici in grado di metterci mano.
Ogni anno Oxfam delinea il quadro delle disuguaglianze nel mondo: la forbice si allarga sempre più. Negli ultimi decenni la povertà assoluta ha subìto un calo vertiginoso, e questa è una buona notizia. Tuttavia, oggi ci sono 3,5 miliardi di persone che vivono con meno di 6,85 dollari al giorno. Parliamo di una cifra che rasenta la metà della popolazione mondiale (44%). Nel frattempo, nel corso del 2024, la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 2 mila miliardi di dollari, tre volte di più rispetto all’anno precedente. La ricchezza dei dieci uomini più facoltosi al mondo è salita in media di quasi 100 milioni di dollari al giorno. L’1% più ricco del globo possiede quasi la metà (45%) di tutta la ricchezza netta del pianeta. Sia chiaro, non si tratta di merito, se è vero che un terzo della ricchezza mondiale è ereditato (in Italia raggiungiamo il 63%).
In più, emerge lo squilibrio di un sistema economico che si caratterizza come un nuovo colonialismo verso i Paesi del Sud del mondo: quelli del Nord, infatti, controllano il 69% della ricchezza del pianeta, nonostante rappresentino solo il 21% della popolazione mondiale. Il Sud contribuisce per il 90% alla forza lavoro globale, ma riceve solo il 21% del reddito prodotto. È pure spaventoso il gap salariale: gli stipendi dei lavoratori del Sud sono inferiori dell’87-95%, a parità di competenze, rispetto a quelli del Nord. Inoltre, i Paesi a medio e basso reddito spendono quasi la metà del loro bilancio per rimborsare il debito estero contratto perlopiù con ricchi creditori privati (in genere multinazionali quotate in Borsa a New York o a Londra).
L’aumento della ricchezza di pochi miliardari è in parte riconducibile a relazioni clientelari, legato all’immenso potere delle imprese che controllano. I ricavi delle cinque aziende più grandi al mondo sono superiori al PIL di diversi Paesi e sommano un quarto del reddito della popolazione mondiale. Nell’era digitale è attiva anche una profonda disuguaglianza cognitiva, dovuta al possesso dei big data in mano a élite capaci persino di manovrare le democrazie.
Viviamo dentro a una bolla di disuguaglianze inarrivabili. Occorre chiamarla per nome: struttura di peccato. Non una sfortunata coincidenza, ma un progetto perverso che genera disumanità. Ogni giorno che passa, la situazione sembra aggravarsi. Il dato più sconcertante è che tali ricchezze ereditate sono in grado di mettere in ginocchio l’economia di interi Paesi. Senza dimenticare che i Paesi poveri sono in realtà “impoveriti” delle loro ricchezze naturali (materie prime, terre rare, minerali…), subendo espropri ambientali.
Questa situazione contraddice il riconoscimento della dignità della persona. Ogni disuguaglianza è tradimento di Dio Creatore, oltre che ingiustizia verso il fratello. All’origine della disuguaglianza vi è una colossale negazione della fraternità. Non a caso, la storia della riflessione sociale cristiana inserisce il principio della destinazione universale dei beni come riferimento nella gestione delle ricchezze. In sostanza, l’umanità può avere un futuro solo se ragiona in termini di solidarietà e di destino comune. Ciò significa «pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi» (Fratelli tutti 116).
Possiamo vedere la vita di Gesù Cristo come un continuo esercizio di uguaglianza, che riscontriamo nelle sue parole e nei suoi gesti. Dio è misericordioso perché «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Dio non fa differenze di persone, ma la sua azione amorevole verso tutti è la condizione di possibilità della ricchezza di chiunque. Dimenticare questo principio basilare significa pensarsi al di fuori della realtà.
La disuguaglianza è uno scandalo. Contraddice la fraternità tra gli uomini e le donne. Per dare speranza all’umanità occorre inserire un punto di rottura. Solo l’interruzione, propria della logica sabbatica, bene descritta nell’impianto del giubileo biblico (Lv 25), può aprire a una speranza per il mondo. L’accumulazione senza limite finisce per negare l’altro e per disumanizzare le relazioni. Serve un’istanza di rimescolamento delle carte, che dichiari una nuova possibilità per chi sinora è stato costretto a rimanere ai margini dell’economia mondiale. A chi si trova in condizioni di vantaggio serve il coraggio della prima mossa per rimuovere le cause delle crescenti disuguaglianze. Urge un gesto fraterno.