Il coraggio dell'utopia

Management e AI: servono leader “smart”

Maria Silvia Gola e Alberto Ferraris

L’intelligenza artificiale è ormai indubbiamente diventata protagonista indiscussa della nostra realtà quotidiana e lavorativa. A seguito della diffusione di ChatGPT nel novembre 2022, le applicazioni che si basano sull’intelligenza artificiale e sull’AI generativa hanno iniziato a diffondersi all’interno della vita quotidiana e lavorativa a ritmi galoppanti, ma cosa possono fare i leader per aiutare la propria impresa ad affrontare al meglio questo cambiamento e sfruttare al massimo le opportunità derivanti da questa tecnologia?

Da una ricerca elaborata da MarketsandMarkets si prevede che il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata al Data Management vedrà, entro i prossimi quattro anni, triplicare il proprio fatturato (pari a 25 miliardi di dollari nel 2023). In particolare, il centro di questo mercato in forte crescita sarà il Nord America e a seguire l’Europa e la Cina.

Restringendo il campo ed osservando il fenomeno a livello nazionale, l’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano ha evidenziato come in Italia il mercato dell’intelligenza artificiale stia crescendo a ritmi elevati; nel 2023 ha infatti raggiunto un valore di 760 milioni di euro, registrando una crescita del 53% rispetto al 2022. Sono invece ancora modesti gli investimenti in ambito di AI generativa, che riguardano infatti solo il 5% del mercato complessivo. Un punto sicuramente di interesse, che l’Osservatorio sottolinea nella sua ricerca, riguarda la distribuzione del valore creato all’interno del mercato italiano dell’AI. Infatti, ben il 90% del fatturato proviene da imprese di grandi dimensioni e solo il 10% deriva da PMI e Pubblica Amministrazione.

Appare, quindi, di fondamentale importanza analizzare meglio tale dato in quanto il mercato italiano è composto per oltre il 75% da PMI e che a livello previsionale lo stesso Osservatorio ha evidenziato che solamente il 18% delle PMI italiane ha avviato progetti di sperimentazione relativi all’AI. Da questi numeri emerge come la maggior parte delle imprese italiane sia ancora lontana anche solo dall’idea di introdurre nuove tecnologie basate sull’intelligenza artificiale all’interno dei loro processi o modelli di business, nonostante gli innumerevoli vantaggi legati a questa tecnologia, quali ad esempio la maggiore efficienza ed efficacia in molti processi interni o lo sviluppo di nuovi modelli di business digitali. Dunque, perché tale avversione? Risponde in parte a questo quesito la ricerca condotta dall’Osservatorio Artificial Intelligence dalla quale emerge come: “Ben il 77% degli italiani (+4 punti percentuali rispetto al 2022) guarda con timore all’intelligenza artificiale, soprattutto in relazione ai possibili impatti sul mondo del lavoro. Tuttavia, solo il 17% è fermamente contrario all’ingresso dell’AI nelle attività professionali”. Quindi, la paura e l’avversione al cambiamento, come spesso è successo in passato davanti alla nascita e alla diffusione di grandi innovazioni, potrebbero essere le principali protagoniste di questa resistenza delle imprese all’introduzione di progetti che si basano sull’intelligenza artificiale? O c’è qualcosa di più? Cosa possono fare i manager o, meglio, i leader per implementare nuove applicazioni basate sull’intelligenza artificiale all’interno delle loro aziende nel migliore dei modi? Innanzitutto, crediamo che debbano iniziare il processo di cambiamento proprio partendo da loro stessi, per esempio ripensando il loro ruolo e adattando le loro competenze e il loro stile di leadership al nuovo e più innovativo contesto digitale.

Da un lato è necessario, quindi, che sviluppino nuove competenze, specifiche dell’era della Generative AI, come sapere quando usare la tecnologia e quale app o software usare, saper supervisionare l’operato della stessa, saper valutare la qualità degli input e degli output e saper monitorare le prestazioni, non solo in termini di rapporto resa/costi ma anche di impatto ambientale. Dall’altro dovranno rafforzare quelle competenze tipiche dell’uomo, le cosiddette soft skills, con particolare attenzione a:

  • pianificazione strategica: capacità di stabilire e comunicare chiaramente gli obiettivi di lungo periodo dell’impresa, identificando le nuove sfide legate al digitale e proponendo soluzioni innovative;
  • intelligenza emotiva: capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni, nonché di riconoscere ed entrare in empatia con le emozioni degli altri;
  • problem solving e pensiero critico: capacità che permettono di avere una mentalità aperta all’errore della macchina, in grado di mettere in dubbio i risultati ottenuti dall’intelligenza artificiale;
  • responsabilità sociale ed etica: capacità di agire responsabilmente, dando vita ad imprese sempre più sostenibili.

Ciò non è però – crediamo – del tutto sufficiente; infatti, sarà compito del leader coinvolgere attivamente e preparare i propri collaboratori al cambiamento, attraverso una comunicazione trasparente e multidirezionale, e promuovendo una cultura aziendale aperta all’errore e tollerante verso il fallimento.

Per fare ciò i leader possono trovare un utile supporto nel libro Smart Leadership Canvas: come guidare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale con il cuore e il cervello, un manuale teorico-pratico scritto con e per i manager, il quale evidenzia le tre principali aree su cui i leader dovranno agire per poter fronteggiare al meglio il cambiamento e potersi definire “smart leader” nella nuova era dell’AI: a) la collaborazione tra persone e tecnologia; b) orientamento alle persone; c) orientamento ai risultati. L’Italia – ad oggi – ha molti ottimi manager ma ancora pochi ottimi “smart” leader, essenziali per giocare un ruolo di rilievo nell’era dell’intelligenza artificiale.