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Resignation? Participation!

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Il sottotitolo del volume “Deep purpose” del professore di Harvard Ranjay Gulati, un best seller della letteratura manageriale dell’anno 2022, è “The heart and soul of high-performance companies”. È proprio di cuore ed anima che parliamo quando ad un’organizzazione non basta più focalizzare le classiche mission e vision, ma si domanda qual è lo scopo ultimo a cui dedicare i propri sforzi. L’interrogativo è legittimo per lo sviluppo del fenomeno della Great Resignation, oggi in parziale contrazione, considerato da molti come un indicatore delle difficoltà a motivare, coinvolgere e trattenere le persone nelle imprese. Come infatti ha dimostrato lo studio dell’IBM Institute for Business Value, che ha coinvolto 14.000 lavoratori in tutto il mondo, oltre il 40% ha sottolineato che l’etica e i valori del datore di lavoro sono importanti per la motivazione.

Alcune grandi aziende si distinguono, invece, proprio per qualità del purpose. Patagonia è forse la più famosa, poiché si impegna in molti modi per essere sostenibile, ad esempio riparando per sempre e gratuitamente i propri capi. Ma anche Lego, ormai intenzionata a sostituire la plastica tradizionale con quella di canna da zucchero, oppure Apple protagonista di una prodigiosa campagna di comunicazione che annuncia la carbon neutrality entro il 2030.

Sarà vero oppure è capitalismo WOKE (Carl Rhodes, 2022)? Lo stare attenti (woke) e l’essere consapevoli contro soprusi e angherie non è sempre dettato da nobili intenzioni. Nell’opinione di Rhodes, Professore dell’Università di Sidney, molte grandi imprese sarebbero ipocrite, sfruttando cause di rilevanza sociale per mascherare i propri interessi. Greenwashing, dunque, o moral washing, che indica la nota predisposizione del capitalismo, specie quello di matrice neoliberista, ad adattarsi in ogni situazione pur di sopravvivere.

E quindi? Bisognerebbe trovare il modo di tornare all’economia di mercato delle origini il cui fine non era il profitto, ma il bene comune. Intendiamo quell’economia nata nell’Italia Medioevale, per opera dei francescani, per i quali il benessere individuale è causa ed effetto al tempo del benessere degli altri. Nessuno è sfruttato e l’economia si definisce civile poiché basata sul cum-petere ovvero tendere insieme allo stesso obiettivo (si vedano tra gli altri Bruni L., Zamagni S., Economia civile, Il Mulino, 2014).

Esiste nel nostro Paese un progetto inapplicato da 75 anni, di Economia Civile. Poiché 75 anni circa sono passati dalla data di promulgazione della nostra Costituzione (1947) e da allora un articolo, precisamente il numero 46, non ha mai visto attuazione in Italia.

Art. 46 – Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Con questo articolo i costituenti, tra cui Gronchi, Fanfani, Pesenti intesero ridurre lo scontro tra capitale e lavoro, andando nella direzione dello sviluppo e della crescita sociale. Una direzione successivamente intrapresa anche in Germania, Francia e Giappone. La volontà era di favorire il processo di partecipazione, nella opinione che le parti avrebbero saputo collaborare per costruire un bene comune: la competitività dell’impresa.

Rileggendo i verbali dei lavori della terza Sottocommissione, i costituenti discussero a lungo di due argomenti. Da un lato si intese parlare di partecipazione come di un diritto oggettivo, riconosciuto dalla Repubblica, e non come un diritto soggettivo dei lavoratori. Dall’altro si cercò di comprendere quale fosse la natura della partecipazione, arrivando a formulare il concetto di gestione come più ampio, per consentire lo sviluppo della legislazione successiva.

Purtroppo, però, questo articolo non ha mai visto attuazione nel nostro Paese.

Ma, nella primavera del 2023 il Sindacato Confederale CISL ha promosso una proposta di legge d’iniziativa popolare proprio per dare attuazione all’articolo 46. La proposta ha raccolto circa 400.000 firme ed è stata disegnata con l’intento di creare un quadro normativo, non obbligatorio, in grado di facilitare l’accesso a processi di partecipazione allargata alla gestione, anche attraverso meccanismi fiscali. Non entro qui nel dettaglio della proposta di legge, ma basti sapere che ha intenti gestionali, organizzativi, finanziari e consultivi. Il processo sarebbe assegnato alla contrattazione dell’azienda, con un intento di “cambiare profondamente il modello economico, attraverso un diverso rapporto fra lavoratori e imprese pubbliche e private”.

La partecipazione alla gestione si esprime attraverso la partecipazione di rappresentanze dei lavoratori nel Consiglio di amministrazione oppure nei Consigli di sorveglianza. Da discutere, inoltre, sarebbe la partecipazione al capitale dell’azienda, attraverso piani di azionariato. Ottime facilitazioni fiscali, rispetto agli utili distribuiti ai lavoratori, oppure di incentivi ad hoc, sono altri elementi di un quadro in cui la partecipazione alla gestione acquisisce cittadinanza e apre una stagione di fiducia e cooperazione sociale.

Non è questo è un buon purpose?

 

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