Economie del futuro

Il lavoro nobilita la persona… o forse no?

Ottovolante dell’economia

Vi sono numerosi sintomi che esprimono la crisi del mondo del lavoro, dalle grandi dimissioni al diffondersi di situazioni di depressione soprattutto in persone che hanno responsabilità intermedie nelle grandi organizzazioni, dal fenomeno dei net al paradosso di molte centinaia di migliaia di disoccupati e altrettante centinaia di migliaia di posti di lavoro vacanti.

Per passare dall’osservazione alla diagnosi si può far riferimento a tre chiavi di lettura. La prima riguarda l’applicazione nel mondo del lavoro della domanda esistenziale “Da dove vengo, cosa sto facendo e dove sto andando?”. La seconda è collegata all’onda lunga della società liquida. La terza alla caduta del miraggio del successo, della cultura dei talenti. Ad esse si può aggiungere il poco scientifico, ma efficace, sarcastico detto popolare secondo cui “Il lavoro nobilita la persona e la rende simile a una bestia”.

Per quanto riguarda la prima dimensione si può ricordare il racconto del viandante che incontra tre tagliatori di pietra. Chiede al primo “Cosa stai facendo?” e si sente dare una risposta secca “Non vedi? Sto tagliando pietre”. Pone la stessa domanda al secondo e si sente dire “Taglio pietre per dare da mangiare alla mia famiglia”. Ripete la stessa domanda al terzo che si alza, gli pone una mano sulla spalla, con l’altra indica una grande cattedrale e risponde “Contribuisco a costruire una grande opera”. Purtroppo, nell’attuale società sono sempre meno numerosi coloro che possono rispondere come il terzo tagliatore di pietra, la maggior parte delle persone è costretta a rispondere come il secondo e una parte forse ancor più rilevante è obbligata dalle circostanze a rispondere come il primo a causa della frammentazione e della parcellizzazione del lavoro che impedisce di capire il significato di ciò che sta facendo. La terapia suggerita dalle più evolute teorie manageriali è quella della purpose driven organization. Ma purtroppo chi ha responsabilità a vario livello nelle imprese, nelle amministrazioni pubbliche, nelle istituzioni internazionali dedica poco tempo a ridisegnare organizzazioni con funzioni e compiti meno frammentate in modo da far percepire a chi le svolge il significato del proprio lavoro. Ancor meno tempo è dedicato al coinvolgimento reale delle persone, spesso sostituito da pochi e non sempre sinceri momenti simbolici, le convention artefatte e le cerimonie in occasione delle varie festività. Per fare in modo che le persone percepiscano il valore del proprio lavoro, occorrono organizzazioni che trasmettano con continuità il valore che generano non solo per i clienti, ma anche le proprie persone e per la società in generale.

Con riguardo alla seconda dimensione si può dire che l’individualismo spinto e i dogmi della competitività da un lato e delle performance quantitative dall’altro hanno contribuito a indebolire i corpi intermedi della società. Questo fenomeno ha riguardato anche le imprese, le amministrazioni pubbliche e in generale le organizzazioni, molte delle quali hanno considerato e continuano a considerare i propri collaboratori come “risorsa sostituibile quando non riesce più a garantire i livelli di performance attesi”. Invece di “investire sulle persone” e cerare di valorizzarle nelle diverse fasi della vita professionale si preferisce investire sulle tecnologie, i robot e, più recentemente, sui sistemi di intelligenze artificiali. Nella fase dell’espansione economica sostenuta dalla globalizzazione l’effetto collaterale è stato positivo anche per gli individui che hanno potuto godere di una maggiore “mobilità per posizioni più soddisfacenti sul piano economico e del contenuto professionale”, ma dopo la crisi del 2007-2008 il ciclo si è invertito e milioni di persone hanno dovuto subire una “mobilità negativa”, non di rado coincisa con crisi aziendali,  licenziamenti, blocco o addirittura arretramento dello sviluppo professionale. La società liquida favorisce le singole persone nelle fasi di piena (crescita economica), ma le lascia sole e al margine nelle fasi di secca (ripiegamento dell’economia). Le previsioni sul fatto che ogni rivoluzione tecnologica ha prodotto nella storia un aumento anche dei posti di lavoro, non servono certo ad attenuare le difficoltà “attuali” di chi è costretto ad arretrare.

Corollario del punto precedente sono state le teorie del successo e dei talenti corroborate da politiche retributive di riconoscimento dei bonus per le performance conseguite. Questa narrativa che per un paio di decenni ha in un certo senso “ingolosito molti”, oggi sta manifestando con tutta la sua forza distruttrice l’effetto boomerang. Le dinamiche economiche, sociali e anche politiche, della comunicazione, degli influencer, trasmettono la narrativa dei “pochi” che godono dei bonus, del successo (non solo i grandi manager e imprenditori ma anche i partiti e i movimenti personalistici) e dei tanti che invece sono costretti a fare da comparse, da follower inconsapevoli o al massimo consapevoli quando condividono le idee o i messaggi dei leader. Tuttavia, in una società e in una economia che assomiglia sempre più all’ottovolante di questa rubrica, l’ascesa e la caduta dei leader in campo economico, sociale, politico, della comunicazione lascia macerie soprattutto tra i follower. Nelle imprese, amministrazioni pubbliche e in generale nelle organizzazioni, mentre coloro che hanno avuto successo, ottenuto i bonus, sono stati leader anche per poco tempo hanno quasi sempre un “atterraggio morbido o comunque garantito” per le loro fasi di caduta, sono invece penalizzati coloro il cui merito si costruisce sul lavoro quotidiano. La terapia in questo caso è quella di ripensare a un concetto di merito meno collegato a indicatori di successo quantitativo di breve periodo e più collegato alla sostenibilità di lungo periodo, alla qualità del lavoro, al rispetto della dignità di ogni persona.

Qualcuno pensa che questa fase di inquietudine possa essere superata quando le nuove tecnologie consentiranno di ridurre il tempo di lavoro per consentire alle persone di dedicarsi a quello che qualcuno definisce ozio creativo. Potrebbe trattarsi di un’altra illusione se la società nelle sue diverse articolazioni non riuscirà a dare alle persone un senso alla propria vita. La soluzione alternativa è quella di porre le persone al centro anche del proprio lavoro, usando le tecnologie per costruire organizzazioni “personalizzate” e in grado di valorizzare i propri talenti. In questo modo si potrebbe veramente dire che “il lavoro nobilita a persona e aiuta a costruire una società più giusta e sostenibile”. Miraggio o utopia che indica una direzione di marcia anche per chi si impegna nello sviluppo di tecnologie del futuro?

 

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