Il coraggio dell'utopia

Un mestiere “in divenire” per abbracciare il cambiamento

Cambia, todo cambia, cantava la cantante argentina Mercedes Sosa con voce suadente e profonda, lasciando intravvedere presenti e future trasformazioni “delle superfici e delle profondità” del mondo.

E se tutto cambia, nel flusso delle metamorfosi sociali si impigliano sia il lavoro sia la formazione progettata per rendere chi lavora più capace di operare nei contesti mutevoli in cui agisce. Il lavoro si è rarefatto nella misura in cui sono intervenuti nelle organizzazioni fenomeni evolutivi in termini di focus, di approccio, di equilibri rivisti tra sfera professionale e sfera personale delle persone, di luoghi fisici e virtuali in cui condividere con colleghe e colleghi i tempi della collaborazione.

Lo smart working ha introdotto nuovi mindset nei datori di lavoro, sempre più attenti alle misurazioni delle performance e degli output effettivamente realizzati lasciando in secondo piano la verifica di quali siano le ore investite per produrre quelle performance e quegli output. Allo stesso tempo, nuovi mindset si sono diffusi nei collaboratori che sono altrettanto concentrati a garantire una crescente creazione di valore a prescindere dalle quantità di frammenti di giornate investite di fronte al personal computer.

Si sono rarefatti i luoghi del lavoro, con la creazione di ambienti sempre più condivisi e sempre meno destinati a una singola persona, e diventeranno più rarefatti i tempi del lavoro nella misura in cui si sperimenteranno riduzioni degli orari settimanali che alcune realtà e alcuni comparti già adottano.

Di fronte a tutto questo, le persone che nelle aziende si occupano di formare manager e professional non possono che trovarsi in una terra di mezzo, eterne crisalidi, costantemente in transizione tra lo stadio di bruco e lo stadio di farfalla, non ancora farfalle e non più bruchi, come è la caratteristica delle metamorfosi descritte nel volume del filosofo Emanuele Coccia[1].

Per la professione del formatore del presente è in primo luogo fondamentale proprio l’acquisizione della consapevolezza delle situazioni mutevoli, impermanenti, transeunti, soggette a variazioni, incerte, non predicibili a priori, in cui le persone lavorano nelle organizzazioni. Le aziende procedono per virate e strambate per adattarsi alle mutevolezze dei contesti e per anticipare o seguire le determinazioni della clientela. In mercati complessi, sempre di più le aziende sono sistemi complessi, simili a stormi di uccelli nel cielo, capaci di procedere verso una meta con determinazione, ma pronti a variare gli assetti durante il volo che li porterà a destinazione.

Fatta una fotografia in un tempo zero all’azienda-stormo, dopo tre secondi la disposizione degli uccelli nel cielo non sarà quella di tre secondi prima. Questa è una certezza. Altrettanto certo è il fatto che non ci sono modi infallibili per predire il futuro ma si possono solo effettuare valutazioni di scenari (plurale). Ecco il formatore ha quindi oggi un duplice compito. Da un lato sussume nel proprio ruolo la consapevolezza di professionista che svolge un mestiere in evoluzione, impermanente, pronto a gestire nuovi strumenti, nuove tecnologie, nuove competenze che diventano anche capacitazioni[2]. Dall’altro ha la missione di educare alla complessità e quindi all’incertezza.

Nulla è più certo dell’incertezza, da sempre, ma la percezione che questa si sia accresciuta nei tempi recenti è diffusa. Questa percezione è collegata alle accelerazioni: tutto è non solo più veloce ma anche più soggetto a forti e improvvisi aumenti o diminuzioni di velocità. In Alice allo specchio di Lewis Carroll[3], la Regina Rossa ammonisce: «Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!».

Per andare da qualche parte bisogna correre almeno il doppio. Se si corre alla stessa velocità di sempre si resta nello stesso posto.

Per ruolo, formatrici e formatori restituiscono consapevolezza della complessità delle situazioni. Un battito di ali in un continente genera un tornado in un altro, i fenomeni sono interdipendenti, le realtà sono incerte e in perenne evoluzione. In questo compito difficile per svolgere il lavoro al meglio devono saper rassicurare da un lato, consentendo alle persone in formazione di abbracciare il “qui-e-ora” della realtà metamorfica, e saper creare burning platform dall’altro, squadernando agli occhi di chi lavora nelle organizzazioni l’urgenza dei cambiamenti, le evoluzioni necessarie, le innovazioni indispensabili per conservare elementi più importanti di ciò che viene cambiato.

Il mestiere del formatore diviene quindi forma e sostanza del divenire stesso, aperto all’ignoto e all’inaudito, in grado di promuovere allenamenti alla meraviglia, allo stupore e all’incanto.

 


 

[1] Emanuele Coccia, Metamorfosi. Siamo un’unica, sola vita, Torino, Einaudi, 2022

[2] Sul concetto di capacitazione, Ferdinando Azzariti, Cristiano Chiusso, Capacitazioni, Libreria Universitaria, 2021

[3] Lewis Carroll, Alice attraverso lo specchio, Milano, Bur, 2002