Le grandi transizioni in atto – ambientale, energetica, digitale e geopolitica – determinano una riorganizzazione radicale dei processi organizzativi e dei metodi di produzione e distribuzione e gestione post consumo (si apre qui infatti la dimensione circolare della nuova economia) dei prodotti e servizi che le organizzazioni mettono, a vario titolo, a disposizione dei consumatori.
La trasformazione in atto è destinata a farsi sempre più veloce e pervasiva a causa dell’incremento esponenziale di velocità di circolazione delle informazioni e di capacità di calcolo determinata dalla digitalizzazione che interessa oramai tutti gli ambiti dell’attività umana e della sfera terrestre.
Queste grandi transizioni producono effetti sia sull’intero sistema di business, sia sulle singole organizzazioni sia sulle specifiche mansioni o i singoli mestieri generalmente cambiandoli, talvolta sopprimendoli.
Il formatore si trova quindi immerso in un processo di trasformazione che investe le organizzazioni per cui presta la sua opera, i saperi organizzativi che le contraddistinguono e le mansioni o i mestieri che la popolano e, parimenti, si trova egli stesso a mutare, giacché cambiano i contesti operativi in cui è chiamato a operare, le strumentazioni a sua disposizione ma anche le menti delle persone con cui è chiamato ad interagire, essendo oramai chiaro come il digitale modifichi i processi cognitivi degli individui ben oltre la normale innovazione determinata da acquisizione di nuovi saperi.
Diciamo che se la metafora del cambiamento a cui era chiamato il formatore che opera in contesti aziendali negli Anni ’80 era quella di “cambiare il motore mentre l’aereo è in volo”. Oggi il problema da affrontare è quello di “aiutare piloti e viaggiatori a comprendere e applicare le regole di volo su di un aereo in larga parte sconosciuto che è stato cambiato durante il viaggio”.
Per fare questo, il formatore deve affinare le proprie capacità di analista organizzativo per riuscire a comprendere il contesto organizzativo in cui viene chiamato a operare. Proprio riuscire a capire il processo di trasformazione in cui si è chiamati a operare diviene fondamentale per riuscire a interagire con le persone, perché sempre di più vi è la necessità di accompagnarle dentro il cambiamento, aiutandole a orientarsi e a trovare la propria misura davanti al cambiamento.
Si tratta di un cambiamento profondo che sta interessando sia la dimensione organizzativa (si pensi al lavoro governato da piattaforma, ove sempre più la misura di regolazione è affidata ad un simulacro, l’algoritmo, che sostituisce la tradizionale gerarchia aziendale, il cui modello sempre di più tende a diffondersi) sia la dimensione psichica (per dirla con Philip K. Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” come titolava il suo più celebre libro), oltre che i saperi e le competenze professionali necessari al singolo lavoratore.
Una delle cose più complicate da affrontare è l’incertezza insita in questo cambiamento e la pulsione naturale degli individui nel ricercare certezze e risposte semplici a problemi complessi: la routine è rassicurante, il “si fa così perché si è sempre fatto così” riduce l’ansia e quindi la fatica che avvertiamo quando dobbiamo mobilitare le parti più nobili del nostro cervello, quelle deputate all’analisi critica e al ragionamento razionale.
Per questo motivo ciascuno di noi dentro il cambiamento è facile preda di fake news, di comportamenti rituali poco razionali ma rassicuranti. Vi è quindi la necessità di richiamare continuamente le persone ad affrontare con spirito scientifico l’analisi delle trasformazioni in cui loro stesse sono coinvolte: ecco il compito del formatore è quindi quello di aiutarli a imparare a imparare e a valutare criticamente le esperienze compiute e i saperi nuovi acquisiti.
I saperi e le competenze, dentro questo acceleratore temporale che sono le transizioni, crescono e si modificano con velocità incredibile: un buon formatore dovrà possederne i rudimenti minimi per comprendere le linee principali di trasformazione oltre alle competenze professionali necessarie per progettare, organizzare, gestire e valutare percorsi di apprendimento. Non sono dati soft skills senza una fornitura adeguata di hard skills.
Tuttavia, quando ci riferiamo alle nuove forme di organizzazione del lavoro la questione centrale è rappresentata dalla necessità di saper comporre e governare squadre multidisciplinari capaci di affrontare e risolvere problemi più o meno complessi. Così diviene importante aiutare le persone sempre di più a saper lavorare in equipe multidisciplinari interagendo fra diversi specialismi e trovando linguaggi comuni che diventino il nuovo linguaggio della propria organizzazione.
Riassumendo, il formatore viene chiamato a fare una cosa fondamentale, dentro a questo mondo che cambia: aiutare le organizzazioni e le persone a sviluppare spirito critico. Insomma, come diceva Karl Popper: “La vita è risolvere problemi”.
Le organizzazioni e le persone che imparano dall’osservazione critica dentro il cambiamento, applicando il metodo scientifico, e sviluppano una coerente strategia hanno maggiori possibilità di “survival of the fittest”, per dirla con Darwin.
Ecco, quindi, che le competenze del formatore sempre di più si organizzano intorno al nucleo centrale della capacità di formare al problem solving, nelle sue differenti declinazioni specialistiche ma anche nella sua dimensione interdisciplinare.
Vi è quindi la necessità di supportare, manutenere e aggiornare costantemente i saperi e le competenze dei formatori per aiutarli a comprendere i mutamenti in atto e a costruire il robusto status professionale di cui queste figure professionali hanno bisogno. Figure che devono sapere di uomini, di processi e di trasformazioni tecnologiche e che quindi sappiano che, come già sostenne Elio Vittorini in un’antica discussione che lo contrappose ad Alberto Moravia, “non si dà cultura che sappia tutto della Guerra dei Trent’anni e nulla della Seconda Legge della Termodinamica”.