Il coraggio dell'utopia

Il lavoro è una cosa seria

La “rarefazione” del lavoro è un fenomeno in atto molto potente che sta trasformando le nostre vite professionali e non. Alla rarefazione del lavoro si stanno accompagnando una serie di fenomeni che stanno profondamente cambiando il nostro modo “di stare al mondo”, di stare al lavoro ma soprattutto il nostro modo di “stare in relazione”. Una delle difficoltà principali che le organizzazioni stanno attraversando è proprio quella di costruire o ri-costruire “comunità” istituzionali, manageriali e professionali che con il “distanziamento sociale”, lo “smart working”, la “rarefazione fisica” hanno sviluppato relazioni “deboli” e che si sono viste svuotare di “significato” (questa è una delle cause della great resignation).

Abbiamo compreso, specie in questi ultimi anni, di quanto enormi siano le possibilità che abbiamo in questa società, tanto globalizzata e digitalizzata, ma che è anche tanto frantumata in una diffusa illusione di onnipotenza individualistica, del “fare da sé”, dell’essere da soli il principio del nostro agire e che ha portato a sviluppare anche la tendenza ad apprendimenti “solipsistici” fatti a uso e consumo del proprio individualismo narcisistico e della propria solitudine.

A fronte di tanta informazione, tanta tecnologia, tante conoscenze, è emersa, quasi paradossalmente, una povertà dei dialoghi che alimentano la dimensione collettiva. Così abbiamo sempre più organizzazioni ricche e comunità povere.

In questo scenario, la formazione sta assumendo un ruolo nuovo, cruciale e ancora più importante rispetto al passato. Aiutare le persone a ritrovare il “senso” del proprio agire quotidiano, aiutare le persone a ricucire i “pezzi” che sono frutto della rarefazione delle relazioni, del rapporto con il tempo e del rapporto con l’istituzione e l’azienda. Aiutare i manager a liberarsi dalla paura della gerarchia, dell’imperfezione e a superare quell’eterna frustrazione dovuta al senso di incompiuto che quotidianamente si manifesta (dalle e-mail non lette alla “to do list” che cresce esponenzialmente). Aiutare le organizzazioni a riavvicinarsi alle esigenze delle proprie persone, non guadando solo la “domanda” che arriva dal business, dalla “casa madre”, dalle mode del momento, ma cercando di ascoltare, comprendere e interpretare i bisogni reali e profondi delle persone che abitano e vivono le organizzazioni.

La formazione e i formatori hanno in questo un ruolo molto più importante di quello che essi stessi si riconoscono e di quello che troppo spesso le aziende gli riconoscono (e a volte sono disposte a pagare).

Le funzioni HR più acute hanno già intrapreso questa strada, altri iniziano a comprenderlo ma la nuova centralità della formazione può essere ridata solo da chi se ne occupa in modo serio e approfondito.

La formazione a cui ci riferiamo, in particolare, è quella legata allo sviluppo di sé e della società, tesa a costruire nuovi mondi, al cambiamento, alla trasformazione personale e sociale, alla vita organizzativa e istituzionale, alle nove sfide che dobbiamo affrontare. Soprattutto nel mondo del lavoro che, quando è tale e non è sottomesso alle sole leggi del profitto e dell’arricchimento personale, è il fattore principale della crescita e dell’innovazione.

Per una società generativa c’è bisogno di una formazione che ci aiuti a non rinunciare ma anzi a cercare di costruire una visione realistica della vita, di non subire ciò che accade, ma di esserne co-autori e co-progettisti.

È fondamentale riportare al centro dei ragionamenti i metodi di apprendimento, i processi di ingaggio delle persone ma soprattutto lo “sguardo” con cui si entra in relazione con le persone.

E quindi, dal nostro osservatorio, sta emergendo sempre più forte il bisogno di tornare a incontrarsi in presenza, il bisogno di lavorare su contenuti che aprano spazi di riflessione, di innovazione, di meditazione, di adattamento critico al mondo che cambia così velocemente. È importante anche dare continuità alla formazione attraverso i sistemi a distanza che sono importanti come strumento a supporto dei processi di apprendimento, ma che non possono essere alternativi alla formazione in presenza se si vuole riportare al centro la persona, i dialoghi, le comunità (in modo sostanziale e non come slogan).

In fondo, i sistemi organizzativi, come tutti i sistemi sociali, sono tali se hanno una capacità di produrre cultura, cioè una propria anima e un proprio “spirito” che ne definisce il perimetro, la missione e un suo destino. Senza questo tipo di formazione non si costruisce il futuro e senza una visione rivolta al futuro non c’è speranza di evoluzione organizzativa e non c’è sogno.

In conclusione, all’interno del mondo aziendale ma anche associativo, crediamo sia fondamentale aprire/riaprire il dibattito in modo serio (e non solo ai fini della propria visibilità) sul ruolo della formazione e dei formatori che se sapranno cogliere queste sfide potranno contribuire ad un nuovo “rinascimento”.

La formazione è una cosa seria.