Economie del futuro

Un paradosso chiamato Italia

Si tratta di spiegare come mai il nostro Paese, gravato da innumerevoli zavorre e palle di piombo, avvilito da vulnerabilità sociali ed economiche strutturali, di lungo periodo, riesca poi – quasi miracolosamente – a eccellere in molti campi, con una distintività riconosciuta in tutto il mondo. Insomma: qual è il quid, l’x factor, il segreto italiano?

A volte si eccede retoricamente richiamando un catalogo di stereotipi nazionali: il clima buono del Belpaese, la buona cucina, il patrimonio di bellezze artistiche. “Italiani brava gente”, si dice. E forse c’è un fondo di verità in tutte queste attestazioni di merito, che in definitiva ci rendono speciali. Ma qual è il vero elisir del nostro successo?

Concorrono molteplici fattori peculiari del nostro Paese e costitutivi del carattere degli italiani. Io vorrei citarne almeno tre.

Il primo fattore è il primato delle reti sociali. A cominciare dal ruolo della famiglia, il nucleo caldo della nostra società. Basti pensare alla grande propensione al risparmio delle famiglie italiane – che non trova eguali negli altri Paesi – e ai meccanismi di trasferimento intergenerazionale di risorse (dai componenti più anziani della famiglia verso quelli più giovani, crucciati da ridotte capacità reddituali, oppure attraverso la trasmissione in eredità di cospicui capitali e patrimoni) che ci rendono di fatto meno fragili di altri nelle fasi di crisi. Alla famiglia si aggiunge poi un’altra tipicità italiana: l’impresa diffusa di territorio, con la sua capacità di garantire la coesione sociale delle comunità locali, anche nelle aree più periferiche, lontane dai grandi assi logistici. Va poi sottolineata l’assenza nel nostro territorio di grandissimi agglomerati urbani, che ci permette di non soccombere all’anomia propria delle megalopoli. In sintesi, potremmo chiamare questo primo fattore “Pil della socialità”: pur sfuggendo alla contabilità economica nazionale, esso rappresenta una ricchezza relazionale essenziale.

Il secondo fattore consiste nell’arte del fare che contraddistingue il nostro tessuto produttivo manifatturiero come eredità culturale del Rinascimento. Se l’italianità si compie con il Risorgimento, è però proprio nel periodo rinascimentale che essa affonda le sue radici più profonde. Si prenda l’esempio dei grandi mecenati rinascimentali, principi, duchi e dogi: attraverso l’investimento di capitali e la selezione dei migliori ingegni intellettuali e artigiani del tempo, potevano assicurare un’alta redditività dell’investimento, anche protratta nel tempo, se solo si considera che ne godiamo i frutti ancora oggi: le nostre città d’arte sono grandi magneti attrattori di flussi turistici. Ma oltre al ritorno sul piano del conto economico, con il loro operato si garantivano anche una redditività di tipo immateriale, simbolica, in termini di reputazione e prestigio, con cui esercitare la loro durevole egemonia.

Il terzo fattore da chiamare in causa per spiegare il segreto italiano può essere espresso con una formula di sintesi: siamo un Paese dall’identità debole e dai legami forti. Una identità debole, per storia e cultura, rappresenta senz’altro un difetto di sistema: siamo, in fondo, una media potenza regionale, con uno spirito imprenditoriale poco sostenuto dall’apparato politico-istituzionale, e non ci fregiamo neppure di una supposta grandeur come fanno i francesi. Tuttavia, questo limite si traduce molto spesso in una innata forza competitiva soggettiva, cioè in una soggettività d’impresa non standard, che non resta ingabbiata dentro l’armatura di una identità forte. Dal limite dell’identità debole, insomma, facciamo germogliare un forte spirito adattivo e una funambolica propensione alla rinegoziazione continuata delle regole del gioco. Ancora una volta: si tratta, per un verso, di un difetto di sistema (lo vediamo, ad esempio, nell’inclinazione di molti a non rispettare le regole: dal parcheggio in seconda fila fino all’evasione fiscale); per un altro verso, però, quel limite si trasforma in un vantaggio competitivo, in quella marcia in più che connota i nostri imprenditori migliori.

Il risultato finale della combinazione dei tre fattori elencati sopra è un paradosso tutto italiano, vale a dire la forte polarizzazione esistente nella nostra realtà socio-economica. Da una parte, vantiamo una schiera di imprese d’eccellenza nell’export: sono la punta della freccia del nostro manifatturiero, capaci di conquistare nicchie e quote di mercato importantissime nella competizione globale (grazie ai legami forti); dall’altra, constatiamo ogni giorno quelle fragilità di sistema che relegano il nostro Paese nelle posizioni di coda nelle classifiche comparative stilate in base a molte variabili socio-economiche (a causa dell’identità debole).

In conclusione, per rispondere in ultima analisi alla domanda “qual è il segreto italiano?” si può richiamare la storica contrapposizione tra analitici e continentali come alternativi modelli di pensiero. Gli analitici – in breve, gli esponenti della cultura anglosassone – si distinguono per una lingua chiara, senza abbellimenti stilistici, e spesso rimangono fatalmente imbrigliati nel loro formalismo logico-linguistico. I continentali, invece, generalmente sono portati a problematizzare il contesto storico-sociale entro cui i fenomeni prendono forma, si caratterizzano per una irreprimibile attenzione alla condizione umana nel mondo, per il gusto di una prosa ricercata. Noi italiani apparteniamo senza dubbio ai continentali, ma al nostro pensiero meridiano si aggiungono, come già detto, le radici culturali che affondano direttamente nel Rinascimento (un fenomeno squisitamente italiano). Non siamo forse la patria di quei grandi filosofi del passato – Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Galileo Galilei – che ingaggiarono una battaglia durissima contro le dottrine dogmatiche dominanti nel loro tempo per affermare il primato del pensiero? Quei filosofi furono tutti processati dall’Inquisizione, torturati, arsi vivi o costretti all’abiura. Perché? Per un solo motivo: la loro ostinata rivendicazione della superiorità della ragione umana come originaria facoltà critica dell’esistente. Che, detto in altri termini, significa il contrario del conformismo, dell’accettazione passiva dello status quo. Significa, all’opposto, il desiderio mai sopito di trascendere la realtà data: di essere liberi di trasformarla. Noi tutti siamo i loro figli. È questo il segreto italiano.