Nel suo articolo, Domenico Barricelli scatta un’istantanea delle tendenze in atto partendo dalle principali evidenze dell’Indagine Inapp Indaco-Imprese
Il ritardo del nostro tessuto economico-produttivo nel processo di transizione digitale e green rischia di rallentare la ripresa della crescita delle nostre imprese nello scenario competitivo globale. Siamo di fronte a un gap da colmare, confermato dalle risorse messe a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR), dove circa il 27% delle risorse complessive sono dedicate alla transizione digitale e circa il 40% a quella ecologica; transizioni trasversali al 40% di risorse destinate anche al Mezzogiorno. Ma quali sono i comportamenti delle imprese di fronte alle sfide digitali e green; e soprattutto a che punto sono gli investimenti formativi per avviare i necessari percorsi di re-skilling e up-skilling, utili a sostenere tali transizioni?
L’ultima indagine INDACO-Imprese di Inapp (edizione 2020, realizzata dal Gruppo di Ricerca “Formazione Continua e Apprendimento degli Adulti” di Inapp, è un’indagine statistica ufficiale presente nel PSN del SISTAN che rileva le attività di formazione realizzate dalle imprese con oltre 5 addetti. È attualmente in corso la quarta edizione dell’indagine), tra i diversi aspetti analizzati, ha evidenziato le criticità presenti negli investimenti formativi in riferimento all’adozione di innovazioni tecnologiche abilitanti 4.0. Solo il 39,5% delle imprese italiane ha adottato innovazioni finalizzate all’automazione e alla digitalizzazione; di queste circa un terzo ha investito in una sola tecnologia, mentre il 42% ne ha introdotte tre. Inoltre, meno della metà delle imprese che hanno adottato tecnologie 4.0 ha fatto seguire, all’introduzione dell’innovazione, un’attività formativa specifica dedicata. L’ambito formativo più diffuso è stato quello dell’automazione avanzata e della robotistica (57,4% dei casi), mentre i temi specifici più affrontati hanno riguardato l’utilizzo di software per la gestione aziendale e la cyber-security.
Innovare per competere
Tali aspetti sottolineano, dunque, le difficoltà del nostro tessuto produttivo a innovare per competere negli attuali scenari digitali, soprattutto se guardiamo l’esiguo numero di imprese che aveva preventivato di introdurre tecnologie 4.0 (21,2%) e tra queste, in particolare, le piccole imprese (17,2%), rispetto alle grandi (54,5%). Una dimostrazione che la dimensione ancora una volta rappresenta un elemento discriminante: sono sempre le grandi imprese che investono in misura maggiore (72,4%), rispetto alle piccole (37%). Se pensiamo, inoltre, alle motivazioni che hanno portato le imprese a decidere di non innovare nell’ultimo triennio, emerge la convinzione che l’adozione di nuove tecnologie digitali non avrebbero portato loro vantaggi significativi attesi (57,1%).
La crisi pandemica, invece, non sembra aver influito sugli investimenti per la maggioranza delle imprese (64,5%). Mentre sugli approvvigionamenti (catena del valore), oltre la metà delle imprese ha subito una diminuzione (maggiore nel terziario, pari al 57,7%, rispetto al secondario, pari al 49%), ma senza alcuna variazione nelle importazioni provenienti dai paesi UE ed extra-UE. Sono la maggioranza le imprese che non hanno cambiato le proprie fonti di approvvigionamento a seguito dell’emergenza pandemica; contrariamente, come era ovvio aspettarsi, si è registrato un significativo rallentamento delle esportazioni (per oltre il 60% delle imprese).
I risultati dell’indagine Indaco ci dicono che i tre quarti delle imprese italiane dichiara di aver adottato negli ultimi tre anni una qualche forma di tecnologia digitale (e la metà delle stesse di voler introdurre tecnologie digitali nel prossimo triennio), ma solo il 5% di queste ha adottato quelle “tecnologie hard” – intese come connettività web mediante 4G/5G; internet delle cose; tecnologie immersive; elaborazione e analisi di big data; automazione avanzata, robotistica; stampanti 3D; simulazione tra macchine interconnesse; sicurezza informatica (cyber-security) – indispensabili per competere nella transizione digitale. Una condizione di svantaggio competitivo, dunque, confermata dalla bassa percentuale delle imprese che si dichiarano “molto digitali” (18,2%), ma anche dall’elevata percentuale di quelle che non utilizzano piattaforme digitali per l’intermediazione commerciale (78,3%), ormai indispensabili per ampliare mercati e clientela in uno scenario di competizione globale.
Le tecnologie digitali
In riferimento alle tecnologie digitali l’indagine ha evidenziato che circa tre imprese italiane su quattro hanno adottato una qualche forma di tecnologia digitale negli ultimi tre anni. La proporzione di queste imprese (nuovamente) aumenta al crescere della dimensione aziendale (è al 94,2% per le grandi imprese), mentre la tecnologia maggiormente adottata – che ridimensiona tale aspetto – consiste in software per la gestione aziendale (60,4%). L’introduzione di queste tecnologie è stata accompagnata nei due terzi delle imprese – soprattutto di grandi dimensioni – da interventi di adeguamento delle competenze dei dipendenti e, in particolare, con attività di formazione (58,5% dei casi). Da segnalare, a questo proposito, il diffuso ricorso al training on the job (61%) e ai corsi di formazione in presenza e a distanza (56,6%).
Le scelte green
Per ciò che concerne la transizione ecologica (green), l’86,2% delle imprese ha adottato almeno una misura finalizzata alla riduzione dell’impatto ambientale superiore: è una quota maggiore a quella delle imprese che hanno introdotto una misura digitale (86,2% contro 75%). Ugualmente in questo caso la transizione ecologica è più presente nelle grandi imprese (rispetto a quelle di minore dimensione), anche se la sua portata va letta alla luce del fatto che la misura più diffusa è riconducibile alla raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti (77,5% dei casi), seguita (con una significativa distanza) dal risparmio del materiale utilizzato nei processi produttivi (33,7%) e (solo al terzo posto) dalla installazione di macchinari, impianti e/o apparecchi che riducono il consumo energetico (30,9%). Anche in questo caso possiamo dire che sono prevalenti le “misure green soft” (93,2%), rispetto alle “misure green hard” più incisive per una effettiva transizione ecologica.
Le prime comprendono il risparmio del materiale utilizzato nei processi produttivi, la raccolta differenziata e riciclo dei rifiuti, il contenimento dell’inquinamento acustico/luminoso e l’installazione di macchinari efficienti. Possiamo considerare, invece, misure green hard: l’installazione di impianti per l’energia rinnovabile e per il recupero di calore, l’acquisto di automezzi elettrici o ibridi, il contenimento dei prelievi e dei consumi di acqua, il trattamento acque di scarico o il loro riutilizzo e riciclo, l’utilizzo di materie prime seconde, oò contenimento delle emissioni atmosferiche e la realizzazione di edifici a basso consumo energetico.
Inoltre, meno di una impresa su tre ha investito nel conseguente adeguamento delle competenze del proprio organico e tra le modalità maggiormente utilizzate vi è stata la formazione di chi era già assunto (28,2%). Anche in questo caso, ancora una volta, l’investimento formativo cresce all’aumentare della dimensione aziendale e la distanza tra piccole e grandi imprese è massima in relazione all’adeguamento delle competenze dei dipendenti (+31,9 punti percentuali a favore delle imprese con 250 addetti e oltre). Le modalità formative maggiormente impiegate sono state il training on the job (54,1%) e i corsi di formazione, sia in presenza che a distanza (45,6%), mentre rispetto alle tematiche oggetto della formazione prevale la gestione dei rifiuti in tutto il suo ciclo.
Uno sguardo al futuro
Guardando al futuro, la quota di imprese che prevede di adottare misure volte alla riduzione dei propri impatti ambientali nei prossimi tre anni è pari a circa la metà del totale (e quindi inferiore alla percentuale di quante le hanno adottate nell’ultimo triennio). Il 56,2% di queste imprese ha in programma la realizzazione di attività formative collegate all’adozione di queste misure, ma sono ancora una volta in prevalenza le grandi, piuttosto che le piccole imprese (74,5% contro 54,1%).
Permangono, pertanto, delle criticità da superare negli investimenti formativi delle imprese italiane, legate ad aspetti dimensionali (caratterizzanti il nostro tessuto produttivo, fatto in prevalenza di micro e piccole imprese), territoriali (che rischiano di tener fuori dalla competizione molte aree del sud), ma anche di adeguamento di conoscenze e competenze digitali (per i noti ritardi del nostro Paese, come richiamato nell’ultimo rapporto DESI 2022). Occorre per tali ragioni (con le risorse disponibili, nazionali ed europee) predisporre iniziative formative per elevare capacità e competenze individuali, ma soprattutto per dotarsi di un mindset imprenditoriale necessario a superare una cultura manageriale (in particolare di molte micro e piccole imprese) ancora troppo ancorata a interventi di adeguamento di tipo “conservativo/reattivo”, anziché “strategico/proattivi”.
Un processo determinante che dovrebbe probabilmente vedere forme di tutorship delle grandi imprese formatrici e innovatrici, nei confronti delle micro e piccole imprese. Collaborazione necessaria per elevare gli investimenti formativi delle imprese minori nell’attuale “era della grande incertezza” (Barricelli D., “L’era della grande incertezza. Scenari e prospettive per le organizzazioni del XXI secolo”, Aracne, Roma, 2021) sempre più caratterizzata da imprevedibilità, complessità crescenti e interdipendenze multiple, dove sono richieste nuove modalità di gestione manageriale e nuove forme di organizzazione del lavoro.