Il coraggio dell'utopia

Non esiste più il lavoratore di una volta

Ci stavamo ancora leccando le ferite dopo la pesante recessione del 2020 e il duro colpo che l’emergenza sanitaria aveva inferto al mercato del lavoro. Oltre mezzo milione di occupati in meno nel bilancio del 2021 rispetto al periodo pre-Covid, il 2019: -2,4%. E un monte di ore lavorate diminuito, nello stesso periodo, in maniera più che proporzionale: -3,9%. Era una prima spia di quanto stava accadendo: non solo contavamo meno persone al lavoro; in aggiunta, lavoravano di meno. Il che vuol dire meno reddito e meno Pil. Poi abbiamo registrato un robusto recupero di posti di lavoro nei primi mesi di quest’anno. Ma di che occupazione si tratta?

Ad aprile (ultimi dati disponibili) l’incremento del numero di occupati è stato considerevole: +3,0% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ovvero ne risultavano 670 mila in più. Ma la nuova occupazione creata era costituita per più della metà da lavoratori dipendenti a termine: sono aumentati nel periodo considerato del 12,6%, ovvero ad un ritmo di crescita pari a sei volte quello dei lavoratori permanenti (solo +2,1%). Complessivamente, oggi i dipendenti a termine sono 3,1 milioni, segnando così un record assoluto da quando possediamo serie storiche comparabili: l’anno 1977.

Permangono, inoltre, le fragilità ben note del nostro mercato del lavoro. Si possono citare i 3,2 milioni di occupati non regolari, senza assicurazione contributiva, senza tutele e senza le garanzie offerte dalla normava sulla sicurezza sui luoghi di lavoro. E si possono ricordare i segmenti sociali più vulnerabili, a cominciare dalle donne. Continuiamo a distinguerci per avere il più basso tasso di attività femminile in Europa: il 55% contro, ad esempio, il 76% della Germania o l’80% della Svezia. Permane una elevatissima frequenza del part time (spesso involontario) tra le donne che un lavoro ce l’hanno: il 31,9% rispetto all’8,7% degli uomini, che poi si traduce inevitabilmente in quel differenziale di reddito tra maschi e femmine intorno al 25%. E poi possiamo ricordare l’altro segmento sociale vulnerabile: i giovani. Con quel macigno di 2 milioni di under 30 anni che non lavorano, non studiano, né sono impegnati in percorsi di formazione: il nostro 23% di Neet (al Sud il dato raddoppia) segna un altro record negativo in Europa per l’Italia.

C’è poi da sottolineare il nodo dei bassi stipendi. Negli ultimi trent’anni, tra il 1990 e il 2020, le retribuzioni medie lorde annue nel nostro Paese sono diminuite del 2,9%, mentre in Francia aumentavano del 31,1%, in Germania del 33,7%, nel Regno Unito del 44,3%. Un divario macroscopico: si noti che i dati sono perfettamente confrontabili, in quanto espressi a parità di potere d’acquisto, cioè neutralizzando i differenziali nel costo della vita tra i diversi Paesi, e la variazione è espressa in termini reali, cioè al netto dell’andamento dell’inflazione. Non è difficile ricercare le cause di quanto avvenuto nel nostro Paese, per cui mediamente oggi un lavoratore guadagna meno di trent’anni fa. La produttività del sistema non è mai decollata e il cuneo fiscale è un grosso cruccio per gli imprenditori che pure vogliono assumere nuovi collaboratori.

Non è un caso che, di conseguenza, nelle analisi sociali si è affermata la categoria del “working poor”, ovvero persone che, pur avendo un lavoro, con i redditi percepiti non riescono a collocarsi al di sopra della soglia della povertà (si stimano in 4,6 milioni i lavoratori con una paga oraria inferiore a 9 euro). Le persone in condizione di povertà assoluta in Italia erano 4,6 milioni nel 2019, prima della pandemia, per poi aumentare a 5,6 milioni (un milione di persone in più) nel 2020, rimasti stabili ancora nel 2021. Si tratta del 9,4% delle persone che vivono nel nostro Paese, quasi una su dieci, e nel periodo più recente si sono fatti registrare incrementi consistenti proprio tra i giovani e anche al Nord.

E poi abbiamo cominciato a parlare di Great Resignation all’italiana, interrogandoci su quel fenomeno che i media americani avevano così ribattezzato riferendosi al gran numero di persone che al di là dell’Atlantico sembravano rinunciare al lavoro, alla ricerca di una vita più gratificante, dopo la grande cesura – anche esistenziale – rappresentata dall’emergenza sanitaria globale: un boom di dimissioni al buio, insomma, come se la pandemia avesse fatto riscoprire valori in salsa new age. Ma è davvero così?

È senz’altro vero che in Italia abbiamo registrato un picco di dimissioni volontarie nel 2021 (485 mila in più rispetto all’anno precedente), ma si è trattato di un recupero conseguente al congelamento del mercato del lavoro avvenuto nel 2020, quando infatti se ne erano registrate 280mila in meno. L’andamento nel corso del tempo delle cessazioni dei rapporti di lavoro per dimissione del lavoratore è lineare da molti anni: sono state 1,2 milioni nel 2016, 1,4 milioni nel 2017, 1,6 milioni nel 2018, 1,7 milioni nel 2019, poi diminuite a 1,4 milioni nel 2020, per poi rimbalzare a 1,9 milioni nel 2021. La verità, dunque, è che il fenomeno delle dimissioni è in costante crescita da ben prima della pandemia come effetto correlato alla crescita altrettanto costante della componente strutturale dei contratti a termine. In sintesi: si passa più frequentemente, dimettendosi, da un’impresa a un’altra. Oppure ci si dimette per trasferirsi all’estero: lo ha fatto un milione di italiani negli ultimi dieci anni, in buona parte giovani laureati.

Che conclusioni si possono trarre da tutti questi dati e dalle analisi che ne conseguono? Dobbiamo prendere atto che, almeno per il momento, il nuovo lavoro non incorpora più né la promessa di benessere e la garanzia dell’ascensore sociale, come era stato per le passate generazioni; né costituisce una leva identitaria e di riconoscimento sociale. Il Cipputi di Altan non esiste più. Si riparte da qui.