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Il lavoro non è più quello di un tempo. Dialogo con Ugo Morelli

Open learning

Questa intervista dedicata al saggio “Francesco Novara. Il lavoro non è più quello di un tempo”, scritto a quattro mani da Ugo Morelli e Giuseppe Varchetta ed edito da GueriniNext (Milano 2021), non rappresenta solo un tributo a una delle figure di riferimento della psicologia del lavoro in Italia, ma vuole essere anche un’occasione per compiere una riflessione sulle trasformazioni in atto destinate a lasciare un’impronta profonda nella nostra società e sulle organizzazioni aziendali. L’articolo, firmato da Emanuela Fellin, pedagogista clinica, specializzata in psicologia clinica, è ospitato dalla rubrica Open Learning curata da Paolo Bruttini.


Francesco Novara. Il lavoro non è più quello di un tempo”, scritto da Ugo Morelli e Giuseppe Varchetta ed edito da GueriniNext (Milano 2021), è uno di quei libri che senza esitazione potremmo definire necessari. Questo perché viviamo un tempo così difficile per il lavoro non solo perché non è più quello di un tempo, come indica il titolo, ma anche perché è necessario rivedere i modelli presenti oggi, soprattutto da quando la pandemia ha dato un colpo di coda a una situazione già allo stremo. Leggiamo saggio di Morelli e Varchetta che le cose stanno cambiando per fortuna, e liberare il lavoro potrebbe essere possibile, solo riconoscendo il lavoro come pratica della libertà, attuando una rivoluzione, oggi più che mai necessaria e come già intuito ormai qualche decina di anni fa da Francesco Novara, uno dei padri della psicologia del lavoro. Personalità riconosciuta a livello internazionale, in qualità di responsabile del Centro di psicologia dell’Olivetti fra il 1955 e il 1993, Novara fu un protagonista indiscusso delle esperienze più avanzate di organizzazione del lavoro. Riprendendone la lezione, gli autori mettono in evidenza come il compito prioritario, in questo momento di transizione, sia smettere di utilizzare contenuti e modelli del passato prepandemico, per leggere il presente e pensare il futuro. Le testimonianze che giungono dalla voce delle nuove generazioni parlano già un’altra lingua, da cui è indispensabile partire. Purtroppo, i metodi e i contenuti con cui educhiamo le giovani generazioni si muovono ancora con la testa rivolta all’indietro. Sarebbe necessaria proprio una figura come Francesco Novara oggi per aiutarci ad avere una guida da seguire e una strada da percorrere. Questo libro, del resto, può essere proprio un primo passo in questa direzione.

Ugo Morelli, la relazione con Francesco Novara è stata una relazione importante, come si evince dalle pagine del libro. Oggi più che mai un testo come questo è un grido di attenzione (in termini di accoglienza) in un mondo del lavoro sempre più complesso…

Quello di Novara era un grido verso coloro che teorizzavano la cosiddetta fine del lavoro, anziché impegnarsi per migliorare le condizioni e le relazioni lavorative, riconoscendo finalmente il lavoro come un dato originario interno. Ognuno di noi è fatto di azione e movimento, oltre che di relazioni. In quanto forme vitali tendiamo all’azione e il lavoro si situa al punto di incontro del nostro mondo interno con il mondo esterno, facendo i conti con il principio di realtà. L’opera che compiamo e il ben fatto riconosciuto dagli altri sono una delle fonti essenziali della nostra stessa individuazione.

In che modo oggi si può pensare al lavoro come pratica della libertà?

Liberare il lavoro è il sogno a occhi aperti dell’umanità da sempre. Eppure, il lavoro e il suo prodotto, il suo significato e il suo valore materiale e simbolico sono sempre stati oggetto di espropriazione. Viviamo una frontiera storica oggi. Il lavoro è del tutto cambiato e cambiano le sue forme e le aspettative relative al lavoro. La dematerializzazione ha portato al centro quello che, in fondo, per una specie simbolica come l’essere umano è stato sempre il valore fondativo del lavoro e della sua qualità: il significato del lavoro stesso. Peccato che in organizzazioni ossessionate dal comando, dall’esecuzione e dal controllo, in particolare i capi e i datori di lavoro non se ne siano quasi mai accorti. Causando un grande spreco. Prima di tutto uno spreco motivazionale con ricadute problematiche sulla produttività e sulla qualità della vita di lavoro. Una vera e propria eterogenesi dei fini. E poi uno spreco umano, perché l’alienazione non serve a nessuno e crea solo società più anomiche e violente. C’è da domandarsi se non esista una sorta di coazione a ripetere che porta a creare le organizzazioni per avere a disposizione una palestra per sfogare gli umani cinismi e le umane nevrosi e perversioni. Rimane il fatto che il lavoro si libera mediante la relazione, che è il luogo di tutti i problemi e di tutte le possibilità.

Quali vie Novara vedeva per accompagnare i giovani nel mondo del lavoro?

Chi ha lavorato con Novara si è reso conto, perché l’ha vissuto, di cosa voglia dire che qualcuno si accorge di te e ti considera. Se si riflette sul valore dell’accorgersi e del considerare si riconosce che si tratta di esperienze fondative e capaci di cambiare una vita. Come ha scritto il regista Rainer Werner Fassbinder nella propria autobiografia incompiuta: “sono i figli del falso amore i principali responsabili del male sulla Terra”. Non solo Francesco Novara è stato un grande allevatore e allenatore, ma ha insegnato a esserlo. Nei suoi lunghi anni olivettiani, un criterio di base era far crescere i giovani inserendoli in azienda, privilegiando l’inserimento dei ragazzi provenienti dalle classi sociali più svantaggiate. Oggi le giovani generazioni hanno domande del tutto cambiate rispetto al lavoro, e se proseguiamo come ritengo si debba fare, in base all’insegnamento di Novara, dobbiamo ascoltare quella domanda, la sua laicità, il diverso modo di intendere il rapporto tra vita e lavoro, le forme di elaborazione di una condizione endemica di precarietà e di sentimento e durezza dell’esclusione, i linguaggi del tutto nuovi per rappresentarsi e praticare il lavoro. Le organizzazioni devono domandarsi cosa perdono nel persistere in forme arcaiche di lavoro, in termini di tempi, di condizioni, di retribuzione, di mortificazione delle capacità distintive dei giovani. E il sindacato è tempo che si domandi cosa perde a rappresentare solo le forme decadenti del lavoro. Per accompagnare i giovani nel mondo del lavoro devono prima di tutto cambiare le organizzazioni e i linguaggi della rappresentanza.

Parliamo spesso di mondo del lavoro e sempre più è un mondo parallelo e lontano dalla realtà, in che modo secondo voi questi due mondi, realtà attuale e lavoro, invece, fondamentali l’uno per l’altro potrebbero dialogare?

In primo luogo, porrei la questione del tempo e delle opportunità. Abbiamo bisogno di ridurre il tempo lavorato in modo da aumentare le opportunità di lavoro per il maggior numero possibile di persone. Attendiamo che qualcuno abbia il coraggio e la determinazione per portare avanti una riflessione sulla redistribuzione delle opportunità lavorative, riducendo il tempo lavorato dal singolo in modo da favorire l’esperienza lavorativa al maggior numero possibile di persone. In secondo luogo, è necessario porre mano al rapporto tra capacità e opportunità. Oggi le capacità sono quasi esclusivamente subordinate alle opportunità disponibili e i datori di lavoro non tengono conto della necessità di rivedere, aggiornare e migliorare se stessi, il livello delle conoscenze e dell’organizzazione aziendale, nonché la qualità di quelle opportunità.

Se Novara fosse qui oggi, cosa penserebbe di tutto ciò che ha detto e che è ancora così attuale?

Dove non c’è il lavoro non c’è più la società, penso sarebbe la prima cosa che ascolteremmo dalla sua pacata e interminabile conversazione. Un lavoro non alienato, non basato cioè sulla persistenza in vita di ciò che è morto. Riceveremmo, molto probabilmente, da Novara una riflessione accurata sull’evidenza che i settori produttivi e le forme di vita lavorativa devono ridefinirsi e ristrutturarsi per poter essere all’altezza dei tempi nell’era della crisi climatica e delle risorse disponibili. Non parlerebbe di sostenibilità, in quanto scansava ogni volta che poteva le ideologie, ma porrebbe in evidenza l’opportunità di impostare l’economia e il lavoro sul criterio del limite come possibilità. Non mancherebbe, quasi certamente, di ricordarci che è l’impresa per la donna e l’uomo e non la donna e l’uomo per l’impresa.

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