Economie del futuro

E se non fosse solo una bella favola

Ottovolante dell’economia

Giuseppe è un giovane ingegnere marchigiano che ha avuto una brillante carriera in una media impresa manifatturiere italiana con il 70% del fatturato da esportazioni. In altre parole, una delle “multinazionali tascabili” di cui non è privo il nostro Paese che ha saputo reagire in modo innovativo all’emergenza Covid-19.

Giuseppe, oltre ad aver diretto il team che ha potenziato l’e-commerce dell’impresa, è un deciso sostenitore della transizione, trasformazione, rivoluzione digitale. «Non sono mai stato amante delle parole, come spesso fanno i soloni della nuova economia, ma da buon practitioner sono convinto che il problema non stia nelle tecnologie, bensì nell’uso che di esse fanno le persone. Anche lo smart working, che tutti abbiamo dovuto sperimentare nel 2020, è una definizione che lascia il tempo che trova se non si capisce che si tratta di avere molte alternative di organizzazione flessibile del lavoro», ha sostenuto anche in un recente webinar a cui è stato invitato come testimone.

Coerentemente con il cliché di dirigente fuori dagli schemi comuni, Giuseppe è stato affascinato dalle parole del commissario tecnico della Nazionale di calcio Roberto Mancini nello spot della Regione Marche “180 km di coste, 400 borghi incantevoli, 72 teatri storici, abbiamo i numeri giusti…”. Così durante una cena con amici se ne uscì con questa frase: «Visto che la mia azienda mi ha concesso di lavorare 3 giorni a distanza e 2 in presenza, ho deciso di aiutare a rivitalizzare uno dei 400 borghi marchigiani, quello dove sono nato e che ora è pressoché spopolato. Perciò mi stabilirò lì con mia moglie e i mei due figli che frequentano le primarie. Ovviamente io e mia moglie non abbiamo la vocazione di eremiti quindi sto pensando a un business plan per realizzare la mia idea».

Uno dei sedici commensali, che insieme a Giuseppe festeggiava un anniversario di matrimonio, se ne uscì ridendo: «Se ti conosco bene, dovresti già avere un piano per realizzare la tua idea perché anch’io potrei essere interessato». Gli altri commensali aggiunsero: «Adesso non puoi tirarti indietro». Giuseppe non era tipo da tirarsi indietro e molto seriamente sciorinò il suo piano: «Ho pensato che in primo luogo dobbiamo essere almeno una quarantina di under 50 che si sono rotti di vivere in città caotiche, inquinate e di dover rispettare i tempi dell’ufficio. In secondo luogo, affinché si ricostruisca una comunità viva, dobbiamo fare in modo che ci siano una quindicina di bambini che frequentano le primarie e secondarie così potranno farsi compagnia, fare un po’ di casino e staccarsi da quei dannati giochi elettronici cui si dedicano quando sono chiusi in appartamenti. Questo, però, è un problema perché come sapete nel borgo di San Frediano non esiste più una scuola. Potremo risolvere chiedendo al Comune di mandare uno scuolabus che porti i bambini e i ragazzini alla scuola che dista 15 chilometri, oppure a turno lo farà qualche papà o qualche mamma, per pari opportunità, mentre qualche papà dovrà dedicarsi alla cucina. Inoltre, come sapete, esistono oggi dei programmi di homeschooling che possono incuriosire i nostri figli più di quanto non facciano le scuole tradizionali. Magari ricuperiamo il metodo educativo che don Milani ha descritto, nel 1967, in Lettera a una professoressa, molto cara ai nostri genitori e che anch’io ho letto per avere un’idea di un mondo che non esiste più. Risolto poi il problema della scuola dobbiamo anche risolvere quello dei generi di prima necessità. Come sapete a San Frediano la farmacia è stata chiusa 25 anni fa e l’ultimo negozio di alimentari 10 anni fa. Non parliamo della posta e della banca». A questo punto Luigi se ne uscì: «Avrei io una soluzione. Mia cugina, farmacista, continua a lamentarsi del lavoro che sta facendo. Potremmo proporle di aprire una farmacia a San Frediano, ma siccome non sarà sufficiente per vivere, insieme alla farmacia, chiediamo che sua sorella apra un negozio di alimentari. Ci diamo da fare per ottenere l’autorizzazione per l’apertura della farmacia e per dividere il locale in due zone separate di cui una dedicata alla vendita di alimentari».

«Caro Luigi tu fai le cose tropo semplici – se ne uscì Francesca – ma non credo che 50, anche 100 persone possano garantire un reddito sufficiente per tua cugina e sua sorella». A questo punto intervenne Giuseppe proponendo: «Non è facile, ma non è un problema irrisolvibile. La farmacia con i collegamenti può garantire l’approvvigionamento di famaci dalla città più vicina in poche ore. Può inoltre prevedere un servizio di telemedicina da offrire alle persone sparse nei borghi circostanti in un raggio di 15 chilometri. Esistono device portatili che consentono di rilevare parametri sanitari e di trasmetterli a distanza, con un tablet o un altro strumento elettronico, a medici e ricevere indicazioni di ritorno. Diciamo che con 50/60 euro all’anno potrebbe essere garantito questo servizio a 1.500 persone. Per quanto riguarda gli alimentari, dopo alcuni mesi, si capirà facilmente qual è il livello di scorte di generi di prima necessità (pane, pasta, latte, zucchero, sale, ecc.) e quindi non sarà un problema fare un salto nei centri commerciali vicini per approvvigionarsi di tutto ciò che manca. Peraltro, con spirito di solidarietà, se qualcosa manca, qualcuno potrà prestare».

Arrivati al dolce, mentre si ordinavano il caffè, Luisella disse: «Da donna pratica come sono vorrei che Luigi scrivesse nero su bianco il suo piano, così potremo fare un giro tra amici, conoscenti e vedere se riusciamo a raccogliere almeno 50/60 adesioni. Tra l’altro, potremmo utilizzare i finanziamenti europei destinati alle aree interne, quelli del Ministero della Cultura per il rilancio dei borghi (ho sentito parlare di quasi un miliardo di euro) e del PNRR (visto che tutti ne parlano). Ci troviamo tra 3 mesi in occasione di un’altra ottima cena, offerta da Luigi, per vedere se l’idea ha le gambe e se la favola può diventare una nuova interessante realtà del 21° Secolo».

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