Economie del futuro

La vera natura dell’impresa

La natura dell’impresa e dell’azienda non può che essere sociale. Questa affermazione potrebbe sembrare utopistica e velleitaria oppure troppo ampliativa e genericamente buonista rispetto ai concetti tradizionali e correnti di impresa, finalizzati operativamente solo al profitto anche se ormai non c’è convegno o dichiarazione pubblica in cui non si sottolinei la funzione sociale delle imprese sia in logica di CSR (Corporate Social Responsibility) sia come sostenibilità attiva.

Le imprese hanno una attività imprenditoriale sociale che, sempre di più, prescinde da specifiche forme giuridiche – privato/pubblico, profit/non profit – e che si dinamizza nel concetto di impresa sociale come integrazione  fra “stakeholderism” e “shareholderism”. La sintesi è che l’impresa deve avere un ruolo sociale e di gestione dettato da caratteristiche di funzionalità e di management che si riassumono in: purpose e intenzionalità sociale; misurazione, valutazione dell’impatto sociale e trasparenza; addizionalità; continuità sussidiaria; massimizzazione relativa del profitto.

Purpose e intenzionalità sociale

Le imprese sviluppano attività economiche e sociali con uno scopo determinato e con una volontà agìta per perseguire risultati positivi per il Sistema Paese nella sua articolazione e nel connubio “struttura e comunità”. Per una impresa sviluppare “purpose” è qualcosa che è più di un obiettivo aziendale e meno di una totale missione sociale: è la sua ragion d’essere. Aristotelicamente è il suo essere ontologico. Il purpose ha senso come orientamento positivo ambientale, sociale e di governance (ESG) sia del management e dei dipendenti sia della strategia deliberata.

Operativamente significa dichiarare “ex ante” quali sono gli scopi. L’intenzionalità si integra nel “purpose” inteso come l’insieme delle attività che proattivamente sono la condizione necessaria per il successo (a breve, medio, lungo periodo) dell’azienda; cioè l’impatto positivo generato, misurato per gli stakeholders e i soggetti economici-shareholders.

Misurazione, valutazione dell’impatto sociale e trasparenza

 Si tratta di metodi di misurazione che valorizzano quantitativamente l’attività e quindi indicatori di impatto sociale dichiarati “ex ante”, applicati nel “durante gestionale” ed evidenze di valutazione “ex post” dello scostamento fra intenzione e risultato (input, output e outcome). La trasparenza economico finanziaria e comunicazione efficace dei risultati di progetto che l’impresa ha raggiunto: anche questo è ormai è un “must”.  Redigere bilanci veritieri e tecnicamente coerenti con le esigenze dinamiche dell’aziendalismo è base necessaria per la continuità dell’impresa e non solo responsabilità giuridico-amministrativa. Si veda anche l’arricchimento informativo dettato dal D.Lgs. 254/16 con l’elaborazione del “Non Financial Report” (NFR). Le informazioni non finanziarie e sociali hanno anche un riferimento in altre nazioni: la Sec-USA con il Dodd-Frank Act che chiede il gap fra retribuzione del CEO (say on pay) e dipendente mediano, il presidio della diversità di genere nei board e altro. In Europa la richiesta dei risultati di tutela dei diritti umani e di lotta alla corruzione (whistleblowing).

Il dibattito su questi temi è intenso e variegato: due professori di Harvard, R. Cohen e G. Serafeim (“How to measure a company’s real impact”, 2020) affermano che l’EBITDA (“utili prima degli interessi, delle imposte, del deprezzamento e degli ammortamenti”), usato per confrontare i risultati di diverse aziende di vari settori (linee aeree, produzione di carta e prodotti che derivano dal legname, materiale da costruzione, contenitori ed imballaggi, industria del petrolio e del gas), in chiave di valutazione per un’offerta pubblica, sarebbe non veritiero perché dovrebbe diminuire di più del 25% e quindi il calcolo dei loro profitti sarebbe sovrastimato .

Infatti, non si è calcolato il danno ambientale e sociale che esse procurano ed i costi che esse generano per sé e per il sistema, per gli stakeholders e per i soggetti economici-shareholders.

Nel 2018 una ricerca su 1.694 imprese (condotta da IWAI-Impact-Weighted Account Initiative di Harvard Business School), che avevano l’EBITDA positivo, attesta che il 15% di esse avrebbe azzerato il profitto e il 32% avrebbe dovuto diminuirlo del 25% e più. Per far fronte a questo problema si dovrebbero sviluppare politiche di trasparenza delle imprese utili per adeguare la loro tassazione proporzionalmente all’inquinamento indotto, alle politiche retributive al di sotto del salario minimo e alla produzione di prodotti che inducono all’obesità e a malattie varie. Per esempio, nel mondo delle automobili, verificando la sicurezza, la convenienza, la soddisfazione dei clienti, l’efficienza del carburante e delle emissioni, le imprese che mantengono le promesse sono Tesla, Renault, Hyundai e Nissan.

Addizionalità 

Fare investimenti a favore di segmenti di imprese sottocapitalizzate, in aree di attività con bassa o nulla redditività perché i beni/servizi prodotti sono beni pubblici collettivi nei quali, spesso, un investitore tradizionale, che massimizza in assoluto il profitto, non investirebbe. Inoltre, sviluppare addizionalità ed aggiuntività dinamica e produttoria innescando azioni di valore aggiunto sociale non “narrativo” che incide sul territorio e sugli stakeholders. Questo concetto, comune nei fondi comunitari, deve  essere assunto come  presupposto “ex ante” e verifica  “ex post” del valore generato.

Continuità sussidiaria  

Ove il concetto di continuità (mantenimento nel tempo, pervasività spaziale, mantenimento dei fini con continuità degli strumenti per raggiungerli con una posizione di avanguardia e “scoutistica”) sostanzia la sussidiarietà. È un insieme di principi e di intenti che diventa efficace se assume caratteristiche (aziendali) organizzate, strutturate, coordinate, integrate e tali da configurare una sussidiarietà aziendale come strumento di attuazione del principio di sussidiarietà verticale, orizzontale e circolare.

Massimizzazione relativa del profitto

La massimizzazione relativa del profitto orienta l’agire aziendale massimizzando il risultato di “equilibrio economico” che consiste in una corretta ed equilibrata remunerazione dei fattori produttivi posti in essere ed in dinamismo nella produzione di beni/servizi con un orientamento/non vincolo, (di lungo periodo), a conseguire risultati positivi di bilancio da reinvestire anche nel sociale. Affermare che la natura dell’impresa e dell’azienda non può che essere sociale, non è una raccomandazione, ma una prassi e una condizione per lo sviluppo del sistema socioeconomico e per la sostenibilità dell’ecosistema (contro pandemia e sindemia in era Covid). Profitto e impatto sociale sono complementari per la sostenibilità e sono “sostanza” delle imprese sociali, profit, non profit e pubbliche.