Il coraggio dell'utopia

La percezione del trascorrere del tempo: come cambia, come influenza la nostra vita

La letteratura sociologica e psicologica è ricchissima, ormai da molti anni, di riferimenti alla fortissima accelerazione del cambiamento che investe l’economia, la cultura, il lavoro, la società nel suo complesso. Il mondo intorno a noi cambia, soprattutto negli ultimi trent’anni, con una velocità che non ha precedenti nella storia dell’uomo.

Ciò è dovuto essenzialmente a tre fattori:

  • l’intensità competitiva che caratterizza il sistema economico globale e che genera una forte dinamica di innovazione in tutti i settori esposti a tale competizione;
  • la tecnologia digitale che incrementa in modo esponenziale l’efficienza dei processi, ma anche la velocità e l’ampiezza delle connessioni;
  • la globalizzazione che è alimentata a sua volta della velocità delle connessioni digitali, ma che, come si sa, è anche il prodotto dell’abbattimento di barriere politiche, dell’internazionalizzazione dei mercati, dello sviluppo di catene lunghe del valore, etc.

Quali sono gli effetti tangibili di questa accelerazione del cambiamento? Alcuni sono sotto gli occhi di tutti: riduzione dei cicli di vita dei prodotti, trasformazione dei processi di lavoro, dei comportamenti sociali, dell’ambiente fisico nel quale viviamo, ma anche della stabilità delle forme di governo, delle leadership, degli assetti istituzionali. C’è poi l’effetto complessità che si somma a quello dell’accelerazione. La complessità è data dal grado di interdipendenza tra le variabili. Si potrebbero fare molti esempi a partire dal Covid-19. Il virus salta dal mondo animale a quello dell’uomo in una zona lontana dell’Asia e arriva a sconvolgere, in pochissimo tempo e in modo imprevedibile, l’intero nostro modo di vivere.

Il combinato di accelerazione e complessità porta a definire il mondo nel quale viviamo come un ambiente volatile, incerto, complesso e ambiguo (V.U.C.A).

C’è un filone di pensiero che collega questa eccessiva e innaturale accelerazione del cambiamento al nostro vissuto di “dispersione del tempo”, all’alterazioni della percezione del tempo da parte nostra, alla discronia tra il tempo percepito e del quale facciamo esperienza ed il tempo naturale della vita.  Da ciò deriverebbe il senso di inquietudine, ansia, affaticamento che investe le persone e le comunità.  In realtà, come vedremo, non è così, o non è semplicemente così . Per capirlo dovremo approfondire che cos’è il tempo per noi. Il tempo come esperienza esistenziale, culturale e psicologica e non come semplice dato cronologico.

La coscienza del tempo: una caratteristica solamente umana

Anzitutto va ricordato che tempo e spazio sono le due dimensioni che ci costituiscono. Nel tempo e nello spazio si forma, si rende possibile la nostra identità. La coscienza di chi siamo acquista forma e unitarietà nel tempo, in un “quando”, in un divenire. Ma anche in uno spazio definito da luoghi, limiti e confini.  Siamo gli unici esseri viventi ad avere una consapevolezza, una coscienza del tempo. Non è così né per altri enti della natura, come la luna, che sorge e tramonta, non è così per il mondo animale. Gli animali vivono istintivamente, in un “qui e ora” assoluti. L’istinto, che è una risposta rigida a uno stimolo, li estrae dalla percezione consapevole del tempo: un gatto al mattino non fa programmi per la serata, né ripensa con nostalgia a una marca di croccantini mangiati nel passato.

La nostra concezione del tempo è, tuttavia, mutata più volte nel corso della storia, collocandosi entro cornici di significato molto diverse, e continua anche oggi a mutare.

La concezione del tempo: dal tempo circolare, al tempo lineare, al tempo storico

I greci avevano quattro modi per nominare il tempo: Chronos, che era figlio di Urano e Gea, una figura mitologica che divorava i suoi figli e che rappresentava il tempo logico, il succedersi misurabile del tempo, la scansione dei minuti. Kairos, che era l’ultimo figlio di Zeus, un giovinetto dal ciuffo bruno, mobile e veloce, difficile da afferrare, che teneva in una mano una bilancia e nell’altra un rasoio. Rappresentava il tempo inteso come la scelta del momento giusto, la buona occasione, il tempo che coglie le opportunità. Egli era attento e vigile nel presente e pronto ad afferrare il futuro. Poi c’erano Aion, che significava la vita come durata e infine Eniautos, che significava semplicemente il tempo corrispondente a un anno. In generale le popolazioni arcaiche, anche quelle antecedenti alla civiltà greca, avevano un’idea circolare del tempo. Il tempo misurava il perdurare delle cose pur nella loro mutevolezza. Il tempo rappresentava la ritmica successione delle fasi in cui si svolge il perenne divenire della natura.

Tutto doveva avere un proprio posto, e il posto di ogni cosa ne definiva il significato in un ordinamento rigorosamente composto.  Tutto faceva parte di un ordine cosmologico. Per gli antichi Il tempo dunque rimette le cose a posto, le dirige, egli è ordinamento e giustizia.

Gli eventi accadono in una concatenazione sensata e rispecchiano la sostanza del mondo. Inoltre gli Dei non sono altro che portatori immortali di significato, gli dei e i miti narrano come le cose e gli eventi esistano in una determinata relazione di senso. Sono queste relazioni, questi nessi narrati che danno significato a tutto.

Dunque, in questo contesto, in questa visione e percezione del mondo, anzi del cosmo, non ha alcun senso l’accelerazione, ce l’ha invece la ripetizione. In tal senso non stupisce allora che, ad esempio, il canone artistico egiziano (si proprio quello che abbiamo in mente con le figure di profilo) sia durato sempre uguale per tremila anni.

La tradizione giudaico-cristiana genera invece l’idea di un tempo lineare. Con la creazione dell’uomo e del mondo, l’uomo viene chiamato fuori dalla natura. Egli non è al pari degli altri enti, ma, creato a immagine e somiglianza di Dio, egli è fatto per dominare la natura. Egli così diviene un soggetto della storia del mondo, poiché viene fornito di uno scopo. L’umanità esiste in vista di un compimento finale. Ma se esiste un passato storico (cioè un’origine, Adamo ed Eva, il Paradiso, etc.) allora esiste un presente e, non di meno, un futuro che prevede appunto un compimento, una redenzione, un ritorno a Dio.

Cambia la concezione del tempo e con essa la sua percezione, il suo vissuto. Ogni evento accade secondo una funzione lineare e, credenti o meno, noi tutti fino a oggi, siamo stati guidati da una visione finalistica, non solo della storia, ma della nostra vita stessa. Questa concezione lineare ed escatologica (finalistica) del tempo non consente però alcun progetto veramente autonomo. L’uomo è sottomesso a Dio, non si progetta nel futuro autonomamente, non è appieno il soggetto della storia, perché è Dio a dirigere la storia.

Cambia tutto con l’Illuminismo, quindi con l’inizio dell’età moderna. L’uomo diviene libero, diviene soggetto del tempo e si proietta verso il futuro. Nelle rappresentazioni e nelle narrazioni di questa nuova epoca rivoluzione industriale e rivoluzione politica vanno a braccetto. La locomotiva diviene simbolo di modernità e progresso, ma anche della storia che procede in avanti verso uno scopo. Dalla concezione precedente, escatologica, del tempo, l’età moderna eredita comunque l’idea di una storia di salvezza, una storia con uno scopo, una meta posta nel futuro. Essa consiste nell’affermazione dell’uomo sulla natura, della ragione sulle emozioni, della scienza e del pensiero razionale sull’ignoranza, sull’ingiustizia e la barbarie che sono retaggi di un passato oscuro. Questa volta l’uomo è il protagonista. Il suo compito è “accelerare i progressi della ragione umana”.

Questo cambio di regime “da Dio all’Umanità” (che fa dire a Nietzsche “Dio è morto”) ha delle conseguenze: destabilizza il tempo. Dio rappresentava un presente duraturo, oltre che il marchio della verità eterna. Ora il tempo perde questo fermo, questo ancoraggio e non lo riavrà più. È da sottolineare che il tempo storico-lineare, che appartiene alla tradizione religiosa e culturale giudaico-cristiana, è un modo di pensare e percepire il tempo, che ha ancora una forte attualità. Per riassumere: il tempo mitico sta fermo come un’immagine, mentre il tempo storico ha la forma di una linea, che si affretta e corre verso una meta. Tutte le grandi narrazioni ideologiche del Novecento sono così caratterizzate, a prescindere dalle loro differenze di merito: il passato è buio, segnato da ingiustizia, schiavitù…;  il presente è progetto, rivoluzione, conquista; il futuro è nuovo ordine sociale, giustizia, realizzazione. Vale anche per le narrazioni post-ideologiche di fine ‘900 e primi anni del 2000: la Globalizzazione, Internet e l’Europa.

L’oggi e il tempo puntuale

Ma che succede oggi?  Succede che, se il tempo perde questa tensione narrativa verso una meta, verso uno scopo chiaro e credibile, la linea del tempo si frammenta in “punti” che sono a loro volta divisi da intervalli. “Punti” che si aprono e chiudono su se stessi. Entro ciascun punto gli eventi si agitano senza una direzione percepita, non c’è una forza traente in avanti. Oggi, la mancanza di un orizzonte di scopo, credibile e collettivo, anzi, credibile in quanto collettivamente condivisibile, atomizza il tempo, trasformandolo in un tempo che può essere definito “puntuale”. La linea continua che lega passato, presente e futuro, grazie a una narrazione di senso, si trasforma in una serie di punti intervallati da vuoti. Ad una narrazione coerente che illumina e canalizza in un binario lineare, il groviglio di eventi che investono le nostre vite, si sostituisce la semplice informazione. L’informazione però non ha direzione, non ha ampiezza narrativa, si limita a proliferare, spesso in modo contraddittorio, cadendoci addosso.

L’abbraccio del passato e del futuro

Vediamo ora ciò che può riguardare la vita di ciascuno di noi come individui, nel privato, nel lavoro, nella comunità di appartenenza. Il nostro rapporto con il tempo è caratterizzato da un intreccio degli orizzonti di tempo. Il fare esperienza per noi si basa su questo intreccio, su questo abbraccio. Il passato infatti non è semplicemente scomparso, non è semplicemente “ciò che non è più”. Il passato resta costitutivo dell’esperienza presente, essenziale per la sua stessa comprensione, per il suo significato razionale, ma anche emotivo. Diamo un significato a uno stormo di rondini che a primavera  vola nel cielo sopra di noi, perché abbiamo appreso nel passato che quelle che vediamo  sono rondini e che a primavera esse ritornano dai Paesi caldi. Ma da quella visione può anche scaturire un’emozione positiva, che nasce dal ricordo di una primavera felice o invece una negativa di paura e inquietudine, perché magari in un altro passato abbiamo vissuto esperienze negative con questi volatili.

La separazione inevitabile dal passato non ne diminuisce la forza affettiva.  Ciò che è stato, si proietta in qualche modo sul momento presente. “Ciò che non è più” può addirittura manifestarsi con una presenza più intensa, come accade quando proviamo un forte sentimento di nostalgia.

Al contempo, il nostro presente acquista significato e direzione da un’idea di futuro, si possono fare esempi anche a partire dalle piccole cose: progetto e realizzo una spesa, pensando alla cena; quando gioco a tennis imposto un movimento in funzione di ciò che voglio far accadere dopo, e così via. Anche la conoscenza, il sapere consolidato, trae forza da ciò che è stato e da ciò che verrà. Il vero sapere riposa in un intreccio tra passato, presente e futuro. Un medico elabora una diagnosi a partire da un’anamnesi e in funzione di una terapia. Naturalmente però la nostra vita non si risolve tutta nell’orizzonte ristretto di adempimenti quotidiani privati o professionali che siano. Ciò che facciamo nel quotidiano si iscrive e si colora di significato e di vissuto, anche emotivo, alla luce di un quadro di vita più generale. Ad esempio l’esperienza di un momento di svago per un giovane può avere un significato e soprattutto un vissuto diverso a seconda che si iscriva in una condizione ed in una prospettiva di lavoro soddisfacente, o invece in una condizione generale provvisoria e precaria. Questo fra l’altro ci fa capire come prima o dopo, poco o tanto, la dinamica sociale ed economica, l’immaginario collettivo, lo spirito di un’epoca, influenza e si connette alle vite di ciascuno di noi e ci riguarda.

Accelerazione e stasi

Si comprenderà dunque che se risulta opaca, instabile, incerta o addirittura minacciosa, l’idea del futuro che ciascuno di noi ha, seppure con viste e prospettive diverse, si rischia di rimanere appesi a un presente puntuale e assoluto.  Anche il passato, come luogo dell’esperienza, perde gran parte della sua utilità e del suo valore al fine di proiettare una visione del futuro, al più diviene il luogo della nostalgia. Mancando una linea e una forza traente che spinge in avanti, il presente si apre e si chiude su stesso. Il bisogno di sentirsi vivi e attivi spinge a saturare il presente di opzioni, di eventi, di possibili esperienze alternative, spesso concorrenti fra di loro, tutto senza una direzione chiara. Da qui il vissuto di accelerazione, affanno, inquietudine, ma talvolta al contempo di stasi, di ripetitività.  Ci si muove in tante direzioni, ma sostanzialmente non cambia granché. Accelerazione e stasi sono due facce della stessa medaglia. La dispersione temporale è il frutto dell’agitarsi disordinato dell’esperienza nel tempo “puntuale”, che non di una vera accelerazione in una direzione determinata.

D’altra parte se si fa il parallelo con la narrazione, ciò diviene comprensibile. Infatti noi non siamo disturbati da un improvviso incremento di velocità e di ritmo narrativo in un romanzo che ha una trama chiara e avvincente e che procede verso un finale atteso. Siamo disturbati da un incremento di velocità se non ne comprendessimo il senso, se ciò aumenta la confusione di un testo che non ha struttura narrativa.

La difficoltà a sostare, a indugiare

Quali sono le conseguenze di questa frammentazione del tempo e della conseguente tendenza a riempirlo il più possibile?

La prima riguarda la difficoltà ad attendere, a sostare, ad indugiare. Si restringe la finestra temporale che al contempo si affolla di eventi. Si vive nel “qui ed ora”, in un presente puntuale che però deve anche generare risultati, in nome dell’efficienza e di un’inclinazione al fare che sembra non avere argini. Tutto ciò toglie valore e senso agli intervalli, agli spazi intermedi, al cammino. Se potessimo annullare il tempo del processo che divide un obiettivo da un risultato, un’intenzione da un compimento, un proposito da una realizzazione, lo faremmo volentieri. Il tentativo è di far scomparire totalmente i tempi intermedi, in quanto inefficienti o fonte di inquietudine o di noia. Per questo motivo, ad esempio, l’ascolto, l’approfondimento, come anche il dissenso e la dialettica, spesso sono considerate perdite di tempo, inceppi a un flusso di azione che non deve essere interrotto.

Lo spessore dell’esperienza umana si costruisce proprio nel processo, nel cammino. Essi caricano di storia e di significato il risultato, il compimento.

Il rischio è che spazio e tempo non significhino più niente, equivalgano a negatività e perdita: con un “click” voglio e posso andare alle Maldive, ma posso anche con un “click” trovare moglie o marito, estinguendo il tempo necessario a costruire una relazione di intimità autentica.

La simultaneità rimuove ogni distanza e anche ogni attesa, indugiare genera noia o impazienza. Il tempo della rete è un tempo istantaneo, discontinuo e puntuale. Ma che cosa si rischia di perdere così? Sostanzialmente due cose: la spinta generatrice del desiderio, che ha bisogno di vuoto, di assenza, di mancanza per costituirsi e l’affievolirsi di una vocazione tipicamente umana che è quella di generare nuovi inizi. Per generare nuovi inizi è necessario “cominciare”, ma anche “finire” e c’è un momento giusto per cominciare e uno appropriato per finire, ma questo richiede che ci siano zone intermedie, soglie di passaggio. Invece, nell’esperienza del tempo puntuale e attuale, le cose spesso finiscono a causa di agenti esterni (la pandemia, ad esempio, ha generato fini e nuovi inizi), che rendono ogni conclusione intempestiva, traumatica, non attesa e non voluta. Questo è uno dei motivi per cui, per esempio, si invecchia inevitabilmente e ineluttabilmente, senza diventare davvero vecchi.