Le reti, soprattutto in questa fase che mette nel mirino il superamento della crisi pandemica e la ripresa socioeconomica, devono essere al centro di un processo di sviluppo sostenibile. Questo non può prescindere da un’alleanza autentica tra persone, imprese, istituzioni formative, enti di ricerca, amministrazioni centrali e locali e territori. Il nuovo paradigma che deve guidare la nostra analisi sul valore che le reti hanno nella nostra società e nell’economia – in questa duplice dimensione local e global – è rappresentato da un’apertura verso un modello che generi collegamenti sempre più fluidi e dinamici fra diversi soggetti che trovano in un processo di positiva ibridazione, accelerato dalla digitalizzazione e dall’Intelligenza Artificiale, una nuova capacità di generare valore per le persone e le organizzazioni. In questa nuova dimensione, le reti devono contribuire a disegnare i nuovi futuri e saper co-generare nuove connessioni tra soggetti, sicuramente più interdipendenti rispetto al passato, che interagiscano in maniera fluida, dando origine a forme di open innovation e a modelli collaborativi per un’economia circolare, che sia rispettosa delle specificità e dei diversi DNA. Al centro di queste nuove reti risiede proprio il valore generato dalle competenze e dalla capacità di mettere le singole competenze al servizio di un progetto più ampio, con uno scambio reale fra soggetti che sono attori di nodi ma anche generatori di nodi che, sempre più rispetto al passato, sono dinamici in una logica di composizione e scomposizione.
Fondamentale in questa evoluzione è il mindset delle persone che devono governare questo processo e saper collegare innovazione e sviluppo con sostenibilità e eguaglianza. Per far questo, occorre guardare al futuro con nuove capacità e coraggio: una sfida per i leader, ma che si estende a tutti noi e alle nostre “battaglie” quotidiane. Parafrasando una riflessione della scienziata Ilaria Capua, intervenuta lo scorso novembre in occasione dell’ultimo Learning Lab sulla Leadership di ASFOR, occorre guardare il presente con le lenti del futuro.
La globalizzazione, la digital transformation e ora la pandemia hanno, da un lato, scatenato un processo di forti cambiamenti che ha avuto impatti anche devastanti sulle reti che erano basate solo su una posizione dominante e, dall’altro, stanno spingendo verso un’evoluzione più “aperta” e forse anche più democratica dell’economia. Un’economia che vede le persone recuperare un ruolo centrale, in un difficile percorso di responsabilità diffusa che lega le organizzazioni ai vari stakeholder.
Recentemente sono stato molto colpito da una riflessione del Presidente del Consiglio Mario Draghi espressa nel suo discorso davanti al Parlamento : “La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese”. Lo considero un monito efficace su come dobbiamo interpretare le sfide che stiamo vivendo e soprattutto un invito a rafforzare le reti socio-economiche e a rigenerare i collegamenti e la fiducia fra pubblico e privato (forse il punto più rilevante e determinante dei problemi dell’Italia). Azioni che saranno sempre più centrali per governare l’evoluzione e la ripresa del nostro Paese e per costruire i futuri per i nostri giovani, che con le donne sono i soggetti maggiormente colpiti dalla pandemia, con l’obiettivo primario di ricreare le condizioni per la ripresa della crescita sociale.
Una sfida radicale per l’Italia che come Sistema ASFOR – una rete sufficientemente “fluida”, che dal 1971 vede coinvolte school of management, università, grandi imprese e società di consulenza – abbiamo l’obbligo di affrontare per sviluppare una nuova cultura manageriale e una classe dirigente, che sappia essere attenta al valore delle competenze e sia protagonista nel co-generare una nuova fase di investimento pubblico e privato su risorse umane e coesione sociale.