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Dall’ingranaggio alla leva

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Nell’antica Grecia, madre della nostra civiltà, vi erano quattro parole per indicare quattro diverse concezioni di tempo. Mi è venuta in mente questa cosa quando ho riletto la definizione di sostenibilità del Rapporto Brundtland, il primo documento ufficiale in cui se ne parla:

«Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».
                                                                                                                                                                  (WCED,1987)

Il titolo del rapporto commissionato dalla World Commission for Environment and Development era “Our Common Future”, a indicare la responsabilità della generazione attuale rispetto a quella futura. Un invito a pensare che esiste non solo l’oggi, ma anche un tempo eterno, Aion per i greci, rappresentato come un bambino eternamente giovane, che guarda le nostre vite con distacco.

Nella recente stesura del Manifesto della Formazione Manageriale di ASFOR e APAFORM, la sostenibilità ha uno spazio molto rilevante. Ce l’ha quando ci si interroga di apprendimento, e dunque di evoluzione. Quando ci si interroga sul perché e sul per chi, e quindi, inevitabilmente, ci si chiede come.
Avevo bisogno, tuttavia, di capire meglio cosa succederà quando la pandemia sarà finita. Ho fatto allora qualche domanda al mio caro amico Danilo Devigili, uno di massimi esperti di sostenibilità in Italia, anche per essere stato uno dei primi a proporla e a implementarla nelle imprese del nostro Paese. L’ho conosciuto frequentando a Bologna, nel 1985, le affollatissime lezioni di Microeconomia di Stefano Zamagni il padre degli economisti civili italiani. Una fonte di ispirazione per gli adepti della sostenibilità e per i futuri formatori.

«La sostenibilità è ormai entrata nella stanza dei bottoni», afferma Devigili. Nelle aziende più grandi, negli advisory board o nei consigli di amministrazione ci si interroga sul come ridurre l’impatto ambientale o tutelare le diversità. La reputazione che il mercato finanziario cerca non è più solo economica. Sembrano, almeno in parte, lontani i tempi in cui Milton Friedman sosteneva che «la responsabilità sociale dell’azienda è incrementare il suo profitto». Un’affermazione che propone di inchinarsi non solo al dio profitto, ma anche al tempo presente. Non si pensa all’impatto futuro sull’ambiente, al prezzo che i nostri figli e i loro figli pagheranno per le nostre scelte. Il tempo come frammento, dunque, Hora, come avrebbero detto i greci.

Questo, invece, è il tempo di una sostenibilità che va oltre: oltre le carte dei valori e le dichiarazioni sui principi etici. Oggi la sostenibilità è entrata nella fase science based, ed è qui che la formazione diviene importante. Quando i principi scendono verso il basso e diventano comportamenti e processi allora tutto diventa più concreto. Nel momento in cui si parla di esternalità, rifiuti, diritti umani, anidride carbonica, servono le competenze. Chi acquista deve saper qualificare i fornitori rispetto alla sostenibilità. Chi si occupa di marketing deve conoscere il lifecycle assessment e per farlo ha bisogno di dati scientifici. Quelli, ad esempio, ti direbbero che il metano trasformandosi in energia produce anidride carbonica e che per tale motivo va sostituito con fonti rinnovabili. Così come è evidente che non abbiamo più molto tempo. Lì dietro l’angolo si nasconde l’orlo del caos, di cui la teoria della complessità ci ha reso edotti. La soglia di CO2 oltre la quale non sarà più possibile tornare indietro. Chronos ha iniziato a divorarci come il dio mitico faceva coi suoi figli.

«La formazione deve diventare una cinghia di trasmissione tra dichiarazioni e comportamenti», sottolinea Devigili. La responsabilità è delle aziende, certamente, ma anche di ognuno di noi. Da un lato le imprese devono formare i collaboratori aiutandoli a comprendere come fare il loro lavoro guardando all’ambiente e non solo all’economicità. Devono anche mettere a loro disposizione piattaforme in cui raccogliere le informazioni, oppure in grado di ospitare comunità di colleghi, partner, fornitori per scambiare notizie e dati e supportarsi vicendevolmente.

Dall’altro ciò che conta è proprio la volontà delle persone di non essere più ingranaggi. Persone come Muhammad Yunus, il padre del microcredito moderno, grazie al quale ha sollevato dalla povertà milioni di persone in tutto il mondo. Persone che credono fortemente di poter cambiare, smettendo di sentirsi un ingranaggio e iniziando ad essere una leva per attivare il cambiamento. Nell’anno dell’elezione di Biden e di un grande Recovery Fund in Europa, chissà che il tempo non sia maturo per una grande trasformazione. Sarebbe quello che i greci definirebbero Kairos: il tempo dell’opportunità.

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