Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Apprendere insieme: ambiente, merito, valori. Conversazione con Alberto Lolli

Qualità e valore dell’accreditamento

“Continuare a imparare” sta diventando un elemento ineliminabile e un ritornello che ha bisogno di sostanza: una generica invocazione alla qualità dell’educazione deve allora trovare componenti concrete su cui intervenire. Un elemento fino a oggi dato per scontato, ma che la pandemia ha messo allo scoperto è il cosiddetto “learning environment”. Un tema che abbiamo avuto l’occasione di approfondire con Alberto Lolli, Rettore dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia, il collegio universitario di merito più antico d’Italia, e profondo conoscitore del mondo giovanile.

Per “learning environment” intendiamo un ambiente tangibile, materiale, ma anche intangibile: cultura, valori, l’aria che si respira. In che cosa è “speciale” il Collegio Borromeo?

Nelle sue considerazioni ci sono due parole chiave decisamente rivoluzionarie: “continuare” e “imparare”. In un mondo che vorrebbe ottenere tutto e subito, che ha perso la pazienza della ricerca e dello studio, in una cultura sociale e politica che non guarda più in là di un risultato fruibile nello spazio di un mandato elettorale, “continuare” e “imparare” sono parole decisamente controcorrente. Il Collegio Borromeo non è stato pensato per una storia a breve raggio, di breve tragitto, ma nasce e vive da quasi cinque secoli, perché aveva fin dall’inizio l’obiettivo della continuità. Di che cosa? Dell’offerta di un contesto fertile, fecondo (l’appellativo “almo” non è casuale) in cui far accadere due cose: maturazione e apprendimento. Non nasce come istituzione alternativa all’Ateneo di Pavia, ma integrativa, come spazio per far respirare ciò che si studia, per favorire innesti e sviluppi di pensiero in modo organico, avendo ben presente l’importanza dell’interrelazione tra persone.
L’ambiente fisico del Collegio, con la sua antica e bella struttura e i suoi servizi moderni e razionali, aggiornati alle esigenze di giovani di vent’anni, è l’incarnazione plastica di questa idea di continuità educativa, che non solo fornisce pacchetti di nozioni più o meno sofisticate, ma ne favorisce la sedimentazione, l’arricchimento, la combinazione e anche il desiderio di condivisione. Qui si impara non solo a ricevere ma anche a trasmettere il sapere, come contenuto e come metodo: indagare, ragionare, incuriosirsi, sperimentare, guardare oltre e accanto a sé, osservare il mondo, sé e gli altri attraverso tante lenti, comunicare e, così, conoscere. Si attua la continuità della elaborazione, evoluzione e trasmissione del sapere, di anno in anno, di generazione in generazione, da un ambito disciplinare a un altro, perché il fatto stesso di entrare a far parte di una comunità di persone – e non semplicemente di un insieme numerico o di una categoria di individui (gli studenti universitari, gli alunni di un collegio, i “millennials”…) – porta spontaneamente all’idea e attivazione della condivisione del proprio “bagaglio” umano, culturale, esistenziale, fatto di diversità, esperienze, capacità, sogni, aspettative.

Un collegio di merito è un luogo privilegiato di osservazione: in che cosa consiste il merito? È un concetto assoluto o relativo, che si allinea all’ambiente? Come può guidare all’assunzione di responsabilità, rispetto a valori della società che a volte distorcono il bene comune a favore della convenienza individuale e magari su questo “premiano il merito”?

Siamo tutti consapevoli che la vita non è tutta merito nostro. Ci sono molti aspetti di essa che nessuno di noi può scegliere, simbolicamente ben rappresentati dai due estremi ineluttabili, il suo sorgere e il suo tramontare. Per capire cosa significhi “il merito” occorre capire come si entra e come si resta in un “collegio di merito”. È possibile accedervi secondo una graduatoria dopo aver sostenuto un concorso pubblico che valuta la preparazione scolastica dei candidati, e vi si resta mantenendo dei requisiti basati sulla “oggettività” dei criteri di valutazione accademica.
Il merito in questa accezione è qualcosa che è soggetto a variazione, in termini storici, ma si combina con un altro elemento assoluto, che è quello della scelta. Lo studente al termine del proprio percorso scolastico compie una serie di scelte concatenate: proseguire o meno con il percorso universitario e conseguentemente in quale corso di laurea; a queste si può aggiungere un’ulteriore scelta: l’ateneo in cui studiare, in base alle informazioni raccolte sull’offerta didattica, i programmi di studio, la qualità degli insegnamenti. A questa scelta, infine, se ne può affiancare un’altra, riservata a poche città sedi di atenei, come Pavia: l’idea di compiere il percorso universitario in un collegio, ma soprattutto in un “collegio di merito”. Si tratta di una decisione importante, che ha a che fare con molte variabili ed esigenze (economica, familiare, caratteriale, culturale, intellettuale…) e viene continuamente rivissuta, riconsiderata, riaffermata nel corso della permanenza in università e in collegio.
Compiere e rinnovare questa serie di scelte è già un’assunzione di responsabilità, innanzi tutto verso se stessi. In particolare, il Collegio Borromeo è il luogo in cui si impara il valore, la bellezza sfaccettata e profonda delle scelte: è un contesto che favorisce questa presa di coscienza, mai definitiva e scontata, sempre rinnovata e rinnovabile.
Stare in un collegio di merito come il Borromeo non insegna a rincorrere e aspettarsi un “premio” o una patina di prestigio, ma a lavorare per le proprie scelte e a condividere l’opportunità che si sta vivendo. Questa opportunità deriva dall’incontro di due movimenti necessari: quello di un’istituzione nata da una scelta a favore della maturazione nello studio, e quello di persone che scelgono di maturare grazie allo studio, in un contesto che lo favorisce e lo stimola.

Il merito costruisce un’élite o è partecipativo? Il Borromeo ha come motto “Humilitas” e come simbolo grafico quello dei tre anelli che costituiscono un insieme aggregato solo se tutti e tre presenti: quanto è complesso oggi mantenere valori di collaborazione? Che cosa si aspettano gli studenti e come si può davvero fare la differenza? Che cosa si valuta/ si può valutare?

Humilitas era il motto scelto per sé dal fondatore del Collegio, San Carlo Borromeo: non è un concetto astratto, ma si riferisce a un’esistenza reale, a un agire concreto, a un interrogarsi continuo nella propria relazione con il mondo.  I tre anelli sono emblema araldico della famiglia del fondatore: sia dal punto di vista “grafico” (sono anche un simbolo matematico), sia dal punto di vista storico, rimandano al concetto di unione non estemporanea, ma stretta, indissolubile.
Al di là della retorica, c’è la sostanza dell’esperienza quotidiana: il collegio diventa familiare per i suoi studenti in quanto luogo/tempo di relazioni fortissime e dinamiche che si stringono, di legami e percorsi di vita che si intrecciano, di esperienze che si stratificano e si scambiano in una cornice condivisa, che le favorisce. Questa “familiarità tra estranei” – che spontaneamente fiorisce in un luogo che sollecita all’apertura verso l’altro, al rispetto e all’attenzione reciproci, all’esperienza di una dimensione plurale e condivisa anche nella preparazione accademica, nell’approfondimento disciplinare e multidisciplinare – è un modello che può essere portato anche all’esterno. È una palestra che educa alla “collaborazione” come elaborazione di modi, strumenti, occasioni per lavorare insieme.
Il rischio elitario è bilanciato ed eroso in vari modi: rinunciando alla facile e vacua “retorica dell’eccellenza” e sostituendola con la ricerca di una pratica dell’agire concreto, della gratuità dell’essere presenti e del dare, del condividere competenze, talenti, tempo, energie, disponibilità personali e opportunità offerte dal luogo in cui si vive insieme giorno per giorno. Si impara, perciò, non tanto a “fare la differenza”, ma a mettere a frutto con gli altri la propria differenza.

Stiamo davvero costruendo una classe dirigente responsabile per uno sviluppo sostenibile? Che cosa è esportabile della vostra esperienza? Può indicarci alcuni – pochi- punti su cui far convergere un sistema educativo e di apprendimento continuo che abbia senso oggi…

L’espressione critica, qui, è “classe dirigente”: appare inadeguata in una società dinamica, fluida, anche precaria e ondivaga, ma attraversata da flussi, energie, pensieri e progetti che non possono (e non devono) essere bloccati in una schematizzazione rigida e in una suddivisione “per classi” di individui. È chiaro che educare al senso di responsabilità attraverso una crescente consapevolezza delle scelte è un modo per preparare all’assunzione domani di responsabilità sempre maggiori (in campo personale, familiare, culturale, professionale, scientifico, politico…)
Il punto cruciale di un sistema educativo serio è sostenere nei giovani l’impulso innato a dare il proprio contributo al mondo, favorirli nella sua espressione creativa e fattiva, nella presa di coscienza progressiva delle proprie aspirazioni e attitudini, accompagnarli verso una consapevolezza meno “ingenua”, più solida e critica, di come l’energia di quell’impulso possa essere incanalata in scelte concrete.
Non ci sono “ricette” facili per un contesto educativo attualmente molto variegato e in evoluzione. Il “modello” che il Collegio Borromeo incarna è quello di uno spazio (istituzionale, materiale ed esistenziale) che dà ascolto, senza fretta e forzature temporali, ma attraverso i ritmi ripetuti e costanti della convivenza e accoglienza nella dimensione di una comunità, alle esigenze e aspettative di chi desidera imparare, di chi, pur tra mille incertezze, sa o sente che ama studiare, informarsi, approfondire, conoscere, sognare, progettare possibilità.
Fornire ascolto significa anche fornire opportunità di ascoltare, cioè: lavorare e progettare insieme e individualmente, esprimere attitudini e competenze in vari modi in cui non solo le discipline accademiche hanno spazio, confrontarsi con voci significative della società e della cultura, di accedere a contenuti formativi diversificati e aggiornati.
È forse utile ricordare come proprio il Collegio Borromeo (vero capofila) nasce per i giovani dall’energia propulsiva di un giovane: Carlo Borromeo ha 23 anni quando viene redatto il documento fondativo del “suo” collegio. Non aveva vissuto in collegio, ma lo aveva sognato.

Il personaggio

Alberto Lolli è Rettore dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia. Profondo conoscitore del mondo giovanile, è un interprete attento della cultura contemporanea. La sua ricerca si raccoglie attorno alle esperienze di vita comunitaria con particolare attenzione a quelle dei giovani, alcune delle quali accompagna con cura e passione.

Presentazione del Collegio

L’Almo Collegio Borromeo è il collegio universitario di merito più antico d’Italia. Fondato nel 1561 da san Carlo Borromeo, è nato con l’intento, che da allora ha sempre perseguito, di offrire agli studenti particolarmente meritevoli, privi di mezzi economici, la possibilità di studiare all’Università di Pavia.
Oggi è una Fondazione privata riconosciuta a livello internazionale; è socio fondatore della Conferenza dei Collegi Universitari di Merito accreditati presso il Ministero dell’Università e della Ricerca e dell’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia confederato con la Scuola Normale e Scuola Sant’Anna di Pisa.
L’Almo Collegio Borromeo accoglie quasi 200 alunni e alunne (tra laureandi, masteristi e ricercatori) provenienti da tutto il mondo. Offre una ricca proposta formativa organizzando corsi, seminari, workshop, concerti, spettacoli teatrali, attività sportive e conferenze con importanti personalità del mondo accademico, politico, culturale e imprenditoriale, e ha attivi numerosi scambi internazionali.

Correlati