Rivoluzione digitale e dintorni

Apprendere il Noi

Open learning

La rivoluzione digitale porta meraviglie tecnologiche, la fiducia che la nostra intelligenza si espanderà grazie alle reti neurali, ma anche nuovi difetti. Le piattaforme, i social, generano sciami (Byung-Chul Han, 2015), in cui siamo apparentemente con gli altri, ma ineluttabilmente separati da essi e pronti per aggregarci in un altrove che è sempre più promettente. Si smarrisce il senso del noi.

Un’iniziativa che cerca di ricomporre questa scissione è Webecome, un progetto per la scuola primaria, promosso dal 2018, da una grande banca italiana. Si distingue per usare in modo virtuoso la tecnologia ai fini della crescita, sostegno e formazione della “comunità educante”. Ne ho parlato con Nicoletta Bernasconi, responsabile Relazioni con Università e Scuola di Intesa Sanpaolo, referente del progetto, e con il suo team. Webecome si rivolge alle famiglie, agli insegnanti e ai dirigenti scolastici (quasi 10.000 utenti finora). Quel “We” – il noi – che è il contenitore necessario per “diventare i cittadini del futuro”, indica un’alleanza tra scuola e famiglia per non essere sciame, ma individui incapaci di pensarsi comunità. Mi sembra un’idea potente e sottoscrivibile, nello spirito testimoniato da Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia nel 2009, che ha sottolineato il valore della terza via tra pubblico e privato: quella dei beni comuni. Beni che vanno gestiti con l’azione collettiva, dal basso, l’azione civica che si organizza attraverso istituzioni di autogoverno.

Come funziona Webecome? C’è una piattaforma sempre attiva a cui ci si può iscrivere gratuitamente. Ci sono dei temi critici di interesse delle famiglie e degli insegnanti come bullismo, cyberbullismo, dipendenze, carenze nell’alimentazione, diversità. Vi è anche un gruppo di esperti (sono oltre 50 tra cui Domenico Barrilà, Elisabetta Dodi, Roberto Farnè e Rachele Furfaro, Alberto F. De Toni) che, con brevi e comprensibili video, approfondiscono i temi, organizzati in otto percorsi. La piattaforma non è il punto di arrivo, semmai il catalizzatore. I temi trattati sono stati individuati attraverso workshop con i genitori e insegnanti, che hanno partecipato, con modalità bottom up, alla costruzione del progetto. Numerosi workshop hanno, inoltre, trasmesso metodi e strumenti agli insegnanti. Di fronte a temi critici, spesso, non si sa come comportarsi. Un figlio con disturbi alimentari, oppure con un’eccessiva dipendenza dai videogiochi, è una fonte di angoscia per i genitori, che hanno quindi bisogno di aiuto. I workshop trasmettono metodologie, per elaborare in classe in maniera positiva il tema.

I bambini iniziano a capirne le ragioni, a sentirsi compresi; gli insegnanti facilitano il lavoro; i genitori parlano coi bambini dell’esperienza fatta. Ad esempio, Michela Losi, che insegna a Milano al Linneo, ha scelto di trattare il bullismo. Ha disteso una tela di organza blu in una stanza come se fosse un grande mare. Un mare in cui un pesciolino, Guizzino, si sente solo e proprio per questo diventa un pesciolino più difficile degli altri, ma che se la caverà comunque. Gli allievi di Michela, di seconda elementare, animano la storia, la interpretano e la discutono. Il bullismo lo si può affrontare se c’è una storia che lo sa raccontare.

Come ha detto Luciano Floridi, in occasione della Giornata della Formazione Manageriale, il XXI secolo è partito lentamente, ma adesso è partito. I cambiamenti sono così profondi, che viviamo nella percezione che qualcosa di irreparabile potrebbe accadere. Avvertiamo di avere una responsabilità, ma non riusciamo a collocarla, darle un nome, definirne i confini. Quello che possiamo fare è pensare sempre di più che esistono beni comuni come l’educazione (e la formazione), l’ambiente, la cultura. Serve impegno, mettersi in gioco, prendersi cura. E non possiamo aspettarci che lo facciano le istituzioni o pochi soggetti eroici. I beni comuni richiedono un’azione comune e auto-organizzata. Siamo pronti a farlo? Siamo pronti ad “apprendere il Noi”?

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